Intervista a Silvia La Notte prima della difesa mondiale WAKO

Silvia “Little Devil” La Notte ha bisogno di ben poche presentazioni: 97 incontri all’attivo in svariate discipline (dal K1 alla savate, fino alla Muay Thai), impreziositi da 77 vittorie, 16 sconfitte e 4 pareggi. La Notte rappresenta da anni l’Italia sui ring di tutto il mondo, ed è una delle atlete più note a livello globale nei combat sports.

Il suo palmarès é ricchissimo, dato che ha vinto ben 13 titoli in carriera, sia europei che mondiali, nei diversi stili di combattimento in cui si è cimentata.

“Little Devil” tornerà in azione tra meno di una settimana, sabato 1 dicembre, a Troyes, in Francia. La nostra connazionale difenderà per la terza volta il titolo mondiale WAKO contro la francese Ludivine Lasnier, campionessa mondiale ISKA di kickboxing.

Abbiamo colto l’occasione per fare una lunga chiacchierata con Silvia, che ringraziamo per la disponibilità.

La francese Lasnier ha all’attivo 50 match tra full contact, savate, kickboxing-K1 e Muay Thai. Anche tu, nel corso della carriera, hai sperimentato diversi stili di combattimento. Pensi che spaziare tra discipline differenti renda un’atleta più completa? 

Ho sempre combattuto in diversi stili perché ho un peso molto “limitato” (48-51 kg, ndr), quindi, per fare esperienza, in tante occasioni ho accettato quello che mi proponevano. Questo ha permesso di farmi conoscere in tutte le discipline in maniera evidente. Ovvio che poi, per eccellere, devi specializzarti in uno stile. Io prediligo il K1, la savate non la pratico più, veramente troppo di nicchia, ogni tanto accetto anche incontri di Muay Thai, ma alle giuste condizioni, come il peso.

Tecnicamente, cosa ti aspetti dalla tua avversaria e dal match?

Affrontai Ludivine più di un anno e mezzo fa, chiamata in Francia 20 giorni prima dell’incontro, per un match di K1. Sono sempre in ottima condizione fisica per gli allenamenti in Thunder Gym, quindi accettai e vinsi all’unanimità, attaccando la francese per tutte le tre riprese.
Perciò ci conosciamo, e non sarà sicuramente scontato il risultato. Devo affrontarlo come un nuovo match. Organizzano per lei l’evento e il Mondiale, quindi devo vincere nettamente tutte le riprese per riconfermare il titolo nelle mie mani, e mi sto preparando per questo.

L’incontro si svolgerà in Francia, a Troyes. Che sensazioni vivi quando combatti all’estero? Preferisci combattere in Europa o in Asia?

Mi piace molto combattere all’estero. Vivo la trasferta come un momento di stacco dalla mia frenetica vita di Milano, fatta di spostamenti da una palestra all’altra, per allenarmi e soprattutto per allenare. Poi penso solo al match e a dare il meglio di me stessa. In Asia c’è una bellissima energia per i fighter, organizzazioni bellissime, interviste e filmati. Insomma, ti fanno sentire veramente un guerriero famoso!

La preparazione di un incontro cambia quando hai già affrontato in passato la tua avversaria? In che modo? Influisce anche a livello mentale?

Mi è già successo, e non ho affrontato in maniera diversa la preparazione del match. Anzi, forse l’ho svolta con più concentrazione.

Hai iniziato il percorso da atleta quando gli sport da combattimento, in Italia, erano ancora molto di nicchia. Che ricordo hai di quegli anni? Come sono cambiati questi sport da allora ad oggi?

Credo che questi sport siano ancora di nicchia, purtroppo, visto che non ci puoi vivere. Sicuramente è cambiata la comunicazione con i social, nel bene e nel male. Magari ora un’atleta con molta meno esperienza sul ring, ma più nel virtuale, riscuote più successo e molti, soprattutto molte, pensano più all’apparire che all’essere veramente un top fighter. Ma i video dei match, che ormai sono online in tempo reale, distinguono subito questo fatto, facendoti vedere in maniera chiara il livello di chi si affronta e se sei veramente un campione.

Qual è stato l’incontro più duro della tua carriera? E l’esperienza che ricordi con maggior piacere?

Non ricordo un match duro in particolare, penso sempre che lo siano tutti. Soprattutto è più dura la preparazione, e una volta passata quella l’incontro diventa facile. Ecco, un ricordo bellissimo è stato la vittoria del Torneo di Tokyo e la riconferma del mio Mondiale WAKO l’anno scorso.

Alcune tue “colleghe”, come Gloria Peritore e Jleana Valentino, si sono cimentate anche nelle MMA. Tu hai mai preso in considerazione questa ipotesi? Ti vedremo mai combattere in gabbia?

Mi piacerebbe, ma.. È complicato, soprattutto per gli allenamenti, incastrare tutto con il mio lavoro. La preparazione è veramente tosta, vediamo, ma non so effettivamente cosa rispondere. Dovrei solo lottare e lasciare stare match in piedi per un po’, e non me la sento ecco.

