Blandamura: “Sono pronto, conta la sostanza. Giovedì scriverò il mio futuro”

Giovedì 11 luglio, al Foro Italico (Stadio Nicola Pietrangeli) di Roma, si accenderanno i riflettori sulla grande boxe italiana.

Tornano infatti le riunioni di prestigio promosse da OPI Since 82, Matchroom Boxing Italy e DAZN. In questa occasione il main event vedrà impegnati il nostro connazionale Emanuele “Sioux” Blandamura (29-3) contro l’inglese Marcus Morrison (20-3) in un incontro valido per il titolo vacante WBC International Silver dei Pesi medi.

Il match sarà il momento clou di una serata che avrebbe dovuto vedere sul ring anche il fiorentino Fabio “Stone Crusher” Turchi (17-0) opposto a Tommy McCarty (14-2) per la cintura WBC International Cruiserweight, al momento detenuta da Turchi. Purtroppo il pugile toscano si è infortunato al bicipite destro una decina di giorni fa e oggi l’incontro è definitivamente saltato.

Infine il boxeur ucraino Serhiy Demchenko (24-14-1) inaugurerà la main card affrontando nuovamente il francese Hakim Zoulikha (26-10), già battuto nel 2017 quando era in palio lo stesso titolo, e cercando così di riconquistare la cintura EBU dei Pesi massimi leggeri, ora vacante.

Ma non solo: sull’importante palcoscenico avranno la loro occasione anche Mirko Natalizi (5-0), Sebastian Mendizabal (2-0), Emiliano Marsili (37-0-1), che in carriera ha già conquistato diversi titoli sia italiani che europei oltre ad una cintura intercontinentale e una mondiale, Vincenzo Bevilacqua (15-0), già campione italiano e detentore del titolo WBC Mediterraneo, e Valentino Manfredonia, al suo esordio nel professionismo.

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Il poster dell’evento. (Credits: DAZN)

Per chi segue la boxe, Emanuele Blandamura ha bisogno di poche presentazioni. Friulano, classe 1979, ha sostenuto 32 incontri in carriera con un bilancio di 29 vittorie, di cui 5 per KO, e 3 sconfitte. Nell’aprile dell’anno scorso ha avuto la chance mondiale per il titolo WBA dei Pesi medi contro il forte campione in carica Ryota Murata, venendo sconfitto per TKO all’ottavo round.

Tornando indietro nel tempo, il suo palmares complessivo è ricco: nel 2007 ha conquistato il titolo di Campione WBC del Mediterraneo, successivamente si è laureato anche Campione Internazionale Silver WBC (2012), Campione dell’Unione Europea (2014) e Campione d’Europa (2016) della sua categoria, i Pesi medi. Un pugile di grandissima esperienza e caratura internazionale.

Il suo avversario, Marcus Morrison, 26 anni, ha ottenuto 14 vittorie delle 20 totali per Knockout. Un boxeur dalle mani pesanti che ha perso solo ai punti, 3 volte in carriera. È reduce da quattro vittorie consecutive e ha già combattuto per il titolo WBC International Silver, venendo sconfitto ai punti.

Ecco le sensazioni di Blandamura in merito all’appuntamento di giovedì, e non solo.

Che incontro ti aspetti? Sarà un match tattico oppure finirà in battaglia?

Sarà un incontro totale, a trecentosessanta gradi, sotto ogni aspetto. I match si fanno in due: io sono pronto.

Combatti in casa, nella tua città di adozione, Roma. Quali sensazioni provi in merito?

Sono felice di combattere allo Stadio Pietrangeli davanti a migliaia di persone. Si è registrato il tutto esaurito e se penso che il ring announcer sarà Michael Buffer, una leggenda, che solo a pensarci sorrido, mi dico: davvero stupendo.

È la nona volta in carriera che competi per un titolo. Il tempo ha cambiato il tuo approccio a questo tipo di match? Come ti senti mentalmente?

L’età ti fa capire molte cose, l’esperienza ti rende più maturo. Oggi mi definisco tranquillamente agitato per questo incontro, e non vedo l’ora di salire sul ring.

Hai già conquistato la cintura WBC International Silver nel 2012. Cosa significa per te questo titolo?

Penso che le cinture siano il premio, ma è la sostanza che conta.

Il tuo avversario ha le mani pesanti, ma è leggermente più alto di te. Dovrai essere tu ad accorciare per colpirlo. Come pensi di gestire questo aspetto?

Ho studiato Morrison, ma io non sono per le tattiche maniacali. Credo che bisogna combattere a seconda di chi si ha davanti, ma senza focalizzarsi su una singola strategia.

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Nell’ultimo match disputato a fine aprile, Blandamura ha sconfitto ai punti Nikola Matic (16-40). (Credits: DAZN)

Sei un veterano del ring, mentre Morrison ha 13 anni meno di te ed è all’inizio della carriera. Si prospetta il classico scontro esperienza opposta ad irruenza. Sarà questa la chiave del match?

Gli atleti sono sempre diversi tra loro, ma nella nobile arte tutto si compatta in una parabola perfetta quando si incontrano agilità e potenza. Non so quale sia la chiave, ma io sono pronto: questa è l’unica cosa che mi sento sicuro di dirti.

Morrison ha perso un paio di incontri in modo inaspettato, contro avversari con record negativo o decisamente alla sua portata. Hai studiato questi match? 

