Intervista a James Thompson: da Manchester ai ring del Pride in Giappone

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I numeri del “Colosso” sono molto semplici da ricordare: 196, come i centimetri che possiede in altezza, e 120, come i chilogrammi di potenza che rendono ogni suo singolo pugno simile ad un maglio pronto ad abbattersi sull’avversario. Sono quasi vent’anni che James Thompson combatte in tutto il mondo, dalla sua Inghilterra agli Stati Uniti, passando per il Giappone e l’India, in alcune delle top promotion internazionali: tra le tante ormai scomparse, Pride, Cage Rage e Sengoku; tra quelle ancora in attività, KSW, Rizin e Bellator. Certo non è mai approdato in UFC ma, si sa, non sempre la chiamata di Dana White stabilisce il valore effettivo di un fighter. Il “Colosso”, con la sua cresta rossa fiammeggiante e i mastodontici muscoli che nel flettersi lo rendono molto più simile ad un cyborg che ad un essere umano, è senza dubbio un personaggio che o si ama o si odia, senza compromessi. Nonostante un record non proprio immacolato di venti vittorie e diciassette sconfitte, nel corso della sua lunga carriera James ha affrontato ex campioni UFC, Hall of Famers e persino medaglie d’oro olimpiche; per anni è rimasto sulla cresta dell’onda gareggiando nella promozione più importante del mondo, il Pride, dando sempre spettacolo e mettendosi in gioco in sanguinose ed epiche battaglie. In questa intervista “Megapunk”, che pur di rispondermi ha persino sottratto del tempo al suo attuale lavoro (era ad Ibiza quando l’ho contattato, a fare la guardia di sicurezza per un rapper) mi ha raccontato della sua “colossale” vita e dell’altalena di successi e fallimenti che l’hanno caratterizzata, dell’abisso della dipendenza, delle sue conquiste sportive, ma soprattutto di come non ci si debba mai arrendere di fronte alle avversità. Perché l’unica vera sconfitta è quella di chi smette di lottare.

Ciao James, sono molto contento di averti qui. Partiamo dall’inizio. Raccontaci un po’ della tua vita prima delle MMA, del tuo periodo giovanile e del tuo background sportivo (ho letto che hai praticato  rugby, wrestling e persino bodybuilding).

Ho frequentato molte buone scuole private. Mia madre pensava che fosse colpa delle scuole, non andavo troppo bene quindi venivo spesso spostato (da un istituto all’altro). La verità è che se non mi piace fare qualcosa non sono bravo a farla, e la scuola non mi piaceva particolarmente. Non sono proprio un accademico. È una buona cosa in un certo senso, perché non resterò bloccato a fare qualcosa che non mi piace. Ma quando sono maturato ho capito che a volte devi fare cose che non ti piacciono, anche se questo non significa che rimarrai a farle per sempre. Mi piacevano gli sport ed ero abbastanza bravo, giocavo per la squadra di rugby della scuola ma non mi sono mai appassionato al rugby, c’era troppo da correre. Ricordo di aver sentito parlare della UFC e di aver trovato alcune videocassette nel periodo in cui mi stavo trasferendo a Bristol da Manchester. Le ho trovate mentre disfavo i bagagli e ricordo di aver guardato l’UFC e non potevo credere che nessuno avesse mai fatto qualcosa del genere prima d’ora. Mi ha conquistato. All’epoca facevo solo bodybuilding.

Hai fatto il tuo debutto nelle MMA nel 2003 per la promozione inglese Ground & Pound. Lavoravi già come buttafuori ed esattore per il recupero crediti, quindi sono sicuro che eri ben preparato a scambiare pugni con qualcuno in una rissa.

Sì, quello fu il mio primo incontro di MMA. Avevo fatto già molti combattimenti però. Lavoravo (come buttafuori) ad una porta chiamata Route 66 a Rochdale, Greater Manchester. Avevano cicalini sulla porta principale, un bar sul retro, un bar e un DJ al piano superiore e il DJ al piano di sopra. Il cicalino suonava e l’adrenalina partiva. Allora è quando ho cominciato a sperimentare la modalità di “flight or fight” (combattere o fuggire), e come usare la propria adrenalina. Scherzavo (dicendo) che sentivo il microonde e questo mi metteva in moto. Questo mi ha davvero mostrato la differenza tra trovarsi in una lotta (nata) in un batter d’occhio e organizzare un incontro diversi mesi in anticipo. Il tempo può battere un lottatore peggio del suo avversario.

Nei tuoi primi cinque incontri sei rimasto imbattuto (sconfiggendo, tra gli altri, l’attuale arbitro UFC Marc Goddarg in due occasioni), poi hai subìto una sconfitta per stop medico contro il georgiano Tengiz Tedoradze e in seguito sei tornato in pista con la vittoria sul leggendario campione e Hall of Famer UFC Dan Severn. Raccontaci di più su questo primo periodo della tua carriera.

Tengiz è stata la mia prima sconfitta ed un grande shock. Mi ha mostrato come il tuo stesso ego possa superarti, ma allo stesso tempo hai bisogno di quell’ego per entrare lì dentro in primo luogo. Tengiz era un wrestler solido e mi ha semplicemente pestato per due round. Ad un certo punto ho alzato gli occhi e sono certo che stesse sbadigliando (ahaha). Si era stancato di tirarmi pugni, ora della fine (del match) la mia faccia sembrava carne macinata. È stato bello batterlo più avanti nella mia carriera. Ma allora si trattò di un enorme campanello d’allarme. Dopo ciò ho combattuto contro Dan Severn, che era il nome più importante che avessi mai affrontato. È stato un incontro noioso. Tenevo le mani basse in modo che lui non potesse caricarmi e prendermi gli under hooks. Mi ha fratturato la mascella ma poiché non era rotta in due punti non hanno dovuto legarmela (cosa che mi era successa in precedenza). Era solo un anno, un anno e mezzo che combattevo. Non sapevo davvero nulla. È stata una lotta noiosa, ma ho vinto per decisione dopo cinque round.

Com’era la scena delle MMA inglesi in quel periodo? Anche se esistevano già pionieri come Ian Freeman e Lee Hasdell, infatti, tutte le grandi star britanniche che ora sono popolari (Brad Pickett, Michael Bisping ecc …) non avevano ancora iniziato a lottare. In cosa consisteva il tuo allenamento allora, perché suppongo che vere e proprie palestre di arti marziali miste non esistessero ancora?

Non c’era un vero allenamento per le MMA. Praticavo in modo autonomo boxe, thai, wrestling e jujitsu. Ho seguito una lezione di MMA ma anche quella era insegnata separatamente, con poco GnP (ground and pound). In realtà stavo mettendo tutto insieme lungo la strada, mentre cercavo di rendere il mio cardio e la mia forza quanto migliori possibili.

Come uno dei migliori prospetti inglesi hai quindi ricevuto la chiamata dal Pride in Giappone. In che modo è successo? Quali erano i tuoi pensieri riguardo al fatto di andare a combattere oltreoceano?

Ho affrontato Dan Severn nell’ultimo Ultimate Combat (che era il nome dello show) e subito dopo il promotore Dale mi ha detto di aver spedito le registrazioni dei miei incontri al Pride e che avevo un incontro in programma. È stato così facile, sono passato dal vincere il titolo e battere Dan Severn all’ultimo Ultimate Combat di sempre, al trasferirmi al Pride. È stato surreale perché ricordo di aver partecipato a un evento dell’UC (Ultimate Combat) e di aver detto alla mia ragazza di quel periodo: “Ho intenzione di combattere qui ed essere il main event”. Lo sapevo e basta. Non avevo neppure iniziato ad allenarmi ma già lo sapevo. Mi era successo solo un’altra volta, quando avevo visto una ragazza che lavorava al bar di un locale. Il mio amico aveva detto qualcosa come “Guardala” e io avevo risposto: “Non parlare della mia signora in questo modo.” Sapevo che sarei uscito con lei e basta. Questo mi è successo solamente due volte, ma ogni tanto ora aspetto che questa certezza assoluta mi colpisca come in passato. Immagino che il messaggio sia che non puoi essere sempre sicuro delle cose, ma devi comunque farle. Ma quelle due esperienze le classificherei sotto la voce “destino”.

Il tuo primo incontro per la promotion giapponese è stata la famigerata lotta con Alexander “Red Devil” Emelianenko, fratello del mitico Fedor e noto ai più come “il tristo mietitore”, che ti mandò ko in soli undici secondi a discapito del tuo atteggiamento da “bullo” mostrato durante il face-off e la walk-out. Sul web si discute spesso di questo incontro e ora ho l’opportunità di chiederti una volta per tutte cosa è successo veramente e che cosa è andato storto. Hai avuto difficoltà a riprenderti psicologicamente da una sconfitta simile?

E’ stata dura, all’epoca pensavo che avessero fermato l’incontro troppo presto ma ripensandoci ora, l’arbitro non ha sbagliato. Mi ero montato la testa. Non mi prendo per niente sul serio, ma allo stesso tempo non voglio essere visto come una barzelletta. Ho capito perché la gente ha ritenuto che la lotta fosse stata divertente, lo era. Le persone vogliono sempre vedere il palestrato perdere, soprattutto quando Alexander sembrava appena sceso dal letto mentre io stavo fumando di rabbia. Avevo molti problemi in famiglia quindi ho cercato di trasformare la mia rabbia, nervosismo, ecc. in carburante. Come ho già detto in una domanda precedente. Ho fatto un video su Youtube riguardo a questo. Spiega di più. (Nel suddetto video, che mi allega alla risposta, sostanzialmente James ci spiega come avesse fatto il duro per mascherare la propria insicurezza, dato che non era riuscito a sostenere un allenamento sufficiente in preparazione all’incontro. Suo fratello aveva la leucemia e lui pensava, in modo irragionevole ma con l’unica funzione di auto motivarsi, che se avesse vinto il match, la malattia sarebbe scomparsa. Inoltre, dice, la calma di Alex lo innervosiva e per questo si lanciò su di lui con tutta la rabbia che aveva, come un toro alla carica. Il risultato fu una sconfitta in pochi secondi ma la sua corsa iniziale, il cosiddetto “gong and dash”, lo rese immediatamente uno dei lottatori più amati dal pubblico giapponese. Questo suo comportamento, nonostante l’esito per nulla positivo, gli regalò la chance di combattere di nuovo nella più grande promotion al mondo, e di riscattarsi agli occhi di tutti).

Dopo la sventurata parentesi con Emelianenko hai distrutto giganti come Henry Sentoryu, Giant Silva, Sandu Lungu, Hidehiko Yoshida e hai dato vita ad una meravigliosa “brawl” contro Kazuyuki “testa d’acciaio” Fujita, probabilmente uno dei miei tre match preferiti di sempre. Parlaci di questi scontri, di come sei stato in grado di recuperare dal devastante overhand destro con cui Lungu ti ha mandato al tappeto nei primi istanti della vostra lotta, e più in generale dei ricordi migliori che conservi dai tuoi giorni nel Pride.