C’è qualche atleta in particolare che vorresti affrontare in futuro? E invece, con chi faresti volentieri un rematch?

Più che atleta da affrontare, mi piacerebbe partecipare ad un evento bellissimo quale il Glory, sogno di tutti i fighter, ma non c’è la mia categoria di peso, quindi.. I rematch sono impossibili, in Italia sono tutte brave a parlare solo sui social.

Ti lascio un ultimo spazio per ricordare a chi ti segue i tuoi prossimi appuntamenti, sia sul ring che in eventuali stage o iniziative varie.

Il 15 dicembre invito tutti al mio stage di Milano, nella palestra dove lavoro, Montenero Boxing Club.

Per quanto riguarda i miei prossimi impegni agonistici, saranno sicuramente il Mondiale Enfusion a Roma il 23 marzo, sempre nel K1 a 50kg, con la scozzese Amy Pirnie, organizzato dall’amico Alessio Smeriglio. Il 23 aprile un match ancora in Francia, contro Fatima Basnir. Inoltre sono già stata sfidata per il Titolo WAKO, in Brasile, nel nuovo anno, dove sfiderò la neo campionessa panamericana Lailane Mota. Insomma, sarà una bella stagione per me.
Inoltre ringrazio la Thunder Gym per la quale combatto, dove mi preparo con i M^ Brenna, Castoldi e Bertucci e la Montenero Boxing Club, dove lavoro, e il mio preparatore atletico Nicola Colaianni, i miei sponsor Leone per abbigliamento e materiale tecnico, e Fitcenter per gli integratori.

Infine, sono tesimonial di un progetto che promuove l’antiaggressione femminile. Il corso si tiene all’Istituto Gonzaga di Milano, quasi tutti i sabati mattina, fino giugno.

Credit photo: Warrior of Creativity – Maurizio Pavone

 

Vitali: “Bellator un’occasione da all-in. Emozione unica, sarà un match duro”

Luca “The Ace” Vitali (11-4) affronterà a Bellator 211, in scena sabato prossimo a Genova, il croato Luka Jelcic (10-3).

Vitali, pro dal 2011, è reduce da cinque vittorie consecutive, e non perde da quattro anni. E’ uno specialista delle sottomissioni, grazie a cui ha ottenuto 5 dei suoi 11 successi, seguite dai 4 incontri che si è aggiudicato per decision. Nel 2018 è già entrato in gabbia in due occasioni.

Jelcic, scuola SBG Ireland, è reduce da una brutta sconfitta per TKO al primo round proprio in Bellator. In tutti e quattro i match precedenti, però, ha conquistato la vittoria alla prima ripresa. Anche il croato predilige la lotta al suolo (5 i successi via submission), ma allo stesso tempo è dotato di mani molto pesanti (4 vittorie per KO/TKO). In carriera ha già affrontato due italiani, Elia Madau e Danilo Belluardo, sconfitti entrambi al primo round.

L’occasione di combattere in Bellator arriva nel momento migliore della tua carriera?

No, non sono nel momento migliore della mia carriera, sono solo all’inizio della mia carriera. Era arrivato il momento di fare un all-in ed è quello che sto facendo, ma non lo considererei il momento migliore. Piuttosto direi che sto imparando ad esprimermi al meglio, e questa è più una rinascita.

Dieci anni dopo il debutto da fighter, la chiamata nella seconda promotion più importante al mondo. Quanto è importante la gavetta in questo sport? Come giudichi il tuo percorso?

La chiamata di Bellator credo che me la ricorderò per sempre. Giravano un sacco di voci di corridoio ma non si capiva realmente quanto fosse ufficiale. Quando ho avuto l’ufficialità è stata una figata. Un mix di adrenalina e tensione che non saprei descriverti. La gavetta è importante per l’esperienza che ti dà, fare le cose di fretta non porta mai molto lontano. A me la gavetta ha aiutato a non rimanere “scottato” a livello emotivo dall’ adrenalina che ti dà questo sport. Il mio percorso mi ha reso tutto ciò che sono e non posso fare altro che rispettarlo molto. L’unica cosa di cui mi dispiace è che è stato purtroppo rallentato da un po’ di infortuni, che mi hanno tenuto per forza lontano dalla gabbia.

Jelcic è un avversario ostico. Ha mani pesanti, ma è anche uno specialista nelle sottomissioni: un atleta completo. Tecnicamente, cosa pensi di lui? Che tipo di incontro ti aspetti?

Mi aspetto un incontro sicuramente interessante. Lui è molto forte e mi aspetto un match duro, di certo non una passeggiata.

Assisteremo ad una battaglia al suolo?  Secondo te il match andrà ai punti o finirà prima del limite?

Lo scopriremo il 1 dicembre come sarà questo match.

Recentemente ti sei allenato per una settimana al Gloria Fight Center. Soddisfatto dell’esperienza? È stato utile ai fini della preparazione?

È stata una settimana intensa e loro mi hanno trattato come un figlio e come un fratello. Dall’anno scorso ho iniziato a muovermi per studiare, e devo dire che ogni palestra in cui entro mi lascia sempre tanto.