Sì, li ho visti. Non credo che sia un grave problema, si può vincere e perdere, questa è la boxe. Io davanti a me ho un avversario valido, e darò il meglio di me per batterlo.

Quanto è importante il contributo che OPI Since 82, Matchroom Boxing Italy e DAZN stanno dando per rilanciare il pugilato italiano? 

Il mio manager Cristian Cherchi è una persona che dà sempre il meglio. Anche negli anni “bui” ha cercato di fare grande questo sport, è il suo lavoro. Infatti oggi, grazie a questo accordo non facile con le sigle che hai citato tu, Cristian ha saputo dare una luce importante e diversa alla boxe. È sempre il primo a metterci passione e impegno, insieme alla sua famiglia di grandi manager.

Ti abbiamo visto anche nelle vesti di opinionista e inviato a bordo ring per DAZN. Come giudichi questa esperienza?

Mi diverto molto e se l’impegno paga, allora vorrà dire che per un dopo carriera sarò pronto ad affiancare definitivamente i miei amici di DAZN. Ma ne parleremo quando sarà il momento.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

Il mio futuro lo scriverò giovedì 11 luglio.

Spazio ai ringraziamenti.

Vorrei ringraziare te per la possibilità di poter esprimere il mio pensiero. Ringrazio anche tutto lo staff medico: il professor Sanguigni per i test che abbiamo fatto, il dottor Andrea Melini per la fisioterapia, il dottore Carmine Orlandi e lo staff per la nutrizione, il dottor osteopata Alessandro Benevento, lo psicologo Luigi Arsi per il supporto mentale. Grazie al mio angolo: al Maestro Agnuzzi, al Secondo Federico Giorgi, al preparatore Antonello Regina. Poi, la mia famiglia: nonna Isabella, zia Teresa, zio Moris, mia cugina Giulia, mamma Teresa e papà Nicola. Le persone speciali: la mia ragazza Veronica e mio nonno Felice, di nome e di fatto.

Da parte sua Morrison ha dichiarato in conferenza stampa: “Questo è l’incontro che volevo, ringrazio tutti quelli che hanno lavorato per renderlo concreto. Sono pronto, onestamente penso che sia il mio momento. È davvero emozionante combattere a Roma in un grande palcoscenico. Vi farò vedere cosa sono in grado di fare”.

L’evento sarà trasmesso in diretta su DAZN a partire dalle 19.30 di giovedì. Ecco la card completa direttamente dal sito della FPI:

Card
Credits: http://www.fpi.it

Scardina vs. Goddi: le parole dei protagonisti e tutte le info sull’evento

Torna la grande boxe italiana promossa da OPI Since 82, Matchroom Boxing Italy e DAZN.

L’incontro tra i Pesi supermedi Daniele “King Toretto” Scardina (16-0) e Alessandro “Highlander” Goddi (35-4-1) per il titolo internazionale IBF andrà in scena domani sera all’ex Palalido di Milano, ora Allianz Cloud, storico tempio milanese del pugilato. La cintura IBF è detenuta da Scardina, che l’ha conquistata lo scorso marzo vincendo ai punti contro il finlandese Henri Kekalainen.

“King Toretto”, 27 anni, originario di Rozzano (Milano), si è trasferito a Miami già da diversi anni e si allena alla storica “5th Street Gym” di coach Dino Spencer. Attualmente è imbattuto, con ben 14 vittorie su 16 prima del limite. In carriera ha già conquistato un titolo WBA Fedecaribe.

“Highlander”, 31 anni, è nel pieno della sua maturazione da atleta. Ha ottenuto 17 vittorie per KO. È un pugile di grande esperienza, che vanta 40 incontri da pro: ha combattuto due volte per il Titolo Europeo EBU dei Pesi medi e ha vinto la cintura continentale dei Pesi medi WBA. È reduce da due sconfitte negli ultimi quattro incontri, ma è un pugile ostico e sempre pronto alla battaglia.

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Il poster dell’evento.

Ecco le parole dei due protagonisti direttamente dagli speciali che DAZN ha realizzato per promuovere l’evento.

Alessandro Goddi, nato per sfide come questa.

Una sfida tutta italiana e che si presenta come durissima. Sarà un bel match sicuramente. Il pugilato ha bisogno di questo, non servono a niente gli incontri facili, perchè la vita stessa non è semplice. Io queste sfide così difficili le accetto molto volentieri e le affronto di petto e con il cuore, perchè la mia vita non è stata facile e mi ha insegnato questo.

Successivamente “Highlander” esprime un giudizio tecnico sull’incontro:

Scardina è alto dieci centimetri più di me, io lavorerò a corta e media distanza per cercare di accorciare e ridurre il suo vantaggio nell’allungo. Combatto sempre così, vado sotto, cerco lo scontro e non mi tiro mai indietro.

Il pugile conclude così:

La boxe mi ha dato tanto, anzi tutto: è il mio lavoro e in palestra ho anche conosciuto mia moglie. Sono cresciuto in quartiere difficile di Cagliari, ho indossato i guantoni per la prima volta quando avevo 6-7 anni, grazie a mio nonno. Il quartiere mi ha insegnato tanto, da ragazzino avevo molte tentazioni però ho conosciuto molte persone che mi sostengono ancora oggi. Combattere al Palalido di Milano è un sogno che si avvera.