Non ho avuto molto tempo per soffermarmi sulla mia sconfitta dato che avevo un altro incontro, quindi (quello che potevo fare) era o piangere o allenarmi, e sono tornato forte. Riguardo alla lotta con Lungu: lui è un abile judoka/wrestler quindi non volevo caricarlo e avvicinarmi troppo per finire poi con lui sopra di me. La gente del Pride adorava il “gong and dash”, io che semplicemente gli correvo incontro. Ma non volevo farlo. Poiché stavo capendo di più la pericolosità di correre verso il tuo avversario a tutta velocità e basta, era chiaro. Quindi ho iniziato a mettermi in discussione. Mi sono reso conto che stavo per andare per il “gong and dash” e allora non l’ho fatto e l’intera folla sembrava delusa, così mi sono gettato all’attacco, mi sono lasciato scoperto e sono stato messo giù. Hahaha sembra che la testa mi si sia staccata dal corpo. Tutto ciò che ricordo dopo questo è lui sopra di me e io che affondavo coi piedi nella sua pancia. La lotta con Fujita è stata una bella battaglia. Ero andato ad allenarmi in California presso la scuola di Eric Paulson ed ero pronto, ma avevo troppa massa muscolare e mi sono stancato. Ricordo di aver sentito il segnale acustico dei cinque minuti e aver pensato di essere messo bene, e due minuti dopo ero senza fiato. (Ho avuto) un sacco di bei momenti nel Pride, ho molto storie nel mio libro quasi-completato, storie di palestra e avventure COLOSSALI. Lottare nell’ultimo Pride con Don Frye è probabilmente stato il momento clou della mia carriera.

Certo, il combattimento con Don Frye! Era il Pride 34, l’ultimo show di sempre per la promotion di Noboyuki Sakakibara. Una guerra incredibile, uno dei migliori match dell’anno. Già dallo staredown tu e Don avete fatto scintille! Ho riguardato l’incontro e ho contato che gli hai tirato quasi novanta pugni prima che l’arbitro fermasse la contesa. Sei rimasto sorpreso dalla quantità di danni che è stato in grado di assorbire senza cadere al tappeto?

Sì, combattere il tuo eroe e sconfiggerlo nell’ultimo Pride di sempre. Non sono rimasto sorpreso dato che Frye è duro come pochi. Il calcio con cui l’ho colpito gli ha tolto tutto quello che aveva da dare, avrei dovuto finirlo prima ma ero senza fiato e i miei pugni non possedevano un colpo secco. Quando ho visto Frye durante il giorno, alla cerimonia del peso ecc. sembrava abbattuto e infelice. Sono certo che questo fosse solo un modo per farmi abbassare la guardia.

Da qui in poi, hai collezionato una sola vittoria nei tuoi successivi nove combattimenti. Cosa ti è successo in questo periodo? Come hai potuto passare dal battere il grande Don Fyre, a perdere contro fighter come Yusuke Kawaguchi, per poi tornare in carreggiata con la tua incredibile faida contro Mariusz Pudzianowski?

Questa è una buona domanda. La sconfitta contro Kawaguchi non è il miglior esempio dato che i giudici mi hanno fregato in quel combattimento. Ma comunque avrei dovuto finirlo, non era un buon avversario. Sono davvero una persona da “o tutto o niente”. Ho messo tutto nelle MMA e quando sono stato derubato, e cioè nell’incontro con Kimbo (Slice), mi sono sentito dispiaciuto e ho iniziato a giocare. Gioco d’azzardo e MMA (sport professionistici in generale) non si mescolano. Non è una scusa, è un dato di fatto ed evidenzia una debolezza nella mia persona. Si è trattato di un periodo davvero doloroso. Stavo combattendo per nutrire la mia dipendenza, ricordo che mi allenavo alla London Shootfighters e che non riuscivo ad arrivare oltre ai Ladbrokes (centri per le scommesse e il gioco d’azzardo londinesi) alla fine della strada. Il gioco mi ha tolto molto di più dei semplici soldi.

Mariusz Pudizanowski: pluricampione mondiale di strongman, sovente descritto come “l’uomo più forte del mondo” dal Guinness World Records, da una decina d’anni è passato alle MMA. Spiegaci come è iniziata e come si è sviluppata la vostra rivalità. I tuoi due combattimenti contro di lui nella sua Polonia sono stati semplicemente incredibili! Dicci anche perché hanno rovesciato il risultato del vostro secondo match in un no-contest, dopo che era stata decretata la tua sconfitta.

Non appena Pudz ha iniziato con le MMA, ho capito che avrei dovuto affrontato. Per me era ovvio. Sapevo anche che avrebbe commesso gli stessi errori che ho commesso io, cioè arrivare con così tanti muscoli. Al momento del primo incontro giocavo molto d’azzardo, ma mi sono ricomposto per sei settimane e sono riuscito ad ottenere la vittoria. Per la seconda battaglia ero in una forma fisica migliore ma hanno dato il match a Pudzianowski. Non ci potevo credere, averla (la vittoria) portata via così da me dopo tutto quello che avevo passato. Ricordo il mio angolo dirmi “Andiamo” e io che ho pensato: “Se vado, vado via e basta, (la sconfitta) rimarrà sul mio record per sempre e la gente se ne dimenticherà. Quindi sapevo che dovevo fare qualcosa, così ho afferrato il microfono e detto loro cosa pensavo. Questo ha portato gli occhi sulla situazione e il giorno successivo (il verdetto) è stato ribaltato (in no contest), perché si trattava di un errore. Sono orgoglioso di questo perché la mia azione, il prendere il microfono ecc. mi ha salvato. Non riesco a pensare ad un momento nella storia delle MMA in cui sia successo qualcosa di simile.

I tuoi ultimi combattimenti sono avvenuti in Bellator e nel giapponese Rizin. Ad oggi ti consideri ritirato? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il mio ultimo match è stato terribile, il mio incontro peggiore. Perché non ho combattuto. La gente pensava che fosse un incontro combinato e non posso biasimarli, perché semplicemente non ho combattuto. Non l’ho detto perché non avevo capito completamente il perché. In tutti i miei incontri, anche se magari giocavo d’azzardo e non mi allenavo, una volta lì dentro ho dato il 100%. Scriverò sul fatto che non ho lottato sebbene fossi nella forma fisica migliore, e sulla lotta nel Rizin in cui ho combattuto con TK (Tsuyoshi Kohsaka) e non mi ero allenato un giorno, ma ho lottato con tutto ciò che avevo. Lo chiamerò “Contraddizioni Colossali” e sarà su word press su “Colossal Concerns” il mese prossimo. Il tuo tempismo è terribilmente buono, visto che di norma non rilascerei interviste poiché semplicemente sono talmente stufo delle MMA, e non sono contento della mia carriera e di come l’ho approcciata, che per un anno e mezzo non le ho guardate, allenate e non ne ho parlato. Quindi mi hai preso in un buon momento. Ho appena deciso che tornerò a combattere quest’anno e riporterò in vita il mio blog, il canale Youtube e finirò il libro di cui ho parlato prima.

Una curiosità personale su due tuoi incontri che ho davvero amato: Kimbo Slice e Bobby Lashley. Per quanto riguarda il primo: stavi lottando bene e probabilmente vincendo sui cartellini dei giudici ma poi il tuo “orecchio a cavolfiore” è esploso a causa di un pugno ed il match è stato fermato, con conseguente vittoria di Slice per stop medico. Era la prima volta che ti succedeva oppure avevi già avuto problemi di questo tipo? Su Lashley, invece: quanto duri erano i suoi pugni? Il tuo volto alla fine del vostro primo, stupendo scontro era sfigurato. Sono forse quelli i colpi più pesanti che hai mai assorbito?

Il mio orecchio si era gonfiato in allenamento e per qualche ragione il mio team non voleva che lo drenassi, hanno detto che poteva infettarsi. Quindi sono andato lì con una sacca piena di sangue che mi pendeva dall’orecchio a cui lui poteva mirare. Mentre ci si avvicinava al combattimento così tanti lottatori e allenatori mi hanno detto di drenarlo. Ma tutto accade per un motivo (forse). I pugni di Lashley sono duri dato che lui è esplosivo e potente, ma proprio come i miei quando colpiscono producono un tonfo sordo invece che un colpo secco. Quindi no, non sono stati i più pesanti.

Allora chi è stato a colpirti più duramente tra tutti i tuoi avversari?

Si tratta della sconfitta peggiore della mia carriera: Neil Grove. Non lo stimo, il che rende la cosa ancora più dolorosa, ma mi ha spento la luce.

La maggior parte delle tue vittorie sono arrivate prima del limite: sei ugualmente pericoloso in piedi e a terra. Quali pensi siano i punti di forza del tuo gioco?

Sono sempre stato versatile, o ugualmente mediocre in tutto. Mentre sono cresciuto come fighter,  parte di questo sviluppo è capire il tuo stile. Mi piace molto il wrestling, e la mia lotta e il mio gioco a terra sono molto migliori di quanto non abbia mostrato. Mi piace anche il catch (wrestling) ma mi ci sono allenato solo per un certo periodo.

Sei uno dei pesi massimi con le mani più pesanti nella storia dello sport. Ovviamente gran parte di questa forza è dovuta alle tue dimensioni fisiche enormi, ma voglio chiederti se ci sono altri fattori che ti hanno aiutato a svilupparla. Qualche tipo di allenamento particolare, magari?

Sono grosso, anzi, scusate, “COLOSSALE”, e questo aiuta, ma con la velocità arriva la potenza e io non sono così veloce. Inoltre penso troppo, i miei migliori incontri sono quelli nei quali mi butto e basta. Ecco perché mi piace il match con Giant Silva: non sapeva combattere ma era così enorme che presentava vari problemi. Quindi mi sono semplicemente buttato. Non ero rigido e non stavo pensavo troppo. Sono solo andato fluido.

Hai affrontato i migliori pesi massimi della tua epoca e anche alcuni pionieri, ex campioni UFC con scalpi molto importanti sul proprio record. C’è un incontro che preferisci su tutti gli altri?

Penso che la mia vittoria preferita sia quella contro Hidehiko Yoshida, dato che ero un sostituto dell’ultimo minuto e venivo ritenuto un enorme sfavorito. Ed è fantastico poter dire di aver sconfitto una medaglia d’oro olimpica!

Sei certamente una delle figure più iconiche nella storia di questo sport e, sebbene tu non abbia mai vinto un titolo mondiale importante, sei uno dei lottatori più popolari tra i fan. Il tuo personaggio è stato creato appositamente per attirare il pubblico, oppure come ti spieghi che così tante persone ti amino ancora oggi?

È bello sentirsi dire questo, come ho spiegato prima sono stato in molte battaglie, soprattutto con me stesso. Quando mi metto in riga e ci provo, accadono cose buone. Questo è quello che devo ricordare a me stesso e ciò che devo fare. Penso che le persone reagiscano a me in questo modo perché riescono a vedere che la maggior parte delle volte mi ci butto e basta, le gente lo capisce e risponde a ciò.

Parliamo dei tuoi due soprannomi: “Il Colosso” e “Megapunk”. Chi te li ha dati e che cosa stanno a significare?