Hai esordito da pro giovanissimo, appena 19enne, nel 2011. Com’era la situazione delle MMA italiane quando hai iniziato? In cosa sono cambiate in questi anni?

Quando ho iniziato io le MMA in Italia non avevano la fama che hanno adesso, eravamo davvero pochi atleti! Sono felice di vedere che questo sport sta prendendo piede nel nostro paese, abbiamo fighter che sono sempre più forti!

Luca Vitali non si dedica solo alle arti marziali, ma anche al fitness e alla preparazione atletica: è istruttore di diverse discipline e personal trainer certificato. Per informazioni e per seguirlo nel suo percorso da atleta: lucatheacevitali.com, Luca “The Ace” Vitali (Pagina Fb), @theacevitali (Account Instagram).

 

 

Amedovski: “Sono pronto, ho preparato diverse strategie in tutti i campi”

Alen Amedovski (7-0) sabato prossimo tornerà in azione contro il francese Ibrahim Mané (7-1) a Bellator 211, in scena a Genova.

Amedovski riabbraccia Bellator dopo la convincente vittoria contro Will Fleury. Il fighter macedone ha ottenuto 6 successi per TKO e uno, l’ultimo, per KO. Cinque di questi sono arrivati al primo round. Statistiche impressionanti per un atleta che ha nella potenza dei colpi uno dei suoi punti di forza, insieme a un grappling da non sottovalutare.

Mané è reduce da due vittorie negli ultimi tre incontri. Ha conquistato 4 successi per KO/TKO, 2 via submission e uno dopo il verdetto dei giudici. La sua unica sconfitta l’ha subita tramite decision. Arriva dalla Extreme Fighting Championship (EFC), la promotion sudafricana di cui è campionessa la nostra connazionale Chiara Penco.

Abbiamo contattato Amedovski per rivolgergli qualche domanda sul match. Ecco le sue sensazioni in merito.

Il tuo avversario è un fighter completo, pericoloso sia in piedi che a terra, con una sola sconfitta in carriera. Che tipo di incontro ti aspetti?

Mi aspetto il match vada così come lo abbiamo studiato, ci lavoriamo da 6-7 settimane. Andrà come deve, ovvero come abbiamo pianificato.

Nel tuo ultimo incontro, vinto proprio in Bellator contro Fleury, l’irlandese aveva subito cercato di portarti al suolo per sfuggire alla pesantezza dei tuoi colpi. Pensi che anche Mané abbia preparato un gameplan simile?

Certamente, Fleury voleva portarmi a terra, ma anche in quell’occasione ce lo aspettavamo perché lo abbiamo studiato molto durante la preparazione. Grazie al lavoro fatto con il mio team sapevo esattamente cosa aspettarmi da lui. Ero pronto per rialzarmi se mi avesse portato al suolo, sapevo tutto nel dettaglio. Sono pronto per chiunque, se anche Mané vorrà portarmi al suolo, poi vedremo quali saranno le conseguenze. Sono preparato per tutto quello che potrebbe fare, anche si mettesse a volare sarei pronto a prenderlo!

In carriera hai sempre vinto per KO/TKO, mentre l’unica sconfitta di Mané è arrivata via Decision. Hai visto i suoi incontri? Credi che abbia un mento particolarmente solido oppure non ha mai affrontato un fighter con il tuo KO power?

Poco importa che Mané abbia perso una volta sola per decisione dei giudici, io farò il mio. Mi baso sempre su diversi piani di lavoro e strategie multiple, per cui se non dovesse venirmi una tecnica, opterò per un’altra. Ovviamente entrerò in gabbia per vincere.

Non sei mai andato oltre la seconda ripresa, mentre il tuo avversario ha lasciato in due occasioni il verdetto nelle mani dei giudici: pensi che questo potrebbe avvantaggiarlo se il match dovesse arrivare al terzo round?

Sono pronto a fare 10 round. Davvero, sono preparato in ogni aspetto, anche nel caso in cui il match dovesse andare alla distanza. Non mi preoccupa arrivare alla terza ripresa, so quello che devo fare, e sabato prossimo lo vedrete tutti.

Hai mostrato un’ottima difesa dai tentativi di portarti a terra nell’incontro con Fleury, ma Mané ha vinto due incontri per Submission. Ritieni che il vostro grappling sia allo stesso livello?

Mi alleno con alcuni tra i migliori al mondo, sia nella lotta che nello striking, perciò non temo il grappling del mio avversario. Non è importante quello che penso io, ma quello che accadrà in gabbia, e sabato prossimo sarà chiaro a tutti!

 

Baneschi: “Avversario ostico, ma io sono pronto. Venator FC top in Italia”

Abbiamo contattato Davide Baneschi (13-6), secondo classificato nei ranking italiani di MMA nella sua categoria, quella dei pesi gallo, in vista del suo prossimo impegno.

Baneschi combatterà sabato nel co-main event della promotion finlandese CAGE, in occasione della card CAGE 45, contro Janne Elonen-Kulmala (15-7-1). Elonen-Kulmala ha già disputato sette incontri in CAGE, con un bilancio di 5-2: sarà il beniamino di casa. Tuttavia, l’atleta filandese non vince da due anni, in cui ha collezionato tre sconfitte e un pareggio.