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Il Face to face tra i due pugili.

Daniele Scardina, da Rozzano per “spaccare”:

Mi fa sempre piacere tornare a Rozzano, dove tutto è iniziato. Vorrei essere un esempio per tutti i ragazzi che coltivano un sogno. Bisogna crederci sempre e avere punti di riferimento che ti spronano a dare il meglio. Più che sul match sono focalizzato sul creare l’evento, non solo combattere ma regalare qualcosa di speciale al pubblico, dare spettacolo.

È importante ricordare sempre da dove si è partiti. Ho vissuto il mio quartiere fino in fondo e in modo molto intenso. Da ragazzo ho fatto molte cose, sia positive che negative: queste ultime però mi sono servite a crescere, mi hanno insegnato tanto e reso la persona che sono oggi.

“King Toretto” poi si esprime sul match:

La preparazione è andata benissimo, alla grande. Ho fatto sparring e lavorato con atleti di alto livello, campioni mondiali (Demetrius Andrade, Sullivan Barrera e Luis Arias, ndr). È stata una preparazione dura e valida, siamo andati davvero forte. Venerdì voglio fare emozionare il pubblico e vincere.

Ed ecco il suo parere su Goddi:

Non mi interessa che il mio avversario abbia più incontri. Sicuramente sa come si sta sul ring, forse anche più di me. Ha combattuto per diversi titoli e ha più esperienza rispetto a me, però mi sento ben preparato, voglio dare il massimo, “spaccare” e vincere. Sarà una serata carica di emozioni, questo è certo.

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I due avversari.

A questo punto interviene il rapper Gué Pequeno, grande amico di “King Toretto”:

Daniele è supportato da diverse persone del mondo dello spettacolo, cantanti, rapper e anche altri sportivi. Tutto questo contribuisce a creare valore per l’evento, a far sì che se ne parli e a dargli visibilità. Secondo me è un aspetto molto importante.

Infatti all’ultimo incontro di Scardina erano presenti a bordo ring i calciatori Marco Borriello, Radja Nainggolan e Andrea Petagna e i rapper Sfera Ebbasta, Marracash, DrefGold, Charlie Charles, oltre allo stesso Gué.

Appuntamento a venerdì sera su DAZN, in diretta dalle 19.30, e all’Allianz Cloud di Milano (via Marco Cremosano 2) dalle 17:45 per gustare live l’evento.

Ecco la card completa:

MAIN CARD (a partire dalle ore 21)

Titolo internazionale IBF (10 riprese): Daniele Scardina vs. Alessandro Goddi

Titolo europeo (12 riprese): Francesco Patera (21-3) [campione in carica] vs. Paul Hyland Jr.(20-1) 

Titolo Global WBO (10 riprese): Dario Morello (14-0) vs. Steve Jamoye (26-7-2)

UNDER CARD (incontri sulle 6 riprese)

Maxim Prodan vs. Nika Nakashidze

Ivan Zucco vs. Borislav Zankov

Nicholas Esposito vs. Jonny Joel Zeze

Luca “The Mentalist” Capuano vs. Filippo Gallerini

Jamie McDonnell vs. Cristian Narvaez

Riccardo Merafina vs. Altin Dedej

 

 

SEMPLICEMENTE GIORGIO CAMPANELLA: STORIA DI UN CAMPIONE

Battersi in uno dei grandi templi del pugilato come l’MGM Grand Garden di Las Vegas, e per giunta per un titolo mondiale, è sicuramente un sogno di qualsiasi pugile o aspirante tale. Oggi abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare chi, credendo nei propri sogni, è riuscito a raggiungere questo traguardo.
Siamo infatti riusciti a scambiare due chiacchiere con Giorgio Campanella e insieme a lui abbiamo ripercorso le tappe, dilettantistiche e professionistiche, dell’immensa carriera di questo straordinario campione.

Salve Giorgio, per prima cosa la ringrazio per la possibilità di questa intervista e ovviamente ci tenevo a farle i complimenti per la sua splendida carriera. Vorrei ripercorrere con lei le tappe che l’anno condotta fino al 1988, anno clou della sua carriera dilettantistica, iniziato con la conquista del titolo europeo junior a Danzica, in Polonia, fino alla partecipazione alle olimpiadi di Seul ‘88 come più giovane pugile partecipante.

Ciao Simone, purtroppo non abbiamo archivi nazionali in Federazione per poter fornire del materiale, mi spiace.
Ai miei tempi c’era la suddivisione in Novizi A, in cui partecipavano atleti fino ai 17 anni, e Novizi B, in cui l’età massima era di 19 anni.
Partecipai la prima volta ai Campionati Italiani quando avevo 14 anni e, secondo il regolamento vigente, i campioni uscenti dei Novizi A potevano prendere parte ai Campionati per i Novizi B. Combattei quindi 7 match tra Novizi A e B vincendone 6 alla prima ripresa e uno alla seconda ripresa.
All’età di 16 anni vinsi i Campionati Assoluti, vincendo 2 match per ko (uno dei quali in finale con il campione uscente dell’anno precedente). All’epoca a 16 anni ero quello che oggi sarebbe considerato un élite.
Gareggiai tutti i miei tornei internazionali, avendo svolto quasi tutta la mia carriera con la Nazionale Italiana, tra junior e senior (oggi youth ed élite), prendendomi tante soddisfazioni in Italia e fuori.
Nel 1988 avevamo un appuntamento importante con gli europei a Danzica e successivamente ci sarebbero state le olimpiadi. Il CONI inviò allora un comunicato in Federazione, in cui era riportato che i vincitori della medaglia d’oro al campionato europeo junior, avrebbero preso parte alle olimpiadi di Seul. Ricordo che quando l’allora tecnico della nazionale Franco Falcinelli ci comunicò questa cosa, andai da lui lo abbracciai e dissi “ Maestro allora dovrò fare le olimpiadi “. Mi rispose “ Giorgino te lo auguro! “. Andammo in Polonia, a Danzica e diventai campione d’Europa. Ricordo che non gioii per l’europeo, per me il traguardo più grande erano le olimpiadi.