Nei miei primi incontri un giornalista mi ha descritto come il Colosso di Rodi. Dale Adams, che in precedenza ho detto che promuoveva l’Ultimate Combat, mi ha chiesto cosa pensassi di “Colosso” per un nome da lottatore ed io ero tipo: “Sì funziona”. Megapunk è un soprannome di merda ma mi piace perché me l’hanno dato i fan. Quando ho chiesto perché Megapunk hanno risposto: “Perché sei grande-mega e punk perché i punk vengono dall’Inghilterra”. Una grande intuizione nella mente dei giapponesi.

Se potesse scegliere un avversario qualsiasi contro cui misurarti, chi sarebbe?

Mi piacerebbe affrontare Rob Broughton per la terza volta. La prima l’ho sottovalutato e mi sono trovato senza fiato nel terzo round dopo averlo massacrato per due. Il secondo incontro era parte di un torneo. Avevo appena battuto Tengiz (Teodoradze) ed ero pronto a vendicare la mia prima sconfitta. Ma ancora una volta ho dominato tutto lo scontro e negli ultimi secondi sono finito contro un pugno. L’ho affrontato per circa 25 minuti e dominato per 23, ma ho ottenuto due sconfitte. Fair play per Rob, aveva un cardio da ciccione e l’attitudine a non arrendersi mai. Inoltre è una persona super genuina. Nel nostro secondo incontro dice che ero da solo e mi ha chiesto se volevo andare al cinema con lui e il suo team. Quanto è bello tutto questo. Posso separare il fatto di affrontare la persona, dalla persona, ma guardare un film insieme la sera prima di combattere è un po’ troppo persino per me.

Oggi, a quasi vent’anni dal tuo primo incontro di MMA, cosa pensi riguardando la tua carriera? Se potessi tornare indietro cambieresti qualcosa?

Wow, non lo sapevo e poco prima di questa intervista ho deciso di tornare (a combattere), strano. Se andassi indietro e cambiassi qualcosa non sarei io. La mia carriera è un riflesso di me: caotico, eccitante, sotto alcuni aspetti deludente e poco brillante in altri. Ritornerò e la ragione principale di questo è che ciò significa che dovrò sistemare la mia caotica vita personale in modo da poter dare tutto. Il che non significa essere campione UFC. Significa essere zelanti per tutto il periodo e non solo per una breve frazione di tempo. Ho imparato così tanto nella mia carriera, sono fortunato ad avere una buona genetica e a rimettermi in forma rapidamente. Quindi vedremo cosa succederà, nella mia ultima lotta ero in ottima forma e non ho combattuto, cosa che come ho spiegato mi ha scioccato. Quindi non so cosa accadrà, ma ho intenzione di buttarmici dentro. Come ho già detto, quando faccio così succedono cose buone. Quindi rimanete sintonizzati.

Cosa pensi delle MMA moderne, di come questo business si è sviluppato e dei fighter odierni? Hai attraversato l’evoluzione dello sport dalle sue origini sino ad oggi, quindi sono sicuro che hai una visione molto più completa sull’argomento di quella della maggior parte degli altri lottatori di oggi.

Sai, non posso davvero commentare. Amo le MMA ma ciononostante le ho evitate per due anni, e prima di allora avevo la testa tra le nuvole. Odio il dominio che la UFC ha di questo sport e come loro tentino di chiamarlo “ultimate fighting” (combattimento definitivo): sono MMA.

Chi è il tuo fighter preferito, sia dell’era moderna che della vecchia scuola?

Il mio combattente preferito era Don Frye, amavo il suo stile e atteggiamento. Sono un grande fan di Conor McGregor perché crede in quello che dice (nove volte su dieci), vende bene un incontro ecc. Perché nel profondo ha la convinzione di essere il migliore. È difficile non apprezzarlo quando riconosci questo.

Qual è il consiglio che daresti a qualcuno che sta iniziando la sua carriera nelle MMA?

Buona domanda. Combattere è difficile, perché per essere il migliore devi avere tutto a posto. Non è sufficiente avere talento, hai bisogno di compagni di allenamento, hai bisogno di un coach che ti conosca e sappia come ottenere il meglio da te. Ci sono molte cose che ti ostacoleranno la strada e se aspetti che tutto sia perfetto e che vada tutto a posto non entrerai mai nella gabbia. Quindi, capisci cosa hai e capisci cosa ti manca. Io mi sono buttato a capofitto nelle MMA sin dall’inizio, questo non è ciò che consiglierei ma io ho imparato a nuotare, in fretta. Hai bisogno di un buon allenatore che ti aiuti a muovere i primi passi, se non lo hai trovane uno. Se non riesci a trovarne uno, chiediti se hai guardato abbastanza bene. La prenderei con calma, ma ciò non significa non iniziare mai.

Sei mai stato in Italia? Hai un messaggio per i tuoi fan italiani o qualcos’altro che vuoi dire in conclusione?

Sì, una volta sono stato a Roma per vedere i posti ecc. Non molti luoghi possono mettere in ombra il Regno Unito quando si tratta di storia, ma l’Italia è sicuramente quel posto. Vorrei ringraziarvi per tutto il supporto. Mi sto allenando quindi non riesco a tenere d’occhio la mia pagina su Facebook “James Colossus Thompson” e il mio canale youtube “The Colossal Collective”. Riporterò in vita i miei blog che sono su word press sotto “Colossal Concerns” e documenterò il mio ritorno alle MMA  e la mia vita in generale nel “Colossal Making of Me”. Perché qualunque cosa io faccia, ci esce sempre una buona storia. Quindi ci sono tante cose interessanti in arrivo. Non so in che modo andranno a finire, ma immagino che è quella la parte che rende tutto eccitante.