Da parte sua, Baneschi è reduce da tre vittorie negli ultimi quattro incontri, e nel 2018 ha sempre vinto. Ecco le sue dichiarazioni a Spirito guerriero.

Il mio avversario è un fighter molto ostico, credo che le ultime sconfitte che ha subito non influiscano sulle sue capacità. Lo ritengo un atleta solido, pericoloso sia nello striking che nel ground game. Io vengo da una serie positiva, sono in un’ottima condizione. Ho svolto una bella preparazione, mi sento in forma e penso che farò un gran match. Non so dirti come si svolgerà l’incontro perché non sono un indovino. Quello di cui sono convinto è che, qualunque sia la direzione che prenderà l’incontro, farò del mio meglio per portare la vittoria a casa. Sono pronto per affrontare qualsiasi situazione all’interno della gabbia.

Interpellato sul livello delle promotion italiane rispetto a quelle estere, l’atleta del Rendoki Dojo ha risposto:

In Italia c’è una bella crescita in questo settore. Alcune promotion ormai sono a livello di quelle straniere, altre no. Ora come ora, Venator FC è l’organizzazione che più mantiene gli standard alti come quelli degli eventi all’estero. Ti ospita in alberghi a 4 e 5 stelle, in cui ti fa alloggiare già un paio di giorni prima dell’incontro. Ti fa fare il peso a un orario decente, ti tratta da vero professionista. Il loro staff non ti fa mancare niente e ti asseconda in ogni richiesta.

Credit photo: Calibian Sports Management

Jeremy Horn su Spirito Guerriero: “Combattevamo per il semplice fatto che amavamo farlo!”

Il 5 marzo 1999, nell’evento di UFC 19 dal suggestivo titolo “Ultimate Young Guns”, Chuck Liddell andò incontro alla sua prima sconfitta nell’ottagono. Fu proprio una “giovane arma” del Nebraska a fermarlo, un ventiquattrenne con i capelli rasati e una faccia da bravo ragazzo che contrastava non poco con il rude aspetto di “The Iceman”, con i suoi tatuaggi e l’iconico taglio alla moicana. Forse per questo suo fisico apparentemente innocuo, che celava in realtà un’indole guerriera senza pari, forse per le sue prodezze tecniche a dir poco stupefacenti, Jeremy Horn entrò subito nel cuore dei fan. Un vero pioniere delle MMA e uno dei fighter più prolifici nella storia, oggi, a 43 anni di età, neanche lui stesso riesce a ricordare con esattezza quanti incontri abbia disputato. Nei suoi 19 anni totali di carriera non c’è avversario che non abbia affrontato, non c’è promotion nella quale non abbia mostrato il suo coraggio e le sue abilità, spinto solamente dal suo coraggio e da un amore infinito per questo sport. Da incontri a mani nude in squallidi parcheggi e magazzini, a tornei di valetudo nei palazzetti di mezza america, fino alle arene giapponesi traboccanti di fan in delirio, Jeremy è uno dei pochi lottatori a poter dire di aver vissuto in tutto e per tutto questo sport, in ogni sua singola sfaccettatura. Di questo e molto altro ancora ce ne ha parlato in un’intervista esclusiva, senza precedenti, che sono sicuro farà ricordare con nostalgia la “old school” delle MMA.

Ciao Jeremy, è un grande onore averti qui. Il tuo record ufficiale è incredibile: 91 vittorie, 22 sconfitte, 5 pareggi e 1 no contest, e dichiari di aver combattuto in centinaia di altri match non registrati. Come mai hai deciso di fare il tuo debutto in uno sport che all’epoca (1996) stava ancora emergendo ed era così poco conosciuto? Chiaramente non l’hai fatto per fama o per soldi.

Ho iniziato perché mi allenavo e sembrava divertente. È davvero così semplice. Mi è sempre piaciuto allenarmi, quindi questa è stata l’occasione per provarlo per davvero e sotto controllo e sicurezza. Una volta che l’ho fatto mi sono innamorato e non mi sono mai più guardato indietro.

Hai debuttato nel 1996 combattendo in un magazzino di Atlanta contro un tale Rick Graveson, un incontro che hai vinto per leva al braccio in meno di due minuti. Era la prima volta che lottavi a contatto pieno oppure avevi avuto altre esperienze precedenti, ad esempio nei combattimenti di strada? Quali emozioni hai provato realizzando che stavi per entrare nel tuo primo match?

Mi allenavo in una palestra locale. Ho iniziato quando mio fratello ha visto una dimostrazione in una fiera locale e l’ho semplicemente seguito. Quell’incontro con Rick è stata la mia prima volta. Non ero mai stato coinvolto in un combattimento per strada. Le emozioni erano strane perché non sapevamo davvero in cosa stessimo entrando. Piuttosto stavo solo seguendo la corrente. Basandomi sul mio allenamento ritenevo di essere abbastanza bravo, ma in realtà non avevo un vero metro di paragone.