In questa olimpiade sarà fermato, solamente ai punti, da Andreas Zulow, atleta della Germania Est che, in seguito, raggiungerà l’oro olimpico. Quanto è stato importante, per una ragazzo di diciotto anni, prendere parte ad un contesto olimpico come quello di Seul ‘88, caratterizzato dalla presenza di tantissimi grandi campioni come Roy Jones Jr, Lennox Lewis, Giovanni Parisi, Ray Mercer…?

Affrontai le olimpiadi in un contesto particolare. Devi sapere che io partecipai alle olimpiadi da leggero, ma solo pochi mesi ero stato campione d’Europa come superleggero. Nell’anno e mezzo prima delle olimpiadi come superleggero vinsi veramente di tutto. In un torneo in Ungheria, a Budapest, su quattro match ottenni quattro vittorie prima del limite e venni premiato come pugile più potente del torneo. L’errore che fecero in Nazionale fu quello di farmi scendere per le olimpiadi come leggero quando i miei traguardi più importanti li avevo raggiunti da superleggero. Alle olimpiadi andai per affermarmi.
Il mio primo incontro fu con il rappresentante dell’ Uruguay, Daniel Freitas e lo misi al tappeto quattro volte in tre riprese vincendo per ko.
Quando incontrai Zulow, il favorito delle olimpiadi già campione del mondo, lo misi al tappeto alla fine della prima ripresa. Fu salvato dal suono della campana che all’epoca era previsto dal regolamento e, nella seconda e terza ripresa, si mise a girare come una trottola vincendo il match ai punti e diventando, in seguito, campione olimpico. Sapevo di essere temuto dal team olimpico della Germania dell’Est e che, pugilisticamente parlando, mi conoscevano bene, avendo vinto il titolo europeo proprio contro un pugile della loro squadra.

Nella Nazionale Italiana, guidata dal tecnico Falcinelli, trovò tra i suoi compagni pugili illustri come Vincenzo Nardiello e Giovanni Parisi, oro nei pesi piuma proprio in queste olimpiadi. Quanto è stata importante nella sua successiva carriera professionistica la partecipazione olimpica e l’avere come compagni di squadra pugili di questo livello?

Ti rispondo con qualcosa che probabilmente in pochi sanno.
Giovanni Parisi, buon anima e mio grande amico, non avrebbe dovuto prendere parte alle olimpiadi. Al suo posto avrebbe dovuto partecipare Michele Caldarella, purtroppo infortunatosi nel ritiro preolimpico.
Quindi a Michele, grande pugile e una brava persona, sostituirono Giovanni Parisi. Ti racconto ancora un aneddoto. Parisi vinse la finale con Daniel Dumitrescu, (un grande Giovanni che fece un’olimpiade esemplare!), ma con Dumitrescu perse solo un mese prima in Turchia, ricevendo due conteggi alla terza ripresa. Nardiello e Parisi erano dei grandi pugili e grandi amici, ma il “ fenomeno della situazione “ in quel periodo ero proprio io. Mi soprannominarono il “ Rocky Marciano in miniatura “.
Come saprai da dilettante è difficile vincere per ko e su 96 match da dilettante ben 60 ne visi prima del limite.

Passò al professionismo nel 1990 e solo tre anni più tardi, 4 giugno 1993, conquisterà il titolo Italiano superpiuma contro Paziente Adobati. Alla sera del 27 maggio 1994 salirà sul ring dell’ MGM Grand Garden di Las Vegas, come contendente numero uno per la cintura Wbo dei super piuma con un record di 20 vittorie, di cui 13 ko e nessuna sconfitta. Il suo avversario, l’allora detentore del titolo, era un nome destinato ad entrare nella leggenda di questo sport : Oscar “ Golden Boy “ De la Hoya.
Sicuramente una serata di altissimo livello, nella stessa card ad esempio, vi era la difesa del titolo IBF dei medi di Roy Jones Jr. Possiamo rivere insieme quella che fu la sua preparazione e su i suoi ricordi, le sue sensazioni per un match tanto importante?