La storia dimenticata di Karimula Barkalaev

Nei primi anni delle MMA c’erano generalmente due tipi di lottatori: quelli che, per titoli e imprese, lasciavano il segno e ancora oggi sono ricordati come campioni e quelli che, invece, dopo un paio di match si ritiravano ed erano destinati al dimenticatoio. C’è però un’eccezione che non può essere inserita in nessuna di queste due categorie, un fighter che condivide entrambi i destini, quello della leggenda e quello dell’oblio, allo stesso tempo. Karimula Barkalaev, a volte citato con il nome musulmano di Kareem, è senza dubbio uno degli uomini più misteriosi nella storia di questo sport: lottò contro i migliori combattenti del suo tempo, li sconfisse tutti, e poi fece perdere le proprie tracce. Non si ritirò e basta, scomparve letteralmente dalla faccia della terra e, ad oggi, nessuno sembra sapere che fine abbia fatto. Se non fosse per alcuni vecchi video dei suoi combattimenti si potrebbe quasi sospettare che non sia mai esistito. La sua pagina su Sherdog, tra le poche informazioni fornite, ci dice che è georgiano, ma solo in teoria dato che altre fonti lo riportano come russo, kazako, daghestano o proveniente da un’altra delle ex regioni sovietiche, probabilmente una di quelle a maggioranza islamica visto il suo nome. Quel poco altro che sappiamo di lui sono i suoi dati fisici, 188 cm di altezza per 90 kg di peso, e il suo record di 11-1-0, con quattro vittorie per ko, due per sottomissione, una per decisione, una per squalifica e, incredibilmente, altre tre dall’esito sconosciuto. Inoltre, sul web gira voce che sia stato tre volte campione daghestano di kickboxing e campione europeo di free fight, ma come ogni altra cosa che lo riguarda non si tratta di notizie confermate. Questo è, più o meno, tutto ciò che abbiamo su di lui. Il resto, tutta la sua vita prima e dopo gli incontri, rimane un mistero assoluto. Ad oggi sui principali forum stranieri è ancora possibile trovare discussioni da titoli come “Che fine ha fatto Karimula Barkalaev?”, una domanda a cui nessuno sembra riuscire a trovare una risposta sicura. Alcune voci dicono che oggi viva in Russia, in una casa sperduta nel nulla e lontana ore ed ore di macchina da qualsiasi palestra, altre ipotizzano un suo coinvolgimento col mondo della criminalità e una detenzione in carcere per associazione mafiosa. Interessato alla storia di questo atleta, ho iniziato a cercare più informazioni e dopo alcune ricerche sono riuscito ad approdare ad un forum russo nel quale un amico di Karimula ha rivelato la sua intera vicenda nel corso di un’intervista. Questa è la storia di un grande campione ingiustamente dimenticato.
Karimula Magomedovich Barkalaev nacque nel gennaio del 1973 in un piccolo villaggio di contadini della Georgia, in una turbolenta zona di confine con la Repubblica del Daghestan. Di etnia avara, il suo carattere combattivo fu forgiato dalle dure condizioni di vita delle montuose cime del Caucaso settentrionale e dalla prematura morte di suo padre, scomparso per motivi non meglio specificati quando lui era poco più di un bambino. Karimula crebbe forte, violento ed indisciplinato: era così ingestibile che a causa delle sue continue fughe da casa la madre fu costretta a spedirlo in un collegio nel vicino Daghestan, dove gli sarebbe stata finalmente impartita quella giusta dose di disciplina che lei non sembravano in grado di dargli. Ma neanche le mura del riformatorio potevano trattenere un animo tanto inquieto, e i suoi tentativi di fuga erano all’ordine del giorno. Fortuna volle che uno zio, fratello del suo defunto padre ed ex campione europeo e sovietico di judo, nonché uno dei migliori allenatori all’epoca sulla piazza, venne a conoscenza della situazione e, abitando pure lui in Daghestan, decise di adottare il nipote. Karimula cominciò dunque ad imparare il judo già in giovane età, allenandosi duramente come solo in quella parte del mondo sanno fare. Suo fedele compagno di avventura era il cugino Dzhabrail, a cui il destino riserverà un futuro tutt’altro che roseo dato che, dopo aver vinto un titolo nazionale in questa disciplina, durante una notte d’inverno del 2010 sarà freddato con alcuni colpi di pistola nel parco di Makhchakala, un omicidio sempre rimasto irrisolto. Rafforzato nel corpo e nello spirito, quando decise di fare ritorno in Georgia Karimula trovò il suo paese radicalmente cambiato, con la caduta del muro di Berlino e gli anni novanta che avevano portato fame e povertà in tutta la regione. Sulle macerie di quella che un tempo era l’Unione Sovietica aveva cominciato a svilupparsi il business dei combattimenti senza regole, brutali scontri a mani nude che coinvolgevano le alte sfere del crimine con un giro di scommesse illegali. Il giovane lottatore, tornato in patria con le tasche vuote quasi quanto lo stomaco, ci vide subito un’opportunità per riscattare la propria vita. Al tempo sopravviveva vendendo giornali e fu grazie a questo lavoro che un giorno gli capitò tra le mani un articolo sulle competizioni locali di no holds barred; erano soldi facili e veloci, di certo meno faticosi da ottenere che spezzandosi la schiena tutto il giorno in massacranti lavori sottopagati. Ovviamente per vincere la somma bisognava sconfiggere tutti gli avversari della serata, nessun premio ai perdenti, ma questo non era un gran problema per lui: anni di addestramento, povertà e fame avevano temprato a sufficienza il giovane judoka per prepararlo ad un’impresa simile. Karimula iniziò quindi a lottare in questo modo, quasi per caso, mostrando fino a che punto può spingersi la determinazione di un uomo costretto a combattere per procurarsi il pane. A volte partecipava anche a più di venti tornei al mese, riuscendo sempre ad incassare il premio finale in denaro dopo aver sconfitto ogni volta due o tre avversari.
Con una forza fisica incredibile anche per gli standard di una regione tanto dura come la sua, terra di guerrieri, nella maggior parte dei tornei semplicemente non trovava nessun avversario in grado di metterlo in difficoltà. Il fatto è che Karimula non solo era estremamente duro ma soprattutto ricco di tecnica: con un fisico perfetto per le MMA, muscoloso ma atletico, e una cattiveria agonistica che solo chi combatte per sopravvivere può possedere, la sua strategia consisteva nel portare a terra l’avversario con proiezioni tipiche del judo e, una volta lì, sottometterlo o distruggerlo in un duro ground and pound. Barkalaev metteva tutta la forza possibile nei suoi pugni, non faceva finte e quando colpiva, colpiva sul serio! Nonostante il discreto successo, quei piccoli tornei locali cominciavano però a stargli stretti: quello che reclamava era un posto di prestigio tra i migliori lottatori della Russia. Per farlo aveva bisogno di associarsi ad un team e la scelta ricadde su quello del “padre” delle MMA russe in persona, il leggendario Volk Han, che di nome faceva Magomedkhan Gamzatkhanov e che rimase molto colpito dalla forza fisica e dalle capacità di combattimento del giovane prospetto con cui condivideva le origini avaro-daghestane. Sotto la sua guida Barkalaev iniziò a studiare più a fondo le sottomissioni, beneficiando molto anche della guida di Mikhail Ilyukhin, un forte combattente di sambo che aveva da poco ottenuto una vittoria per sottomissione contro il celebre Igor Vovchanchyn. Il debutto ufficiale di Karimula avvenne a Mosca nel torneo di bareknuckle fighting dell’ IAFC-Absolute Fighting Championship 2 il 30 aprile 1997, lottando nella stessa card insieme ad Alexei Oleinik, Roberto Traven e John Dixson. Il suo avversario era il noto veterano UFC Joe “The Ghetto Man” Charles, che soffocò con una forearm choke a circa dieci minuti dall’inizio del primo round dopo averlo colpito più volte con delle testate al volto, all’epoca legali. L’IAFC, promotion del tempo abbastanza conosciuta per la brutalità dei suoi match e per il suo regolamento a dir poco permissivo, contava nel proprio roster diversi allievi della scuola di Volk Han, tra cui lo stesso Mikhail Ilyukhin, quindi non c’è da sorprendersi se ben metà dei match di Karimula si svolsero in questa promotion. Poco tempo dopo il suo primo incontro, sempre nel corso di un torneo tutto in una sera, Barkalaev divenne campione IAFC sconfiggendo alcuni dei più famosi combattenti russi dell’epoca nell’evento Russian Open Pankration Cup: Igor Gerus, Valery Nikulin e Valery Pliev. Nel mese di maggio del 1998 affrontò poi l’olandese Gilbert Yvel, un selvaggio kickboxer con la fama da “ragazzo cattivo” che appena pochi mesi prima lo aveva sconfitto in un match di shoot-fighting nel RINGS in Giappone; questa volta, però, le cose sarebbero state diverse a causa del regolamento che permetteva i colpi a terra. Il match ebbe luogo all’IAFC Pankration European Championship e vide Yvel, noto lottatore “sporco”, accecare più volte Karimula con le dita e, in una fase di lotta a terra, addirittura morderlo sul petto. Quando Volk Han, che stava facendo da angolo, notò i segni dei denti sul corpo del proprio fighter, balzò dentro la gabbia e schiaffeggiò l’arbitro per richiamarne l’attenzione: Yvel venne squalificato e la vittoria assegnata a Barkalaev, che riuscì così ad aggiungere la testa di un altro lottatore di livello mondiale alla sua lista. Nel 1999 tornò a combattere, dopo un periodo nel quale era stato costretto a seguire una cura a base di iniezioni contro la rabbia per i morsi di Yvel, sottomettendo a suon di pugni il russo Sergei Akinin, una vittoria riportata al primo round sempre nell’IAFC, prima di volare fino in Ucraina e conquistarne la capitale Kiev nel torneo Brilliant 1-Kiev’s Brilliant, il più grande evento di MMA di sempre nella storia di quel paese. Nel corso di una sola serata Barkalaev mise knockout Oleg Chemodurov, Roman Savochka e in finale il veterano Martin Malkhasyan, da poco reduce da una vittoria contro Sergei Kharitonov!
Questo sarebbe stato il suo ultimo match di MMA per un bel po’ di tempo dato che, con l’inizio del nuovo secolo, Karimula spinse il proprio sguardo verso la penisola arabica e il neonato Abu Dhabi Combat Club World Campionship (ADCC), il più grande evento di grappling al mondo. Le ingenti borse in denaro e l’opportunità di combattere in una location esotica come gli Emirati Arabi attirarono rapidamente i migliori wrestler, judoka e lottatori di jiu-jitsu da tutto il mondo, e Barkalaev non rimase certo a guardare. La sua fortuna fu quella di attirare l’attenzione di uno sceicco della zona, un uomo molto ricco e potente che gli offrì la possibilità di trasferirsi nel paese e di allenarsi in condizioni finanziarie più favorevoli rispetto a quelle che aveva in Russia con Volk Han. Per la prima volta Karimula assaggiò la bella vita, vivendo nella città più ricca del mondo, tra spiagge e palazzi, e addestrandosi nelle migliori palestre che lo sceicco, che lo riteneva pari ad un figlio, gli potesse fornire. Aveva realizzato il sogno di tutti i ragazzi poveri dei villaggi del caucaso: adesso poteva lottare per difendere il proprio onore e quello della sua famiglia, dimostrare di essere il più forte, ed essere pagato un sacco di soldi per farlo. Diversamente dalla maggior parte degli altri atleti, Karimula non perse la testa nel successo ma mostrò semplicemente cosa può fare un lottatore daghestano, nato e cresciuto nella culla dei migliori combattenti del pianeta, se qualcuno lo mette nella condizione di non doversi preoccupare per il cibo o per i soldi ma unicamente del proprio allenamento. Una delle prime cinture nere di Brazilian jiu-jitsu in Russia, combattendo nella seconda edizione dell’ADCC riuscì a compiere un’impresa storica vincendo, nel 1999, la medaglia d’oro nella categoria degli 88 chilogrammi di peso, un grande successo se si pensa che nello stesso evento lottarono vere e proprie leggende come Jeff Monson, Rodrigo Nogueira e Tito Ortiz, che era ampiamente ritenuto il miglior peso medio del tempo. Due russi in tutta la storia sono riusciti a raggiungere le finali dell’ADCC, solitamente dominato dai lottatori brasiliani, ma Barkalaev è stato l’unico a vincerlo e questo è un record che detiene tutt’ora.
Nonostante ciò la vetta più alta della sua carriera non la raggiunse nel grappling bensì nelle MMA, dove decise di tornare a competere nei primi anni del duemila: Il torneo dei pesi medi Shidokan Jitsu– Warrior’s War, tenutosi in Kuwait nel febbraio del 2001, si rivelerà essere il trampolino di lancio per la sua leggenda. In un paese tristemente noto per l’invasione di Saddam Hussein, lo Shidokan Jitsu fu il primo ed unico evento di MMA di rilievo, organizzato da un promoter siriano per intrattenere il regnante del paese, lo sceicco Jaber Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, con uno show che riuniva in un’unica serata l’elite dei lottatori del tempo: tra gli altri, Matt Hughes, Carlos Newton e Dave Menne. A causa del suo passato nell’ADCC Karimula era molto amato nei paesi arabi ma di fronte a tanti talenti veniva visto come uno sfavorito; per lui sarebbe già stato tanto superare le prime fasi del torneo, si pensava. Contro tutte le previsioni, nel suo primo match della serata sconfisse invece con una schiacciante vittoria ai punti il grappler spagnolo Dersu Lerma, dominandolo nelle fasi di lotta a terra e di ground and pound con una prestazione nella quale, nonostante la netta vittoria, stava chiaramente risparmiando energie per l’incontro successivo. Avrebbe dovuto infatti affrontare un vero fenomeno: il cubano naturalizzato brasiliano Jose Landi-Jones, detto “Pelè”, membro della Chute Boxe di Curitiba e sparring partner di Wanderlei Silva e Mauricio “Shogun” Rua. Pelè, che all’epoca vantava un record di 19-5 con 17 vittorie prima del limite, aveva appena messo ko con una ginocchiata volante il futuro Hall of Famer Matt Hughes e sul suo record aveva due vittorie nella Muay Thai contro Anderson Silva. Inaspettatamente Barkalaev controllò l’intero incontro con le sue proiezioni di judo e abilità nel grappling, sfiancando il brasiliano e riuscendo infine a prendergli la schiena. Completamente senza difese, con il russo che lo colpiva incessantemente con pesantissimi pugni al volto, Pelè venne fermato per tko, per la prima volta nella sua carriera, a poco meno di sei minuti dall’inizio del match. Se col primo incontro si era riscattato dalla condizione di sfavorito, con questa vittoria Karimula si impose come il probabile vincitore del torneo. Raggiunta la finale, combatté una battaglia incredibile con il futuro campione dei pesi medi UFC Dave Menne, facendo prevalere ancora una volta la propria lotta a terra: avanti ai punti, proiettò l’americano diverse volte, ne passò la guardia e iniziò il ground and pound come aveva fatto con i precedenti avversari. Tuttavia, Menne cercò di ribaltarlo e lui, aggrappandosi istintivamente alla gabbia per un paio di volte, finì vittima della sottrazione di un punto da parte di “Big” John McCarthy, una penalità che gli costerà l’intero incontro. Alla fine dei tre round, difatti, tra i fischi del pubblico Bruce Buffer annunciò l’americano come vincitore per decisione unanime, conferendogli una cintura d’oro e un assegno da centoventicinquemila dollari che scatenarono il caos all’angolo di Barkalaev. I suoi compagni di team, furiosi, invasero il ring per affrontare gli atleti statunitensi e vennero fermati solo dal fortunato intervento di un gruppo di Navy Seals che per puro caso si trovava tra il pubblico. Con fatica, Menne e il suo angolo riuscirono a lasciare illesi l’edificio ma nelle ore seguenti per poco non finirono vittima di un altro assalto dei russi che, armati di coltelli, li accerchiarono nella hall dell’albergo quando andarono a riprendersi i bagagli. Fuggiti nuovamente e percependo di essere in pericolo, Menne e i suoi chiesero allo sceicco di essere trasferiti in un altro hotel e, dopo una notte passata nella paura, tornarono a casa sul primo aereo disponibile.
Questa non era la prima volta che Barkalaev si trovava coinvolto in una situazione simile dato che l’anno precedente, nel 2000, era stato protagonista di un brutto episodio verificatosi nel corso del suo secondo torneo ADCC. Durante un match contro Ricardo Arona, veterano degli sport da combattimento che vanta vittorie nelle MMA contro lottatori del calibro di Wanderlei Silva, Kazushi Sakuraba e Dan Henderson, aveva afferrato con violenza il collo del rivale, nella più classica delle tradizioni della lotta daghestana, e questi aveva reagito colpendolo al volto con uno schiaffo. Era cominciata una rissa e un’intera folla di arbitri era dovuta saltare sul tappeto per calmare il combattente russo, che era stato subito immobilizzato e scortato fuori dal palazzetto da guardie armate. La storia tace su che cosa sia successo dopo. Si dice che all’epoca Karimula lavorasse come istruttore di judo in una palestra di Abu Dhabi e che le sue azioni avessero recato un’offesa personale allo sceicco essendo lui entrato nel torneo come rappresentante della famiglia reale. In una successiva intervista il russo raccontò di essere stato bendato, ammanettato e fatto prigioniero; disse di aver passato una settimana in un carcere arabo, con gli occhi sempre coperti, rinchiuso in una cella con tigri e leopardi, e di essere stato torturato; i suoi carnefici lo avevano quindi messo sul primo volo per la Russia e lo avevano allontanato dal paese. Tali dichiarazioni non furono mai verificate, ma quel che è certo è che Karimula disse che non avrebbe più fatto ritorno ad Abu Dhabi, dove la sua presenza non era più gradita allo sceicco. Molti fan concordano sul fatto che Barkalaev avesse tutte le possibilità di battere Arona in quel torneo, e che per questo motivo il brasiliano, che ancora oggi è imbattuto nell’ADCC, lo avesse deliberatamente provocato per spingerlo a combattere in modo irregolare e farsi così squalificare. Sono solo dicerie, nulla di confermato, ma di certo Karimula chiese a gran voce un rematch contro di lui sotto le regole delle MMA e Arona non rispose mai alla sfida. Comunque sia andata, dopo lo spiacevole incidente la sua carriera non durò ancora molto.
Barkalaev combatté i suoi ultimi match nel 2001, nel già citato torneo in Kuwait, e poi scomparve per sempre dalle scene lasciandosi dietro una serie di impressionanti vittorie e un alone di mistero che lo circonda ancora oggi. Dato che all’epoca non aveva ancora raggiunto l’apice della carriera e aveva di fronte a sé un grande futuro, le speculazioni sul motivo di un ritiro tanto improvviso furono le più disparate: alcuni dicono che fosse rimasto traumatizzato per l’incarcerazione ad Abu Dhabi e che non si trovasse più nella condizione mentale giusta per combattere a certi livelli, altri che avesse dovuto appendere i guantini al chiodo dopo aver riportato un grave aneurisma cerebrale a seguito di un incontro truccato in Thailandia. Ulteriori storie, se possibile ancor più fantasiose, raccontano di come fosse rimasto ucciso in un conflitto a fuoco durante la guerra nella vicina Cecenia o che, ancora, avesse fatto una brutta fine a causa dei suoi presunti legami con la mafia russa. In realtà come spesso accade i fatti sono molto meno incredibili di quanto si possa pensare: Karimula si ritirò per un motivo tanto banale quanto comune negli sport da combattimento, un infortunio alla schiena che non gli permetteva più di allenarsi correttamente. Una volta terminata la sua carriera agonistica non pretese niente da nessuno, non volle soldi né decise di sfruttare la propria popolarità per aprire una palestra. Cancellò il suo passato e da anonimo cittadino fece ritorno in Daghestan, dove rinunciò alla cittadinanza georgiana a favore di quella russa e sposò una ragazza del posto. Laureatosi in economia e commercio nel 2003, aprì poi la propria attività di meccanico e grazie ai suoi successi sportivi ottenne l’onore di essere nominato presidente del complesso sportivo fondato a Kaspiysk dal lottatore olimpico Ali Aliyev. A quarantacinque anni di età, oggi Karimula vive a Makhchkala, sulle coste del Mar Caspio: è il direttore del mercato della sua città, uno dei più rinomati del paese, e gestisce una sala da biliardo che in memoria dei vecchi tempi ha chiamato “Abu Dhabi”. Di recente ha persino intrapreso la strada della politica, venendo nominato deputato regionale della Repubblica del Daghestan. Ogni tanto i suoi ex-studenti dei paesi arabi vengono ancora a trovarlo, ma è suo nipote Ruslan, anch’egli un lottatore di MMA, ad avere sulle spalle l’eredità sportiva di questo grande campione. Un lampo luminoso che squarciò il cielo dello sport, dopo aver scioccato il mondo con le sue incredibili vittorie Karimula se ne andò così come era venuto, all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia dietro di sé eccetto che la grande fonte d’ispirazione che ha spinto molti ragazzi daghestani a iniziare una carriera nelle MMA; tra loro, probabilmente, anche un giovanissimo Khabib Nurmagomedov, l’attuale campione dei pesi leggeri UFC. Uno dei grappler più titolati nella storia del suo paese, Karimula Barkalaev resta ancora oggi una leggenda dello sport daghestano e al contempo uno dei suoi più grandi misteri.
“Era un figlio di puttana spaventoso” ricorda l’ex campione dei pesi welter UFC Pat Miletich, che era stato all’angolo di Dave Menne nel corso del loro incontro: “Un ceceno completamente pazzo!”.