Nel terzo match della tua carriera hai subito la tua prima sconfitta ufficiale per mano di Mark Hanssen. È stato difficile gestirla? Cosa ti ha attraversato la mente in quel momento?

Quando ho perso quell’ incontro è stato come aprire gli occhi. Fino ad allora, per qualche ragione, pensavo di essere l’unico a conoscere quello che conoscevo io. Quando mi ha preso nell’armbar mi sono reso conto che ANCHE ALTRE PERSONE FANNO BJJ!

Hai fatto parte di uno dei team storici della MMA: il Pat Miletich Fighting System, casa di leggende del calibro di Matt Hughes, Jens Pulver, Tim Sylvia, Robbie Lawler e tanti altri. Come sei entrato in contatto con Pat e perché hai deciso di rimanere con lui? Com’era allenarsi ogni giorno insieme a tutti questi grandi campioni?

Ho incontrato Pat per la prima volta quando ho combattuto contro Mark Hanssen. Erano compagni di allenamento. Dopo quell’ incontro sapevo di aver bisogno di più indicazioni per migliorare. Lui era l’unico che conoscessi ed era vicino. È stata una decisione facile e si è rivelata buona. Per quanto riguarda l’allenamento con i ragazzi, non ho mai pensato che fossimo i migliori. Eravamo solo dei ragazzi che si allenavano insieme e si divertivano.

Nel maggio 1998, con un record di 9-2-3, hai debuttato in UFC contro uno dei lottatori di arti marziali miste più forti di sempre: Frank Shamrock, detto “La Leggenda”. Frank era il campione in carica dei pesi medi UFC (oggi mediomassimi) e all’epoca aveva un record di 16-7-1. Come sei riuscito a resistere per oltre quindici minuti contro un avversario tanto duro e molto più esperto di te?

Quando ho ricevuto la chiamata per quel combattimento mi è sembrato piuttosto semplice. Frank aveva appena battuto Kevin Jackson e Igor Zinoviev, entrambi in meno di un minuto. Il mio unico obiettivo era durare più di un minuto. Sapevo di poterlo fare. Nessuno mi può battere in meno di un minuto.

Dopo una sconfitta contro Ebenezer Fontes Braga nell’ottobre dello stesso anno, nei tuoi dieci incontri successivi hai accumulato un record di nove vittorie, nessuna sconfitta e un pareggio, e poi sei tornato in UFC. Era UFC 19 dove hai affrontato la leggenda come Chuck Liddell. Non solo sei l’unico fighter ad averlo mai sottomesso in un incontro di MMA, ma ancora meglio lo hai fatto in modo spettacolare con triangolo di braccia dalla guardia che gli ha fatto perdere i sensi! A quei tempi Chuck era una bestia e aveva da poco massacrato il mito del valetudo Jose Pelè Landi. Qual è stato il segreto per riuscire ad eseguire una tecnica così particolare contro di lui?

Stavo solo cercando di sopravvivere. Ero ancora un novellino nonostante la mia esperienza nel mondo dei combattimenti. Sono sempre stato in grado di rimanere abbastanza calmo così ho continuato a lavorare per portarlo a terra. Sapevo di poterlo tirare giù  e di salire in monta. Quando ha spinto verso di me cercando di ribaltarmi, è praticamente caduto tra le mie braccia.

Nel settembre del 2003 hai partecipato al torneo “Global Domination” dell’IFC dove hai sconfitto prima Mikhail Avetisyan e poi il futuro campione del mondo UFC Forrest Griffin, perdendo per una controversa decisione arbitrale la finale contro Renato “Babalu” Sobral. Hai mostrato alcune delle tue migliori abilità quella sera, come il knockout per head kick contro Griffin o il triangolo con cui hai quasi sottomesso, nel corso di una vera e propria battaglia, la cintura nera di Bjj Babalu. Parlaci di quell’evento. 

Quel torneo è stato il mio preferito. Pensavo di aver combattuto davvero bene. La mia rovina è stata che, andando in finale, sapevo che Babalu era ridotto davvero male mentre io ero fresco. Ho immaginato che tutto ciò che dovevo fare fosse rimanere calmo e che prima o poi lui sarebbe crollato a causa di quello che aveva passato. Era un duro e ha semplicemente continuato a spingere. Ritengo che se avessi attaccato un po’ più forte avrei potuto finalizzarlo ma ho continuato a pensare che sarebbe andato giù e basta.

Sei un peso medio naturale ma durante la tua carriera hai combattuto anche nelle divisioni dei massimi e dei mediomassimi, una categoria, quest’ultima, nella quale sei stato addirittura campione per la celebre promotion King of the Cage. Quanto è difficile combattere con qualcuno che pesa dieci, venti chili più di te, e come mai hai deciso di lottare in queste categorie?

Una grande differenza di peso non mi ha mai preoccupato. Ho sempre cercato di concentrarmi su una buona tecnica, quindi trovarsi in inferiorità per peso e forza non mi ha mai importato molto.