Nella mia carriera da professionista feci un errore madornale. Spesso mi viene chiesto : “ Cosa avresti cambiato della tua carriera da professionista ? “ La risposta è sempre la stessa : “ Il peso “.
Come dicevamo poc’anzi da superleggero “ uccidevo la gente “. Da leggero ancora poco, considerando il limite da professionista a 61,200kg.
Purtroppo feci l’italiano nei superpiuma a 58,800kg e divenni sfidante al titolo d’Europa e del Mondo. Da superpiuma non picchiavo più come avrei dovuto in quanto non avevo benzina in corpo. Tornando al match con De la Hoya, in pochissimi sanno che nell’ultima seduta di sparring che feci in Italia prima di partire (presi l’aereo il giorno dopo), atterrai il mio sparring con un diretto destro fratturandomi la mano.
Andai a Las Vegas solo con la mano sinistra! Con il mio amico e tecnico Franco Cherchi, (molto, molto in gamba come tecnico) lavoravamo solo esclusivamente sul gancio sinistro, perché notai come De la Hoya ti appoggiasse il destro per sparare il gancio sinistro e lavorare con la mano sinistra. Se osservi bene il match fu lui a portarmi il primo destro, io pensai dentro di me “ adesso lo porta di nuovo “ e misi il gancio sinistro mandandolo per terra. Il mio gancio sinistro gli arrivò di striscio, se solo fosse arrivato un centimetro più su avrei lasciato al tappeto De la Hoya e avrei cambiato la storia. Fermiamoci un attimo. Stiamo parlando di un mostro sacro, ho una stima fuori dal normale per De la Hoya, per me è uno dei più forti pugili degli ultimi cinquanta anni.
Purtroppo sono cose che non ho mai detto a nessuno perché c’è tanta gente intelligente ma anche tanta gente stupida che direbbe “ Ma con la mano rotta perché sei andato a fare il mondiale? “ Ma ormai era tutto in porto e non potevo tirarmi indietro.

La sua carriera da professionista continuò e, circa un anno, dopo tornò alla vittoria contro Angel Vargas ad Atlantic City. Tentò per altre due volte l’assalto al titolo Wbo, prima contro Regilio Tuur, venendo sconfitto ai punti sulle 12 riprese, quindi nel 1998 contro Artur Grigorian in un match terminato per ko alla 10^ ripresa. Concluderà una splendida carriera da professionista con un record di 29 vittorie, di cui 22 prima del limite, 6 sconfitte e un pari.
Unico neo mancante proprio la conquista di quel titolo mondiale che sarebbe stata la ciliegina sulla torta per uno straordinario percorso come il sua. Guardando indietro ripercorrerebbe la sua carriera esattamente com’è stata o ci sono delle cose che cambierebbe ?

Guarda Simone, tutta la vita ti dico di no. Non farei quello che ho fatto, con il senno di poi… assolutamente no!
Oggi sono un uomo di 48 anni, sono un tecnico e purtroppo solo dopo nella vita riesci a fare dei ragionamenti e dire “ qui ho sbagliato… qui ho fatto bene “.
Voglio raccontarti una cosa.
Quando feci il mondiale con Regilio Tuur nei superpiuma, litigai con mia moglie perché mi proposero il titolo d’Europa con Jacobin Yoma, campione attuale e pugile di quarant’anni, nei pesi leggeri ( nei leggeri picchiavo davvero, mentre nei superpiuma no ). Mia moglie che mi ha sempre seguito (pensa abbiamo 48 anni e siamo insieme da 32! ) sapeva tutto, quindi litigammo. Purtroppo quando un manager a 24, 25 anni ti propone tra un mondiale e un europeo, tu dici mondiale, mondiale tutta la vita.
Iniziai la preparazione fuori di testa, deciso. Volevo diventare campione del mondo, volevo uccidere! Conoscevo Tuur perché aveva fatto molti tornei dilettanti e addirittura le olimpiadi con me. Purtroppo il dottor Sturla, attualmente collaboratore della Nazionale Italiana, mi diagnosticò un’infiammazione alla pliche sinoviale del ginocchio. Mi disse di fare delle iniezioni di cortisone per risolvere la situazione ma io non potevo fare il cortisone per il test antidoping. Inoltre dovevo fare il peso a 58,900kg e dovetti rinunciare alla corsa, alle ripetute… ero praticamente senza una gamba. Il giorno del match ero forse al 35% della forma. L’incontro ebbe un andamento particolare. Probabilmente in Italia Tuur sarebbe stato squalificato per tutte le testate e per il comportamento sul ring… ma forse non era semplicemente destino. Io non piango e non ho mai pianto, né in televisione né sui giornali. Sono cose che ho sempre tenuto per me perché non mi ha mai costretto nessuno. Per quanto riguarda Artur Grigorian avevo già smesso di boxare da un anno, tu pensa che seguii tutta la preparazione da solo, rimediai qualche ripresa di guanti con qualche sparring partner della zona sia dilettanti che professionisti.
Alla decima ripresa non fu un ko ma un tko, per un semplice motivo : fino alla decima ripresa fu un bel match, dopo non ne avevo più. La mia intelligenza fu pensare : “ Perché devo prendere due riprese di botte che possono farmi più male delle 10 già trascorse ? “ Allora dissi no, basta. Ragionai da padre dei miei figli e, secondo me, da persona intelligente.