Jeremy Horn su Spirito Guerriero: “Combattevamo per il semplice fatto che amavamo farlo!”

Il 5 marzo 1999, nell’evento di UFC 19 dal suggestivo titolo “Ultimate Young Guns”, Chuck Liddell andò incontro alla sua prima sconfitta nell’ottagono. Fu proprio una “giovane arma” del Nebraska a fermarlo, un ventiquattrenne con i capelli rasati e una faccia da bravo ragazzo che contrastava non poco con il rude aspetto di “The Iceman”, con i suoi tatuaggi e l’iconico taglio alla moicana. Forse per questo suo fisico apparentemente innocuo, che celava in realtà un’indole guerriera senza pari, forse per le sue prodezze tecniche a dir poco stupefacenti, Jeremy Horn entrò subito nel cuore dei fan. Un vero pioniere delle MMA e uno dei fighter più prolifici nella storia, oggi, a 43 anni di età, neanche lui stesso riesce a ricordare con esattezza quanti incontri abbia disputato. Nei suoi 19 anni totali di carriera non c’è avversario che non abbia affrontato, non c’è promotion nella quale non abbia mostrato il suo coraggio e le sue abilità, spinto solamente dal suo coraggio e da un amore infinito per questo sport. Da incontri a mani nude in squallidi parcheggi e magazzini, a tornei di valetudo nei palazzetti di mezza america, fino alle arene giapponesi traboccanti di fan in delirio, Jeremy è uno dei pochi lottatori a poter dire di aver vissuto in tutto e per tutto questo sport, in ogni sua singola sfaccettatura. Di questo e molto altro ancora ce ne ha parlato in un’intervista esclusiva, senza precedenti, che sono sicuro farà ricordare con nostalgia la “old school” delle MMA.

Ciao Jeremy, è un grande onore averti qui. Il tuo record ufficiale è incredibile: 91 vittorie, 22 sconfitte, 5 pareggi e 1 no contest, e dichiari di aver combattuto in centinaia di altri match non registrati. Come mai hai deciso di fare il tuo debutto in uno sport che all’epoca (1996) stava ancora emergendo ed era così poco conosciuto? Chiaramente non l’hai fatto per fama o per soldi.

Ho iniziato perché mi allenavo e sembrava divertente. È davvero così semplice. Mi è sempre piaciuto allenarmi, quindi questa è stata l’occasione per provarlo per davvero e sotto controllo e sicurezza. Una volta che l’ho fatto mi sono innamorato e non mi sono mai più guardato indietro.

Hai debuttato nel 1996 combattendo in un magazzino di Atlanta contro un tale Rick Graveson, un incontro che hai vinto per leva al braccio in meno di due minuti. Era la prima volta che lottavi a contatto pieno oppure avevi avuto altre esperienze precedenti, ad esempio nei combattimenti di strada? Quali emozioni hai provato realizzando che stavi per entrare nel tuo primo match?

Mi allenavo in una palestra locale. Ho iniziato quando mio fratello ha visto una dimostrazione in una fiera locale e l’ho semplicemente seguito. Quell’incontro con Rick è stata la mia prima volta. Non ero mai stato coinvolto in un combattimento per strada. Le emozioni erano strane perché non sapevamo davvero in cosa stessimo entrando. Piuttosto stavo solo seguendo la corrente. Basandomi sul mio allenamento ritenevo di essere abbastanza bravo, ma in realtà non avevo un vero metro di paragone.

Nel terzo match della tua carriera hai subito la tua prima sconfitta ufficiale per mano di Mark Hanssen. È stato difficile gestirla? Cosa ti ha attraversato la mente in quel momento?

Quando ho perso quell’ incontro è stato come aprire gli occhi. Fino ad allora, per qualche ragione, pensavo di essere l’unico a conoscere quello che conoscevo io. Quando mi ha preso nell’armbar mi sono reso conto che ANCHE ALTRE PERSONE FANNO BJJ!

Hai fatto parte di uno dei team storici della MMA: il Pat Miletich Fighting System, casa di leggende del calibro di Matt Hughes, Jens Pulver, Tim Sylvia, Robbie Lawler e tanti altri. Come sei entrato in contatto con Pat e perché hai deciso di rimanere con lui? Com’era allenarsi ogni giorno insieme a tutti questi grandi campioni?

Ho incontrato Pat per la prima volta quando ho combattuto contro Mark Hanssen. Erano compagni di allenamento. Dopo quell’ incontro sapevo di aver bisogno di più indicazioni per migliorare. Lui era l’unico che conoscessi ed era vicino. È stata una decisione facile e si è rivelata buona. Per quanto riguarda l’allenamento con i ragazzi, non ho mai pensato che fossimo i migliori. Eravamo solo dei ragazzi che si allenavano insieme e si divertivano.

Nel maggio 1998, con un record di 9-2-3, hai debuttato in UFC contro uno dei lottatori di arti marziali miste più forti di sempre: Frank Shamrock, detto “La Leggenda”. Frank era il campione in carica dei pesi medi UFC (oggi mediomassimi) e all’epoca aveva un record di 16-7-1. Come sei riuscito a resistere per oltre quindici minuti contro un avversario tanto duro e molto più esperto di te?

Quando ho ricevuto la chiamata per quel combattimento mi è sembrato piuttosto semplice. Frank aveva appena battuto Kevin Jackson e Igor Zinoviev, entrambi in meno di un minuto. Il mio unico obiettivo era durare più di un minuto. Sapevo di poterlo fare. Nessuno mi può battere in meno di un minuto.

Dopo una sconfitta contro Ebenezer Fontes Braga nell’ottobre dello stesso anno, nei tuoi dieci incontri successivi hai accumulato un record di nove vittorie, nessuna sconfitta e un pareggio, e poi sei tornato in UFC. Era UFC 19 dove hai affrontato la leggenda come Chuck Liddell. Non solo sei l’unico fighter ad averlo mai sottomesso in un incontro di MMA, ma ancora meglio lo hai fatto in modo spettacolare con triangolo di braccia dalla guardia che gli ha fatto perdere i sensi! A quei tempi Chuck era una bestia e aveva da poco massacrato il mito del valetudo Jose Pelè Landi. Qual è stato il segreto per riuscire ad eseguire una tecnica così particolare contro di lui?