Nelle tue 91 vittorie hai finito 63 avversari per sottomissione e 16 per knockout. Ovviamente sei un esperto nella lotta a terra: la leva al braccio che hai utilizzato contro Chael Sonnen ad UFC 60 è stata piuttosto spettacolare e, inoltre, sei stato tu stesso ad insegnare a Matt Hughes l’armbar con il quale ha sconfitto GSP nel loro primo match. Tuttavia hai anche mani molto pesanti, come hai dimostrato contro Daiju Takase o il già citato Forrest Griffin. Come descriveresti il ​​tuo stile e i tuoi punti di forza?

Sono sempre stato molto di più grappler che uno striker ma per essere completo devi allenarti in tutto. Mentre progredivo e miglioravo nella lotta in piedi questo ha iniziato a venire fuori nei miei combattimenti.

Ho letto che quando hai affrontato Gilbert Yvel al Pride, prima dell’evento tu e gli uomini del tuo angolo vi eravate messi a giocare sparandovi a vicenda con armi da softair per le strade di Tokyo. Come potevi essere così rilassato quando sapevi che in poche ore avresti dovuto affrontare un fighter spaventoso come Gilbert?

In quel periodo della mia carriera combattere era una seconda natura per me. Era solo questione di allenamento, che amavo, e poi di fare l’incontro, che amavo ugualmente. Non c’era motivo di essere nervosi. Era solo un altro giorno passato a fare ciò che amavo.

Ti chiamano Gumby, come il personaggio di un vecchio show televisivo per bambini che era fatto di argilla. Come mai ti hanno dato questo soprannome?

Penso che durante il mio combattimento contro Frank Shamrock Jeff Blatnick (medaglia olimpica e all’epoca commentatore UFC) mi abbia chiamato in quel modo. Frank mi aveva preso la testa e io chiamai guardia piegandomi il collo in una brutta posizione. Jeff disse “Jeremy Horn è un Gumby!”. È rimasto. Non è mai stato un soprannome che mi piacesse ma immagino che sia così che funzioni con i nickname. Non li scegli, vengono scelti loro per te.

Sei stato coinvolto in numerosissime battaglie contro i più grandi campioni di ogni tempo: Dan Severn, Travis Fulton, Kiyoshi Tamura, Randy Couture, Anderson Silva, Minotauro Nogueira, Ricardo Arona, hai sconfitto Chael Sonnen per ben tre volte e la lista potrebbe continuare all’infinito! Quale è stato l’avversario più forte che tu abbia mai affrontato e perché?

Non mi è mai importato contro chi dovessi combattere. Ho sempre amato combattere e basta. Come ho detto prima, penso che il torneo con Forrest e Babalu sia stata la mia serie preferita di incontri. Ho combattuto diversi match duri e non credo di poterne scegliere uno solo.

Hai combattuto sia nelle piccole promotion americane sia nelle più grandi organizzazioni di arti marziali miste al mondo: UFC, WEC, PRIDE, Bellator, Pancrase, IFL, KOTC, IFC. Qual è stata la tua preferita? Sono sicuro che hai un sacco di storie incredibili sugli anni nei quali hai lottato in lungo e in largo per tutti gli Stati Uniti. Qual è la situazione più strana in cui sei mai stato coinvolto?

Ho sempre amato lottare per le promotion giapponesi. Ti trattano in modo diverso rispetto agli altri eventi. In Giappone sei trattato come un guerriero rispettato che è disposto a farsi male per intrattenere la folla, e ti amano per questo. In altri show ti trattano come un animale da circo. Non tutti sono così, ma ce ne sono troppi. Sono sempre stato relativamente timido in pubblico, quindi non ho molte storie. Penso che le armi da softair in Giappone siano probabilmente state una delle cose più “selvagge” che io abbia mai fatto. Non troppo selvaggia in realtà.

Qual è la tua eredità come combattente?

Penso, e spero, di essere stato in grado di mostrare al mondo che un tipo comune può competere con chiunque se si allena abbastanza duramente e nel modo giusto. Non devi essere un super atleta per essere bravo in questo. Devi solo volerlo abbastanza.

So che attualmente stai allenando lottatori a Salt Lake City con l’Elite Performance, il team che hai fondato. Che cosa fai oggi e quali sono i tuoi piani per il futuro?

Sono ancora il ragazzo che ero quando ho iniziato. Adoro giocare ai videogiochi. Sto cercando di avviare una pagina su Twitch.tv. Sono un grande amante degli animali: ho tre bassotti. Sono un po timido, preferisco stare da solo o in piccoli gruppi. Fondamentalmente sono ancora solo un ragazzino.

Il tuo ultimo incontro è stato nel novembre del 2015 contro Egidijus Valavicius, 19 anni e 119 combattimenti dopo il tuo debutto da professionista. Oltre a Dan Severn e Travis Fulton, sei forse l’unico lottatore ad aver disputato più di cento incontro nella propria carriera. Cosa ti ha permesso di combattere così frequentemente e per così tanto tempo? Sei ufficialmente in pensione o forse ti vedremo sul ring ancora una volta?