Prima di lasciarci c’è un ultima domanda che tenevo a fare ad un grande atleta come lei che ha raggiunto livelli altissimi nella boxe.
Ci sono vari paesi che stanno “ alzando l’asticella “ per quanto riguarda il livello del pugilato professionistico. Il primo a cui viene da pensare è sicuramente il Regno Unito, che sta contendendo il ruolo di arena della grande boxe agli Stati Uniti, ma mi viene in mente anche l’Ucraina rappresentata dai campioni Usyk e Lomachenko, le Filippine con la promotion di Manny Pacquiao… ci sono insomma dei paesi che stanno puntando pesantemente sul professionismo. C’è chi sostiene che questo non avvenga in Italia per vari motivi, in primis economici. Spesso chi sostiene questa teoria attribuisce la colpa ai maggiori sbocchi, sempre economici (guardando ad esempio i gruppi sportivi ), che il pugilato dilettantistico garantirebbe rispetto al pugilato professionistico, portando come esempio la carriera di grandissimi pugili come Russo e Cammarelle che poi, di fatto, hanno scelto di non passare mai al professionismo. Quello che volevo chiederle è se, secondo la sua esperienza di atleta prima e di tecnico poi, il pugilato professionistico italiano versi veramente in un momento di “crisi”. Nel caso sia effettivamente così è veramente dovuto ai motivi sopracitati ?

Simone, posso rispondere benissimo a questa tua domanda avendola vissuta in prima persona.
Quando feci i Campionati Italiani assoluti a Messina mi chiesero se, quando sarebbe stato il momento, sarei passato nel corpo delle fiamme oro. All’epoca avevo 16 anni e ne servivano 21 per passare professionista. A 18 anni feci la mia olimpiade e a 19 entrai nel gruppo delle fiamme oro, vincendo per loro il titolo d’Europa a Londra e i Campionati Italiani Assoluti.

Finito l’anno di ausiliario in polizia parlai con la buon anima del generale Vari, allora coordinatore del gruppo fiamme oro in Italia, che mi fece una grande proposta : partecipare alle olimpiadi di Barcellona ‘92. Io gli strinsi la mano e dissi : “ Generale la ringrazio della sua proposta ma io voglio fare il titolo del mondo in America. “
Lui a sua volta mi strinse la mano e disse : “ Ti auguro tutto il bene di questo mondo “. Quattro anni dopo stavo combattendo a Las Vegas come sfidante ufficiale al titolo del mondo.

Con questo voglio dirti che, per seguire i miei sogni, piuttosto che rimanere nei corpi (senza nulla togliere ai corpi!), sarei stato disposto ad andare a lavorare nel supermercato o ovunque fosse capitato, per riuscire a fare il professionista. In un sondaggio è stato rivelato che il pugilato in Italia è seguito da 15 milioni di persone. Noi abbiamo un prodotto che non sappiamo vendere come i tempi che furono. Quando combattevo in Rai facevo fino a 2,5 milioni di persone di share! Purtroppo è un prodotto che devi saper vendere ma io tanta colpa ai manager non gliela do nemmeno. Questi ragazzi, oggi come oggi, fanno come nel film di Checco Zalone, mi dispiace dirlo, cercano il posto fisso.

Io vorrei dire a questi ragazzi : pensate ai vostri sogni! Rischiate! Perché altrimenti un giorno avrete dei rimpianti, il rimpianto di non aver potuto essere campioni del mondo!
E quando si diventa campioni del mondo si guadagnano molti soldi. Nel 1994 con De la Hoya avevo un’opzione di rivincita a 2 milioni di dollari se l’avessi battuto! Sotto questo punto di vista posso dire di non avere rimpianti. Adesso ho saputo che anche nei corpi puoi fare il professionista… ai miei tempi avrei portato le fiamme oro a Las Vegas! Oggi forse stanno aprendo la visuale. Vuoi mettere un atleta che sta in polizia, un Cammarelle che per me era eccezionale, combattere per un titolo del mondo a Las Vegas o a Londra con Joshua, con 90000 spettatori?

Oggi il mondo cambia, ai miei tempi non era così. Ai miei tempi Giorgio Campanella con il suo carattere ha rinunciato al posto fisso per inseguire i suoi sogni. Poi sono andati come sono andati, ma io non ho alcun rimpianto. Oggi ho una grande palestra a Cattolica con mia moglie Graziana, seguiamo i pugili, gli do l’anima, gli do i cazziatoni, li cicchetto quand’è il momento sia i dilettanti che professionisti!
Recentemente ho fatto una riunione, il 12 agosto, con Signani ed altri miei professionisti. Una persona di cui ho grande stima, l’ex presidente della Fpi Alberto Brasca, mi scrive dicendomi “ Hai insegnato il segreto del ko a Signani! “ Gli rispondo che Signani è con me da un anno e mezzo, abbiamo fatto tre match, due dei quali vinti prima del limite.
Il punto è il modo di insegnare le cose! Oggi ho dilettanti che vincono per ko e sai quant’è difficile vincere per ko tra i dilettanti. Ho video di ragazzi che vincono per ko con il montante al fegato, se vuoi posso inviarteli.

Forse è la mia esperienza, forse è il mio modo di essere estroso sulla boxe, di insegnare diverse cose, di adattarmi al ragazzo. Perché non è il ragazzo che deve adattarsi! Ogni pugile ha la propria personalità e tu devi cercare ti tirar fuori il meglio da quello che è. Può essere un tempista, un tecnico, un picchiatore, un demolitore. È il tecnico che deve adattarsi al pugile, non viceversa! Purtroppo in Italia su novecento palestre circa, avranno il brevetto da tecnico tremila persone, ma ragazzi… io al mio pugile saprò sempre raccontare l’emozione di aver fatto un’olimpiade a 18 anni o di aver combattuto un mondiale a Las Vegas con 40000 persone avendo a bordo ring persone come Stallone, De Niro, Sinatra. Quelle emozioni so trasmetterle sul ring e non so quanti tecnici possano trasmettere queste emozioni. Quando i miei ragazzi combattono io mi diverto, mi diverto per lo spettacolo sportivo che offro!