Stavo solo cercando di sopravvivere. Ero ancora un novellino nonostante la mia esperienza nel mondo dei combattimenti. Sono sempre stato in grado di rimanere abbastanza calmo così ho continuato a lavorare per portarlo a terra. Sapevo di poterlo tirare giù  e di salire in monta. Quando ha spinto verso di me cercando di ribaltarmi, è praticamente caduto tra le mie braccia.

Nel settembre del 2003 hai partecipato al torneo “Global Domination” dell’IFC dove hai sconfitto prima Mikhail Avetisyan e poi il futuro campione del mondo UFC Forrest Griffin, perdendo per una controversa decisione arbitrale la finale contro Renato “Babalu” Sobral. Hai mostrato alcune delle tue migliori abilità quella sera, come il knockout per head kick contro Griffin o il triangolo con cui hai quasi sottomesso, nel corso di una vera e propria battaglia, la cintura nera di Bjj Babalu. Parlaci di quell’evento. 

Quel torneo è stato il mio preferito. Pensavo di aver combattuto davvero bene. La mia rovina è stata che, andando in finale, sapevo che Babalu era ridotto davvero male mentre io ero fresco. Ho immaginato che tutto ciò che dovevo fare fosse rimanere calmo e che prima o poi lui sarebbe crollato a causa di quello che aveva passato. Era un duro e ha semplicemente continuato a spingere. Ritengo che se avessi attaccato un po’ più forte avrei potuto finalizzarlo ma ho continuato a pensare che sarebbe andato giù e basta.

Sei un peso medio naturale ma durante la tua carriera hai combattuto anche nelle divisioni dei massimi e dei mediomassimi, una categoria, quest’ultima, nella quale sei stato addirittura campione per la celebre promotion King of the Cage. Quanto è difficile combattere con qualcuno che pesa dieci, venti chili più di te, e come mai hai deciso di lottare in queste categorie?

Una grande differenza di peso non mi ha mai preoccupato. Ho sempre cercato di concentrarmi su una buona tecnica, quindi trovarsi in inferiorità per peso e forza non mi ha mai importato molto.

Nelle tue 91 vittorie hai finito 63 avversari per sottomissione e 16 per knockout. Ovviamente sei un esperto nella lotta a terra: la leva al braccio che hai utilizzato contro Chael Sonnen ad UFC 60 è stata piuttosto spettacolare e, inoltre, sei stato tu stesso ad insegnare a Matt Hughes l’armbar con il quale ha sconfitto GSP nel loro primo match. Tuttavia hai anche mani molto pesanti, come hai dimostrato contro Daiju Takase o il già citato Forrest Griffin. Come descriveresti il ​​tuo stile e i tuoi punti di forza?

Sono sempre stato molto di più grappler che uno striker ma per essere completo devi allenarti in tutto. Mentre progredivo e miglioravo nella lotta in piedi questo ha iniziato a venire fuori nei miei combattimenti.

Ho letto che quando hai affrontato Gilbert Yvel al Pride, prima dell’evento tu e gli uomini del tuo angolo vi eravate messi a giocare sparandovi a vicenda con armi da softair per le strade di Tokyo. Come potevi essere così rilassato quando sapevi che in poche ore avresti dovuto affrontare un fighter spaventoso come Gilbert?

In quel periodo della mia carriera combattere era una seconda natura per me. Era solo questione di allenamento, che amavo, e poi di fare l’incontro, che amavo ugualmente. Non c’era motivo di essere nervosi. Era solo un altro giorno passato a fare ciò che amavo.

Ti chiamano Gumby, come il personaggio di un vecchio show televisivo per bambini che era fatto di argilla. Come mai ti hanno dato questo soprannome?

Penso che durante il mio combattimento contro Frank Shamrock Jeff Blatnick (medaglia olimpica e all’epoca commentatore UFC) mi abbia chiamato in quel modo. Frank mi aveva preso la testa e io chiamai guardia piegandomi il collo in una brutta posizione. Jeff disse “Jeremy Horn è un Gumby!”. È rimasto. Non è mai stato un soprannome che mi piacesse ma immagino che sia così che funzioni con i nickname. Non li scegli, vengono scelti loro per te.

Sei stato coinvolto in numerosissime battaglie contro i più grandi campioni di ogni tempo: Dan Severn, Travis Fulton, Kiyoshi Tamura, Randy Couture, Anderson Silva, Minotauro Nogueira, Ricardo Arona, hai sconfitto Chael Sonnen per ben tre volte e la lista potrebbe continuare all’infinito! Quale è stato l’avversario più forte che tu abbia mai affrontato e perché?

Non mi è mai importato contro chi dovessi combattere. Ho sempre amato combattere e basta. Come ho detto prima, penso che il torneo con Forrest e Babalu sia stata la mia serie preferita di incontri. Ho combattuto diversi match duri e non credo di poterne scegliere uno solo.

Hai combattuto sia nelle piccole promotion americane sia nelle più grandi organizzazioni di arti marziali miste al mondo: UFC, WEC, PRIDE, Bellator, Pancrase, IFL, KOTC, IFC. Qual è stata la tua preferita? Sono sicuro che hai un sacco di storie incredibili sugli anni nei quali hai lottato in lungo e in largo per tutti gli Stati Uniti. Qual è la situazione più strana in cui sei mai stato coinvolto?

Ho sempre amato lottare per le promotion giapponesi. Ti trattano in modo diverso rispetto agli altri eventi. In Giappone sei trattato come un guerriero rispettato che è disposto a farsi male per intrattenere la folla, e ti amano per questo. In altri show ti trattano come un animale da circo. Non tutti sono così, ma ce ne sono troppi. Sono sempre stato relativamente timido in pubblico, quindi non ho molte storie. Penso che le armi da softair in Giappone siano probabilmente state una delle cose più “selvagge” che io abbia mai fatto. Non troppo selvaggia in realtà.

Qual è la tua eredità come combattente?

Penso, e spero, di essere stato in grado di mostrare al mondo che un tipo comune può competere con chiunque se si allena abbastanza duramente e nel modo giusto. Non devi essere un super atleta per essere bravo in questo. Devi solo volerlo abbastanza.

So che attualmente stai allenando lottatori a Salt Lake City con l’Elite Performance, il team che hai fondato. Che cosa fai oggi e quali sono i tuoi piani per il futuro?

Sono ancora il ragazzo che ero quando ho iniziato. Adoro giocare ai videogiochi. Sto cercando di avviare una pagina su Twitch.tv. Sono un grande amante degli animali: ho tre bassotti. Sono un po timido, preferisco stare da solo o in piccoli gruppi. Fondamentalmente sono ancora solo un ragazzino.

Il tuo ultimo incontro è stato nel novembre del 2015 contro Egidijus Valavicius, 19 anni e 119 combattimenti dopo il tuo debutto da professionista. Oltre a Dan Severn e Travis Fulton, sei forse l’unico lottatore ad aver disputato più di cento incontro nella propria carriera. Cosa ti ha permesso di combattere così frequentemente e per così tanto tempo? Sei ufficialmente in pensione o forse ti vedremo sul ring ancora una volta?

Penso che la mia longevità possa essere attribuita al mio stile così come alla mia naturale durabilità. Ho sempre combattuto con l’obiettivo di finire il più velocemente possibile. Non cerco di farlo per l’intrattenimento dei fan. Sono anche abbastanza duro a livello fisico. Genetica fortunata, credo. Per quanto riguarda combattere, penso che potrei avere ancora qualcosa in me ma ho anche molte altre cose sul mio piatto.

Segui ancora le MMA? Chi è il tuo combattente preferito?

Le seguo un po’ ma con così tante persone che combattono oggi è difficile tenere il passo. Sono davvero interessato solo ai ragazzi che si distinguono per l’abilità che hanno. Non mi interessa chi dice cosa, o chi ha il taglio alla moicana viola più grosso. Mi interessa chi mostra più abilità nel ring. Non mi interessa vedere due ragazzi che stanno lì a colpirsi l’un l’altro alla cieca più di quanto non mi interessi vedere qualcuno eseguire un takedown e restare lì per tutto il combattimento. Sono molto impressionato da gente come Conor, ovviamente, che sa colpire con precisione. O Khabib, che può mettere così tanta pressione su qualcuno da farlo crollare. Mi piacciono anche tipi come Demian Maia. Tutti sanno esattamente qual è il suo piano ma comunque non riescono a fermarlo. Questo è fantastico secondo me.

Tu appartieni ad un’epoca nella quale ad ogni singolo combattimento i lottatori entravano nella gabbia con la mentalità di “uccidere o essere uccisi”. Quale pensi che sia la grande differenza tra voi e i fighter di oggi?

Molti dei lottatori oggi stanno entrando in questo sport perché pensano sia un modo semplice per fare soldi. Questo non potrebbe essere più lontano dalla verità. I soldi sono molto lontani. Se non ami questo gioco per i suoi meriti, non avrai mai il coraggio di continuare con esso per il tempo necessario a diventare bravo e magari guadagnare un po’ di soldi. Quando abbiamo iniziato noi non c’erano soldi. Lo abbiamo fatto tutti perché lo amavano.

Sei mai stato in Italia? Sarebbe meraviglioso vederti qui un giorno per tenere un seminario.

Sono stato a Roma una volta e l’ho adorata. Dopo un mio combattimento in Irlanda per l’UFC, la mia ragazza e io abbiamo fatto una deviazione per visitarla. È stato stupefacente. La storia e l’età sono molto umilianti e incutono soggezione. L’idea che la città abbia quasi tremila anni mentre gli Stati Uniti appena duecento è semplicemente incredibile. Mi piacerebbe molto tornare e visitarla di nuovo. Un seminario sarebbe fantastico. Ringrazio sempre tutti i fan che ho là fuori perché senza i fan non sarei in grado di essere pagato per fare lo sport che amo. Sono molto fortunato. Grazie a tutti.