Penso che la mia longevità possa essere attribuita al mio stile così come alla mia naturale durabilità. Ho sempre combattuto con l’obiettivo di finire il più velocemente possibile. Non cerco di farlo per l’intrattenimento dei fan. Sono anche abbastanza duro a livello fisico. Genetica fortunata, credo. Per quanto riguarda combattere, penso che potrei avere ancora qualcosa in me ma ho anche molte altre cose sul mio piatto.

Segui ancora le MMA? Chi è il tuo combattente preferito?

Le seguo un po’ ma con così tante persone che combattono oggi è difficile tenere il passo. Sono davvero interessato solo ai ragazzi che si distinguono per l’abilità che hanno. Non mi interessa chi dice cosa, o chi ha il taglio alla moicana viola più grosso. Mi interessa chi mostra più abilità nel ring. Non mi interessa vedere due ragazzi che stanno lì a colpirsi l’un l’altro alla cieca più di quanto non mi interessi vedere qualcuno eseguire un takedown e restare lì per tutto il combattimento. Sono molto impressionato da gente come Conor, ovviamente, che sa colpire con precisione. O Khabib, che può mettere così tanta pressione su qualcuno da farlo crollare. Mi piacciono anche tipi come Demian Maia. Tutti sanno esattamente qual è il suo piano ma comunque non riescono a fermarlo. Questo è fantastico secondo me.

Tu appartieni ad un’epoca nella quale ad ogni singolo combattimento i lottatori entravano nella gabbia con la mentalità di “uccidere o essere uccisi”. Quale pensi che sia la grande differenza tra voi e i fighter di oggi?

Molti dei lottatori oggi stanno entrando in questo sport perché pensano sia un modo semplice per fare soldi. Questo non potrebbe essere più lontano dalla verità. I soldi sono molto lontani. Se non ami questo gioco per i suoi meriti, non avrai mai il coraggio di continuare con esso per il tempo necessario a diventare bravo e magari guadagnare un po’ di soldi. Quando abbiamo iniziato noi non c’erano soldi. Lo abbiamo fatto tutti perché lo amavano.

Sei mai stato in Italia? Sarebbe meraviglioso vederti qui un giorno per tenere un seminario.

Sono stato a Roma una volta e l’ho adorata. Dopo un mio combattimento in Irlanda per l’UFC, la mia ragazza e io abbiamo fatto una deviazione per visitarla. È stato stupefacente. La storia e l’età sono molto umilianti e incutono soggezione. L’idea che la città abbia quasi tremila anni mentre gli Stati Uniti appena duecento è semplicemente incredibile. Mi piacerebbe molto tornare e visitarla di nuovo. Un seminario sarebbe fantastico. Ringrazio sempre tutti i fan che ho là fuori perché senza i fan non sarei in grado di essere pagato per fare lo sport che amo. Sono molto fortunato. Grazie a tutti.

A CURA DI FABIO SPANGARO

Pietrini: “Sono il welter migliore in Italia. Pronto a fare la guerra, l’orso è tornato!”

Giorgio “The Italian Bear” Pietrini (14-4) è finalmente pronto a tornare in azione dopo un lungo periodo di stop forzato.

Considerato uno dei più promettenti pesi welter italiani, Pietrini riprenderà la sua carriera da Bellator 211: Sakara vs Kauppinen, in scena all’RDS Stadium di Genova sabato 1 dicembre.

“The Italian Bear”, che nel 2017 ha collezionato 3 vittorie consecutive e un pareggio nella storica battaglia contro Stefano Paternò, affronterà il bosniaco Nemanja Milakovic (5-3), reduce da tre successi negli ultimi tre match e imbattuto da due anni.

L’atleta livornese è un fighter completo: ha ottenuto la maggior parte delle sue vittorie per KO/TKO, ma si è aggiudicato anche ben 4 incontri via submission e altrettanti per decision.  Da parte sua Milakovic ha conquistato 3 successi su 5 per KO/TKO, e i restanti due via sottomissione.

Ecco le parole di Pietrini sull’incontro che lo aspetta a Bellator Genova e sul suo atteso ritorno in azione.

Torni dopo più di un anno dalla tua ultima apparizione in gabbia. Come hai vissuto questo periodo? Quali sensazioni provi in merito al tuo rientro?

Innanzitutto grazie per l’intervista. Non vedo l’ora di rientrare, sono davvero felice in questo momento. Restare un anno fermo ai box è stato veramente duro, ma adesso sono pronto a tornare in gabbia dopo l’inferno che ho passato. Sono più voglioso e motivato che mai.

Non hai mai chiarito quale tipo di infortunio tu abbia subito. Vuoi essere più specifico o aggiungere qualcosa che non hai mai detto su questi mesi di stop?

Non aggiungo niente in merito. E’ stato un periodo buio, ma nel quale sono cresciuto molto. Adesso sono pronto a dimostrare a tutti quanta fame può provare un orso!

Veniamo all’incontro di Bellator. Il tuo avversario è reduce da tre vittorie consecutive, ottenute tutte prima del limite. Tecnicamente, cosa pensi di lui? Che match ti aspetti?