A CURA DI SIMONE TULLI. UN RINGRAZIAMENTO AD ARMANDO BELLOTTI

Duran: “In Italia si è puntato tutto sul dilettantismo. Boxe sport per eccellenza”

Alessandro Duran è un ex pugile italiano di fama internazionale che attualmente insegna nella sua palestra a Ferrara e commenta la boxe in Tv per Sky.

Figlio di Juan Carlos Duran, pugile argentino detentore più volte del titolo europeo nel periodo tra gli anni Sessanta e Settanta, e fratello di Massimiliano Duran, campione mondiale di boxe, la sua è una famiglia di fuoriclasse del ring, che lo avvia alla noble art sin da giovanissimo.

Alessandro è stato 5 volte campione italiano dei pesi welter, mentre in 2 occasioni ha conquistato il titolo mondiale WBU e in altre 3 si è laureato campione europeo, sempre nei welter. Nel 2002, a 37 anni, si è ritirato dal pugilato, in cui aveva esordito appena 18enne. Una carriera ricca di successi che lo ha reso uno dei pugili italiani più popolari degli anni Novanta.

Abbiamo contattato Duran per avere un parere autorevole sull’attuale calo di consensi di cui soffre il pugilato italiano, e su molto altro. Ecco le sue risposte in esclusiva per Spirito guerriero.

La boxe è uno sport in profonda crisi, specialmente nel nostro paese. A cosa pensi sia dovuto questo momento così negativo?

La boxe è in crisi in Italia. Nelle altre nazioni continua ad essere molto seguita e popolare. Lo sportivo più pagato è Floyd Mayweather. In Inghilterra, Anthony Joshua é un fenomeno mediatico capace di portare 90.000 paganti allo stadio di Wembley. Nel nostro paese si stanno pagando le scelte sciagurate degli ultimi 15 anni. La Federazione Pugilistica Italiana ha puntato tutto sul dilettantismo di Stato, penalizzando il professionismo. Finita l’era dei Cammarelle, Russo, Valentino, Picardi, Mangiacapre non c’è stato un ricambio generazionale. Cosi ci siamo trovati con un professionismo a terra e un dilettantismo non all’altezza della situazione.

Quale pensi che potrebbe essere una ricetta efficace per invertire questa tendenza? 

E’ una ricetta semplicissima: un passo indietro tutti. Dove dilettantismo e professionismo sono sotto lo stesso tetto, ma con due percorsi diversi, seppur paralleli. A un certo punto, per chi vuole, le strade si dovrebbero incrociare. Non si può pensare di avere dei pugili che invece di pugili sono impiegati di Stato. Questo significa la “morte” del pugile.

Cosa è cambiato nel pugilato italiano dai tuoi tempi? Sia in positivo che in negativo.

Ai miei tempi c’ erano manager importanti (Rocco Agostino e Umberto Branchini su tutti), organizzatori seri come Rodolfo Sabbatini, sponsor importantissimi e la televisione in chiaro (Rai e Mediaset). Campioni popolari e seguitissimi. Si vinceva sia da professionisti che da dilettanti. Oggi un pugile forse viene riconosciuto nel quartiere dove vive. I pugili sono delle vittime di un sistema sbagliato ma anche loro hanno delle colpe.

Secondo te, quali sono i pugili nostri connazionali che attualmente meritano? C’è qualche talento che pensi possa arrivare lontano?

In questo momento il pugile italiano di maggior prestigio è un 40enne, Emiliano Marsili. Abbiamo avito l’exploit mondiale di Giovanni De Carolis, ma purtroppo, dopo che ha perso il titolo, a livello internzionale ha subito delle brutte battute d’arresto. Adesso ha conquistato il titolo italiano. Spero che possa essere l’inizio di una nuova carriera. Tra i giovani credo che Rigoldi e Turchi possano fare bene. Natalizi non l’ho mai visto ma ne ho sentito parlare bene.

A livello mondiale, quali sono i pugili che ti hanno impressionato di più negli ultimi due o tre anni?

Ecco, a livello mondiale i grandi campioni ci sono. I miei preferiti sono Terry Crawford e Vasily Lomachenko, due che valgono i grandi del passato.

Cosa hai imparato principalmente dalla tua esperienza nel mondo della boxe?

La boxe è una grande scuola di vita, dove impari a soffrire per raggiungere il successo. Nel pugilato il bluff non esiste, e sul ring puoi contare solo su te stesso. Devi avere rispetto per quello che fai, per l’avversario e per te stesso. Il mio motto è: se anche nella vita ci fossero la lealtà, l’onestà, il rispetto che hanno due pugili che si affrontano sul ring, vivremmo in una società migliore.

Qual è stato l’incontro più duro della tua carriera?

Di avversari difficili e duri ne ho incontrati parecchi. Se devo sceglierne uno, dico il sudafricano Peter Mainga, che aveva due martelli al posto delle mani.

Come mai la boxe fatica a tornare al successo mentre altri sport da combattimento, come le MMA, stanno crescendo rapidamente?