A CURA DI FABIO SPANGARO

Hans Nijman: vivere e morire come un gangster

Erano passati ventotto anni da quando, nel lontano 1985, il campione del mondo in carica di kickboxing André Brilleman era stato ritrovato morto, crivellato di proiettili e sigillato in una botte piena di cemento, sul fondo del fiume Waal. Ribattezzato “Il bulldog” per il suo stile spietato e la ferocia con cui era solito mettere knockout gli avversari, Brilleman lavorava come guardia del corpo per il barone della droga Klaas Bruinsma e aveva stretti legami di amicizia con alcuni mafiosi che si allenavano insieme a lui nella palestra della Meijiro Gym ad Amsterdam; un legame, questo, che portò infine al tragico epilogo della sua vita. Ventotto anni dopo, per l’appunto, nella medesima città e in circostanze del tutto simili, un’altra leggenda delle arti marziali olandesi seguirà le sue orme andando incontro ad una tanto prematura quanto violenta scomparsa.
Con un collo taurino, il classico naso maciullato da pugile e un fisico tarchiato segnato da solidi muscoli, Johannes Petrus Nijman, per gli amici Hans, era una presenza che non passava di certo inosservata. Un lottatore di Kyokushinkai dalle grandi abilità, iniziò la sua carriera marziale nelle vesti di kickboxer e di karateka, una disciplina, quest’ultima, nella quale arrivò a conquistare il titolo olandese e un rispettabile terzo posto ai campionato del mondo WUKO per la categoria dei pesi massimi. Fu inoltre uno dei primi lottatori europei a cimentarsi negli incontri di shoot-wrestling della giapponese RINGS, promotion di fama internazionale e vero e proprio fenomeno mediatico che all’epoca poteva contare sull’appoggio di milioni di fan e sulla collaborazione televisiva con WOWOW Channel, l’equivalente nipponica della HBO. Fondata da Akira Maeda e presto diventata una delle maggiori organizzazioni di pro-wrestling in circolazione, in quel periodo il RINGS stava mettendo sotto contratto un gran numero di lottatori stranieri provenienti da ogni parte del mondo, dal Regno Unito alla Bulgaria, dagli USA all’Australia, per accrescere il proprio roster e portare una nota di spettacolarità in più ai propri eventi. Era come un videogioco picchiaduro in carne ed ossa, con ogni contendente esperto in una specifica arte marziale e con le proprie tecniche segrete per finalizzare gli avversari: c’erano i maestri di sambo russi, gli ex lottatori olimpici georgiani, i campioni brasiliani di jiu-jitsu e poi loro, i famigerati kickboxer olandesi riuniti nel team capitanato dal leggendario “Demone Rosso” Chris Dolman. Gli incontri erano, ovviamente, esibizioni sportive dall’esito predeterminato, ma a differenza del pro-wrestling tradizionale in questo caso si trattava di match estremamente realistici: niente più salti dalle corde e prese in volo, ma tecniche legittime e colpi che spesso andavano a segno realmente. Una sorta di misto tra realtà e finzione, tra spettacolo e sport, che si rivelò essere una combinazione vincente. Gli stessi atleti, poi, spesso erano dei lottatori professionisti a tutti gli effetti tant’è vero che molti di essi negli anni successivi avrebbero effettuato una transizione anche abbastanza fortunata nelle MMA: nomi come Volk Han, Kiyoshi Tamura e Tsuyoshi Kosaka, ma anche il più grande lottatore di greco-romana di ogni epoca e tre volte medaglia d’oro olimpica Aleksander Karelin, detto “Alessandro il Grande”, che proprio nel RINGS disputò il suo primo ed unico match di MMA. Nijman debuttò come membro del team olandese nello show del 7 dicembre 1991, dove riuscì ad ottenere un pareggio contro l’idolo locale e veterano della kickboxing Masaaki Satake; poco tempo dopo strappò un altro verdetto di parità nell’incontro con Adam Watt, quindi una sconfitta per mano dello stesso Akira Maeda e in seguito le straordinarie vittorie per knockout contro celebri nomi come Mitsuya Nagai, Masayuki Naruse, Zaza Tkeshelashvili e Mikhail Ilyukhin. Riuscì persino a raggiungere il podio del RINGS Mega Battle Tournament del 1994, il torneo annuale al quale partecipavano i migliori lottatori della promotion, e con le sue vittorie contro Tsuyoshi Kohsaka e Kiyoshi Tamura si guadagnò l’onore di essere inserito, anche se per un breve periodo, al primo posto nei ranking dell’organizzazione. Poster e calendari furono stampati su di lui, ed egli stesso venne addirittura inserito come personaggio giocabile in un celebre videogioco di arti marziali giapponese. Le sue abilità atletiche, i suoi calci rotanti spettacolari e la frequenza con cui combatteva furono di certo le grandi ragioni di un tale successo: con un record nello shoot-wrestling di ventiquattro vittorie, venti sconfitte e tre pareggi, Hans è stato sicuramente una delle più grandi star dell’epoca e uno dei pochi “gaijin”, la parola con cui i giapponesi identificano gli stranieri, ad essere entrato nel cuore dei fan nipponici.
Fu intorno al 1995, testimoni del successo che promotion come lo Shooto stavano riscuotendo sempre di più a discapito delle federazioni di pro-wrestling, che i dirigenti del RINGS cominciarono ad inserire degli incontri di arti marziali miste nelle proprie card per attirare un maggior numero di spettatori. Lentamente, con un numero sempre minore di match “finti” disputati nei propri eventi ma un afflusso ben maggiore di pubblico, Maeda decise di trasformare definitivamente il RINGS in una promotion di MMA a tutti gli effetti e i suoi lottatori cominciarono a combattere in incontri reali. A quel tempo Hans aveva quasi raggiunto la soglia dei quarant’anni e di conseguenza disputò la sua intera carriera nelle arti marziali miste ad un’età alla quale la maggior parte degli altri lottatori solitamente inizia a pensare al ritiro, ma questo non gli impedì di raggiungere ugualmente enormi traguardi. Ovviamente, e non solo a causa dell’età, combattere sul serio era molto diverso da quello che aveva fatto fino ad allora: sicuramente in piedi si trovava avvantaggiato grazie alla sua esperienza passata nel karate, ma la lotta a terra per lui costituiva ancora un mistero assoluto. Nonostante questo handicap tutt’altro che semplice da compensare, Hans riuscì a vincere i primi cinque incontri della propria carriera e a farlo sempre prima del limite, chiudendo addirittura una imprevedibile ghigliottina sul lottatore Allen Harris, una sottomissione che nessuno si sarebbe aspettato da parte di uno striker come lui. Tuttavia, per quanto si impegnasse a indagare a fondo i segreti del catch-wrestling giapponese, il suo punto di forza rimaneva sempre e comunque la lotta in piedi. Nella storia degli sport da combattimento sono veramente in pochi ad essere ricordati per aver avuto una propria mossa distintiva con cui mettere fuori gioco gli avversari, come la “H-Bomb” di Dan Henderson o il devastante high-kick sinistro di Mirko Crocop, e Hans è uno di loro: quella che ai tempi dello shoot-wrestling era una tecnica utilizzata solamente a scopo teatrale, tanto sembrava uscita da un film di arti marziali di Bruce Lee e priva di qualsiasi efficacia in uno scontro reale, si rivelò essere un’arma a dir poco letale. Si trattava di un calcio in due passaggi tipico del karate tradizionale, molto simile al “Brazilian kick” reso celebre da Glaube Feitosa nel K-1, che andava a mirare in basso e a colpire in alto in modo tale che l’avversario, qualora avesse abbassato la guardia per difendere il busto, avrebbe lasciato il volto scoperto. Richiedendo una notevole flessibilità e una grande forza di tronco per essere eseguito con la giusta energia, pochi lottatori nella storia sono stati in grado di utilizzare questo “calcio a due livelli” con la stessa efficacia di Nijman, sicuramente nessuno con la stessa potenza. Con 183 cm di altezza e più di 110 kg di peso, infatti, la forza sprigionata dalle gambe di Hans era in grado di abbattere qualsiasi ostacolo e questa sua abilità unica, mescolata con altrettanto pesanti colpi di pugno e di ginocchio, gli garantì un sacco di vittorie per knockout. Tra il 1995 e il 1999 Nijman riuscì ad accumulare un record di nove vittorie e sole tre sconfitte combattendo sia in Giappone sia, soprattutto, negli eventi del RINGS che si svolgevano in Olanda: tra le sue vittime più illustri troviamo i nomi di Yoshihisa Yamamoto, Andrey Kopylov e del “padre” delle MMA russe in persona, Volk Han, che all’epoca era ritenuto uno dei grappler più pericolosi al mondo. Perse solamente contro due lottatori davvero molto tosti quali Kiyoshi Tamura e Hiromitsu Kanehara, e contro il karateka georgiano Tariel Bitsadze che però si imponeva con un notevole vantaggio fisico dall’alto dei suoi due metri di altezza per oltre centocinquanta chili di peso. Nel gennaio del 2000, dopo aver sottomesso per rear naked choke l’australiano Danny Higgins nel suo ultimo match per il RINGS, Nijman fu chiamato a partecipare al Pride Openwight Grand Prix, il più grande evento di arti marziali che si fosse mai visto fino ad allora; messo di fronte ad un debuttante Kazuyuki Fujita, leggendario fighter noto per la sua incredibile mascella, fu costretto ad arrendersi nei primi minuti del round ad una terribile neck crank applicata dalla superstar giapponese. A seguito di altre due sconfitte consecutive nella sua Olanda, una per mano del kickboxer Barrington Patterson e una contro un giovane Cheick Kongo, Hans decise infine di ritirarsi, nel giugno 2003, all’età di 43 anni. Un inaspettato quanto trascurabile ritorno nel 2013 in Giappone lo vide, ormai ultracinquantenne, perdere contro il ben più giovane Minoru Suzuki, star locale, in un triste siparietto che non rese per nulla la grandezza di quello che un tempo egli aveva rappresentato per la crescita dell’intero movimento delle MMA olandesi ed europee. La sconfitta per sottomissione, più di preciso per mezzo di una delle famigerate kneebar del “guerriero solitario”, aggiornò il suo record definitivo a nove vittorie, metà delle quali per ko e metà per sottomissione, e sei sconfitte, oltre a circa un centinaio di match di shoot-wrestling combattuti negli anni precedenti e persino successivi al suo ritiro dalle MMA.
Una vera leggenda vivente, a dispetto di quel che si potrebbe pensare nella vita di tutti i giorni Hans era un uomo come tanti che lavorava duramente per sostenere la moglie e i quattro figli, un idolo locale e un pilastro della sua comunità, molto amato per il suo carattere amichevole e per la sua disponibilità con i fan. Tuttavia, seppur con la sua carriera sportiva alle spalle, gli anni più selvaggi della sua vita dovevano ancora incominciare. Dopo essersi ritirato dalle competizioni Hans aprì una grande palestra di arti marziali a Beverwijk, a pochi chilometri da Amsterdam, insieme all’amico e compagno di team Dick Vrij, un ex bodybuilder e buttafuori con cui aveva militato a lungo nel circuito del RINGS. Entrambe facce conosciute nel famigerato red light district della capitale olandese, Hans e Dick arrotondavano lo stipendio facendo le guardie di sicurezza nei night club del posto e, come molti altri lottatori di quel periodo, prestandosi a piccoli lavori di intimidazione per conto della malavita locale. A causa del suo coinvolgimento in attività di riciclaggio di denaro sporco e di riscossione di debiti, oltre a diverse risse a mano armata, egli finì addirittura in tribunale con l’accusa di estorsione e abuso nei confronti di un banchiere svedese che dopo una breve indagine risultò essere solo l’ultimo di almeno altri cinquecento uomini d’affari caduti vittima degli atti di strozzinaggio dell’ex lottatore. “Se ti tirassi un calcio con i miei cento chili di peso, finiresti in ospedale!” spiegò Hans al procuratore durante il processo: “Anche se la mia carriera sportiva è finita, so ancora farmi rispettare!”. È a questo punto della storia che entra in scena Willem Holleeder, un nome che se nel resto del mondo non suggerisce praticamente nulla, in Olanda non può che suscitare paura e rispetto. Fino ad ora il più famigerato criminale nella storia del paese, negli anni ottanta Willem aveva avuto il suo momento di celebrità quando era stato condannato per rapimento del magnate della birra Freddy Heineken e, dopo aver scontato la pena, era tornato in libertà e aveva scalato rapidamente i ranghi della criminalità locale. Il suo ruolo in questa vicenda non è mai stato provato ma i sospetti su di lui sono decisamente forti e, comunque sia, oggi egli si trova in carcere con vari capi d’imputazione per omicidio e narcotraffico. Di sicuro Nijman aveva avuto dei contatti con lui, non è chiaro di quale natura, ma fino all’ottobre del 2012 i loro rapporti sembravano andare per il verso giusto. Questo finché Dick, a quanto pare perché venuto a sapere che Holleeder stava utilizzando il suo nome per compiere delle estorsioni a sua insaputa, aggredì il boss in un caffè di Amsterdam rompendogli la mandibola a pugni e minacciando di ucciderlo. Poco tempo dopo in un’intervista ai media Willem disse di aver già risolto la questione e di non covare alcun rancore contro Dick o contro il suo fidato amico e socio Nijman; parole che, se provengono da un boss criminale, non sono mai da ritenersi di buon auspicio. E Dick, difatti, non prese la situazione alla leggera: accusato di associazione a delinquere, imputazione per la quale l’anno successivo sarà condannato a tre anni di detenzione, si fece volontariamente rinchiudere in cella ancor prima che il verdetto venisse emesso perché sentiva di non essere al sicuro al di fuori del carcere. Nijman invece, ignaro del pericolo in cui si era suo malgrado ritrovato coinvolto, continuò la sua routine quotidiana senza troppe preoccupazioni. Una leggerezza che gli fu, probabilmente, fatale. Erano circa le 20:45 del 5 novembre 2014 quando alcune raffiche di mitra squarciarono il silenzio della sera nei pressi della “De Meer”, la palestra che Hans e Dick gestivano insieme: alcuni passanti dissero di aver visto degli uomini non identificati a bordo di una Volkswagen Golf aprire il fuoco con dei fucili automatici su una macchina che stava uscendo dal parcheggio sul retro dell’edificio. Il guidatore del veicolo bersagliato si rivelerà essere proprio Hans, il quale morì per le ferite riportate ancor prima che i soccorsi riuscissero ad arrivare sul posto. Se ne andava così, all’età di 55 anni, uno dei volti più importanti nella storia delle arti marziali olandesi.
Le successive indagini fecero venire alla luce una volta per tutte gli stretti legami tra la criminalità organizzata e il mondo delle arti marziali olandesi, e in particolar modo della kickboxing. Le relazioni tra Hans e i più importanti esponenti della malavita locale si rivelarono più profondi di quanto ci si sarebbe mai potuti immaginare: le prove sembravano infinite, c’erano testimonianze dettagliate, fotografie che lo ritraevano in posa con famigerati signori della droga e il suo nome era presente in numerosi fascicoli di polizia utilizzati anche per grandi processi. Tutto ciò senza contare che tra le centinaia di iscritti che frequentavano la sua palestra c’erano un gran numero di criminali di alto rango, molti dei quali li aveva conosciuti grazie all’agenzia di buttafuori che aveva fondato e di cui era proprietario e che abitualmente forniva servizi di sicurezza per eventi e feste private per conto di boss della malavita. E non era finita qui. Si iniziò a sospettare che i viaggi in Brasile che Hans faceva all’incirca ogni due mesi con lo scopo dichiarato di andare ad allenarsi ed incontrare la propria amante fossero in realtà collegati al traffico di droga, con una rotta internazionale di cocaina che correva da lui e Vrij direttamente alle mani dal boss di Amsterdam Dino Soerel. I contatti con lo stesso Willem Holleeder si rivelarono molto più gravi del previsto quando venne fuori che, apparentemente, Hans doveva essere assoldato come assassino su commissione per “liquidare” una lista di nemici del boss. Secondo Ron Nyqvist, fondatore del team Golden Glory e a sua volta gangster spietato, era stato proprio Hans l’autore dell’attentato che lo aveva quasi ucciso nell’aprile 2001 quando l’auto nella quale si trovava insieme alla moglie era stata fatta saltare in aria. Inoltre, all’epoca della sparatoria Fred Ros, un noto malavitoso locale che aveva conosciuto Hans tramite la sua palestra, stava collaborando con le autorità per testimoniare in un processo contro le gang di Amsterdam e quindi secondo alcuni l’assassinio di una persona a lui vicina sarebbe stato una sorta di avvertimento per convincerlo a ritrattare le proprie confessioni. Ma queste sono solo supposizioni, storie e dicerie che ancora oggi circolano di bocca in bocca nei bassifondi più bui della capitale olandese, tra malavitosi e killer. Quel che è certo è che mezz’ora dopo la sparatoria il rottame in fiamme della Golf utilizzata per l’agguato fu trovato in un parcheggio nella vicina città di Velserbroek insieme ad un taxi che, come l’auto, si rivelerà essere stato rubato, segno che più che di un omicidio casuale si era trattato di un vero e proprio assassinio organizzato con grande perizia. Ma quale poteva essere il movente? Si trattava forse di una vendetta organizzata da Nyqvist a seguito del fallito tentativo di assassinio nei suoi confronti? Era forse quello il modo con cui Willem Holleeder voleva punire l’affronto subito per mano di Dick? O forse Hans si era semplicemente immerso troppo in quel mondo e, viste e sentite più cose di quante dovesse, non gli era più stato possibile uscirne? Probabilmente non lo sapremo mai: senza sospetti e piste attendibili da seguire le indagini si arenarono in poco tempo e, mentre Dick non parlò mai, ad oggi il caso rimane ancora aperto. Ai funerali di Hans, celebrati nel suo amato villaggio natale di Heemskerk, migliaia di persone andarono a dare l’ultimo saluto al loro campione: la folla era talmente numerosa che fu necessario mettere all’opera le forze dell’ordine per evitare che il piccolo paesino precipitasse nel caos. Davanti alla sua palestra di Beverwijk invece, riaperta nel settembre 2016 dallo stesso Dick in onore dell’amico defunto, amici e allievi lasciarono mazzi di fiori e un paio di guantini per commemorare la sua morte. Non solo un segno di rispetto ma il monito che una vita come la sua, o come quella di Brilleman prima ancora, può avere una sola conclusione: chi decide di vivere come un gangster, come tale andrà incontro alla sua fine.