Non sono interessato al mio avversario. E’ un bravo combattente, ma io sono pronto e questo è quello che conta. Ho delle motivazione che vanno ben al di là di un singolo match, mi sono allenato duramente per questo rientro e lo dimostrerò a tutti.

La differenza tra i vostri record è notevole. Ti senti favorito?

No, non mi sento favorito. Il mio avversario è un buon fighter, lo rispetto e sono pronto a fare una guerra!

Credi che l’incontro si concluderà prima del limite? Entrambi avete conquistato vittorie sia per KO/TKO che per sottomissione: sarà una battaglia in piedi oppure prevarrà la lotta a terra?

Sarà una battaglia, ne sono convinto, e lo spettacolo ne guadagnerà molto. Penso che si rivelerà un grande incontro, sotto tutti i punti di vista: striking, wrestling, e grappling.

Cosa pensi della situazione attuale dei pesi welter in Italia? Credi sia cambiato molto in quest’ultimo anno?

In italia ci sono ottimi welter, ma io sono il migliore e lo dimostrerò il primo dicembre. “The Italian Bear” is back!

Bellator per molti fighter è un traguardo, per te è un punto di ripartenza. Cosa dobbiamo aspettarci dal ritorno di Giorgio Pietrini, sia in questo match che in generale?

Non aspettatevi niente da me, semplicemente venitemi a vedere in azione il primo dicembre a Genova, e vedrete di che cosa è capace un orso affamato!

Pugliesi: “L’esperienza di Fusi? Uno dei suoi punti di forza, ma non la temo”

Walter “Kraken” Pugliesi (4-0) combatterà contro Andrea Fusi a Bellator 211: Sakara vs. Kauppinen, programmato per sabato 1 dicembre all’RDS Stadium di Genova.

Pugliesi è uno dei prospect più interessanti della nostra penisola, capace di catturare l’attenzione di molti appassionati per la spettacolarità dei suoi incontri, tutti terminati alla prima ripresa, 3 vinti per TKO e l’ultimo via Submission in soli 41 secondi.

Ma non sono solo i risultati sportivi a parlare per lui: “Kraken” non si fa scrupoli a dire quello che pensa, così come avvenuto quando ha dichiarato guerra ai pesi welter italiani.

Il 1 dicembre incrocerà i guantini con Fusi, un atleta con un lungo passato in Venator, protagonista di diverse battaglie che ne hanno arricchito l’esperienza. Un’occasione fondamentale che Pugliesi vuole sfruttare per continuare la sua ascesa fin qui travolgente. Ecco le sue dichiarazioni a Spirito guerriero.

Pensi che l’incontro con Fusi, in una cornice prestigiosa come quella del Bellator, sia il primo vero test della tua carriera? Come ti senti a riguardo?

No, ogni match che ho combattuto è stato un vero e proprio test a suo tempo e in quel momento! Bellator è senz’altro una grossa opportunità sia per me che per il mio avversario. A riguardo di questa fantastica chance mi sento e voglio continuare a sentirmi ottimista.

Fusi registra quattro sconfitte nel suo record, ma contro fighter del calibro di Stefano Paternò (che in precedenza aveva anche battuto), Pietro Penini, Angelo Rubino e Orlando D’Ambrosio. Temi l’esperienza di Fusi? Credi che il valore di un fighter lo facciano anche gli atleti che affronta?

Sicuramente il valore di un fighter è dato dai suoi risultati sportivi in termini di come ha svolto le sue performance, ma anche contro chi le ha svolte. Una sconfitta rimane sempre una sconfitta, anche se i più laboriosi ne fanno tesoro per imparare. In ogni caso non temo la sua esperienza, ma so che sarà uno dei punti di forza sui quali dovrò mantenere un occhio vigile e di riguardo in più.

Sia te che “Il barbaro” avete sicuramente mani pesanti: 3 vittorie per KO/TKO a testa. Vi confronterete soprattutto in piedi?

Questo si vedrà..

Dopo la tua dichiarazione di guerra ai welter italiani, Fusi ti aveva risposto indirettamente con un meme ironico raffigurante Napoleone Bonaparte, con la scritta “Dichiaro guerra alla Russia”. In quel momento stavate già organizzando il vostro incontro oppure le trattative sono nate proprio da lì?

Sinceramente non ne sapevo nulla..Beh, scelta ironica molto simpatica e pungente , mi complimento con Andrea per il senso dell’umorismo. Vedremo se il mio cavallo bianco mi accompagnerà verso la cima della collina.

Su Facebook, in risposta a Daniel Wolak, qualche tempo fa hai scritto: “Se le cose vanno come devono a febbraio mi vedrai combattere per il titolo di Italian Cage Fighting”. Confermi? Ti vedremo presto combattere per il titolo ICF?

Non posso dirlo, ora come ora non ne ho proprio idea. Quando scrissi quello che hai citato non avevo ancora ricevuto la notizia che avrei combattuto in Bellator. Vittoria permettendo, per quanto riguarda il mio percorso sportivo, non so come andranno le cose in un futuro breve. Se posso esprimermi, mi piacerebbe prolungare la mia permanenza nel roster di Bellator.

Credit photo: Fabio Barbieri