L’MMA sta andando fortissimo perché ha conquistato il pubblico giovane e lo spazio che la boxe ha lasciato. Come ho già detto, il pugilato paga i grandi sbagli fatti negli ultimi 15-20 anni. La boxe però rimane lo sport per eccellenza, la noble art. Sono due attività completamente diverse. Il pugilato è uno sport universale che si pratica in tutti i continenti. Per questo un vero campione entra nella leggenda. Ali non ha rappresentato solo la boxe, ma tutto lo sport, ed è stato il più grande.

I motivi dietro il continuo rinvio di Joshua vs. Wilder

Anthony “AJ” Joshua vs. Deontay “The Bronze Bomber” Wilder è l’incontro che il mondo del pugilato sta aspettando con grande trepidazione. Entrambi pesi massimi vincenti, ma con modi opposti sia di stare sul ring che di comportarsi al di fuori del quadrato.

Joshua, 28enne, inglese, oro alle Olimpiadi di Londra del 2012, è campione di quattro sigle mondiali: IBF, WBA, IBO, WBO. Wilder, 32 enne, americano, bronzo olimpico nel 2008 a Pechino, ha conquistato tre anni fa la cintura WBC. Dunque, nel caso in cui si riuscisse davvero ad organizzare un match tra i due, il vincitore unificherebbe tutti i titoli disponibili: l’ultimo a riuscire in questa impresa è stato Lennox Lewis nel 2000. Ma quali sono i motivi per cui si sta rivelando così complesso vederli sullo stesso ring?

Gli interessi economici in gioco. Dalla vendita dei pay-per-view e dei biglietti per vedere l’evento dal vivo ai diritti televisivi all’estero, fino alle entrate garantite da sponsor e merchandising: il giro di affari è notevole e genera grosse cifre. Si tratta di un mercato che ultimamente ha assicurato ad alcuni atleti guadagni monstre: basti pensare ai 100 milioni di dollari incassati da Conor McGregor lo scorso agosto, peraltro al suo debutto nella boxe.

Perciò, in questo contesto, le parti in contrattazione cercano di strappare le condizioni più vantaggiose, spesso esasperando le richieste economiche. Ad aprile, il promoter di Joshua ha offerto 12.5 milioni di dollari a Wilder per l’incontro, cinque volte il valore della borsa massima ottenuta dall’americano nel corso della sua carriera. In risposta, il team di “The Bronze Bomber” ha definito la proposta “una cazzata”.

Joshua non ha bisogno di Wilder. “AJ”, nei suoi ultimi tre match, tutti disputati nel Regno Unito, ha venduto 250.000 biglietti. Ciò testimonia che, qualunque sia l’avversario, il suo pubblico lo seguirà sempre con interesse. Lo stesso promoter di Wilder ha riconosciuto che “in Inghilterra, Joshua è una rock star di altissimo livello. Ha dimostrato che non ha bisogno di una co-star per riempire uno stadio”.

“The Bronze Bomber”, invece, è relativamente sconosciuto persino in America, dove, quando ha combattuto, non ha incassato il sold out e soprattutto non è mai apparso in un incontro offerto in PPV. Tuttavia, il suo ultimo KO ai danni di Luis Ortiz ha registrato un picco di audience da 1.2 milioni di telespettatori.

Insomma, Joshua può fare a meno di questo incontro, che invece conviene al suo avversario.

Dove e quando. L’intenzione sarebbe quella di organizzare la riunione a Londra, al Wembley Stadium, che può ospitare 90.000 spettatori, e far sì che si svolga all’aperto, per rendere ancora più suggestiva (e mediaticamente appetibile) la cornice del match. Il problema è che le stagioni inglesi offrono, da un punto di vista climatico, una finestra di tempo ridotta per organizzare eventi di questo tipo.

Inoltre, qualora il confronto si svolgesse in Inghilterra, ci sarebbero diverse difficoltà negli Usa riguardo il fuso orario. E’ stimato che, se ad esempio l’incontro iniziasse alle 23 a Londra, a New York lo vedrebbero alle 17, e ciò comporterebbe una riduzione del 40% degli acquisti PPV. Lo stesso vale se il match si svolgesse negli Stati Uniti, con una discriminante: Joshua ha comportato la vendita di 300-400.000 pay-per-view nel Regno Unito per i suoi combattimenti, mentre nel mercato televisivo americano sarebbe un esordiente, come d’altronde Wilder.

Infine, il promoter di “AJ” ha fatto sapere che, se non si troverà un’intesa a breve, le trattative slitteranno, dato che Joshua sarà chiamato a difendere i suoi diversi titoli.

Nella storia della boxe diversi incontri, desiderati da pugili e pubblico, sono stati oggetto di lunghe trattative prima di vedere finalmente la luce. Altre volte, invece, non si sono mai svolti. Alcuni esperti concordano nel dire che Joshua vs. Wilder alla fine verrà organizzato, in virtù degli ingenti interessi in gioco. Addirittura, c’è chi parla della possibilità che i due atleti si impegnino in una trilogia sul modello Ali-Frazier. Sicuramente, un match del genere attirerebbe un’ampia partecipazione di pubblico, che renderebbe l’evento mainstream, garantendo incassi notevoli e generando un’audience che manca da tempo al pugilato mondiale.

Contenuto ispirato all’articolo “Devil in the details” di Wallace Matthews, pubblicato dalla rivista The Ring nel numero di luglio 2018.

Credit foto: Sky Sports