Kill or be Killed: intervista esclusiva alla leggenda Enson Inoue

“Almeno una volta nella vita, allenati con la volontà di morire.” –Enson Inoue

Yamatodamashii è la parola giapponese che sta ad indicare l’orgoglio del popolo nipponico, il coraggio e la perseveranza di fronte alle avversità. Nel corso del periodo Edo il suo significato è stato associato al concetto di “Spirito del Samurai” come insieme dei valori di onore e lealtà contenuti nel Bushido. Oggi questa parola è inevitabilmente legata ad un personaggio, un veterano del ring e pioniere delle MMA che ha scolpito il proprio nome nelle pagine della storia unicamente grazie al suo coraggio, alla sua tenacia e al suo immortale spirito guerriero. Il suo nome è Enson Inoue, meglio conosciuto come“Yamatodamashii”. L’ex lottatore hawaiano di origini giapponesi, ex star del Pride e primo campione dei pesi massimi Shooto, nonché storica cintura nera di Brazilian jiu-jitsu, ha deciso di rilasciare un’intervista esclusiva e senza precedenti a Spirito Guerriero, un grande onore non solo per noi ma per l’intero movimento delle MMA italiane. Esponendo la propria filosofia di vita, i suoi incontri più celebri e numerosi retroscena inediti sui mitici anni d’oro del nostro sport, questa intervista è un vero e proprio viaggio nella mente e nella vita di un uomo dei tempi moderni che ha deciso di vivere la propria esistenza secondo l’antico codice di condotta dei samurai. In una parola: “Yamatodamashii”.

Per vedere l’intervista nella miglior qualità possibile selezionate “Impostazioni” (la rotellina in basso a destra) e impostate la qualità a 240p.

L’ultima carica del toro: l’incredibile carriera di Daniel Bobish

Daniel “Dan” Bobish, detto “The Bull”, il toro. Se si guarda il suo fisico, un metro e ottantacinque di altezza per circa centocinquanta chili di muscoli, si capisce subito il perché di tale soprannome. E anche il suo stile aggressivo, il suo desiderio di mettere costantemente sotto pressione l’avversario fino a spezzarne la volontà e poterlo poi finire, così come la sua mossa distintiva, la “bull rush”, la corsa del toro con cui iniziava ogni incontro, ricordano la carica di un animale selvaggio. C’è stato un periodo, tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila, in cui Dan era ritenuto pressoché imbattibile nelle categorie dei pesi massimi e supermassimi, una vera forza della natura che travolgeva chiunque gli venisse messo davanti. Di fatto, delle nove sconfitte subite in carriera non una sola è avvenuta contro lottatori che non fossero dei top fighter di livello mondiale, mentre nelle diciassette vittorie, tutte giunte prima del limite con otto ko e nove sottomissioni, solamente un avversario è riuscito ad arrivare fino al secondo round a differenza di molti altri che invece non sono sopravvissuti neanche al primo minuto dal suono della campana. Una categoria spesso criticata, quella dei supermassimi, per mancanza di tecnica e preparazione atletica, e nella maggior parte dei casi a ragion veduta; di sicuro non per quanto riguarda Bobish che, invece, è forse uno dei pochi atleti veramente forti ad aver mai lottato oltre i centoventi chilogrammi di peso, e questo grazie soprattutto al suo background nella lotta.
Un ragazzone di Cleveland, Ohio, cresciuto in uno stato dove questo sport è una vera e propria religione, durante gli anni del college divenne infatti tre volte All-American e campione nazionale NCAA Division III dei pesi massimi nel 1992. Fu anche un giocatore di football e un pugile amatoriale di discreto successo, tanto rispettato da essere stato, per un periodo, guardia del corpo e sparring partner di “Iron” Mike Tyson in persona. Nel 1994, dopo aver fallito un provino per entrare nella squadra dei Cleveland Browns, Bobish decise di abbandonare l’ambiente dello sport professionistico per trovare un lavoro più stabile che, seppur faticoso e malpagato, gli permettesse almeno di tirare avanti, e con il fisico che si ritrovava finì per farsi assumere come buttafuori in un bar. Quello che oggi gli rimane di quel periodo sono una vistosa cicatrice sulla testa, procuratagli da una bottiglia di Jack Daniel’s e ricordo di quelle serate tanto movimentate, e l’esperienza di un’infinità di risse e scontri, anche contro più di due persone alla volta, da cui uscì sempre vincitore. Dato che nel locale dove lavorava venivano trasmesse di frequente le pay-per-view della UFC, una volta notate le sue doti da picchiatore non passò molto tempo prima che colleghi e amici iniziassero a fargli pressione per spingerlo a partecipare ad uno di quegli eventi. Anche se non del tutto convinto, di certo l’idea di venire pagato per picchiare la gente gli sembrava un sogno ad occhi aperti e, inoltre, sarebbe stato molto più semplice combattere dentro una gabbia, con un arbitro e senza armi, piuttosto che in quelle risse da strada in cui si era fino ad allora tanto distinto. Il vero problema era trovare qualcuno che lo aiutasse a muovere i primi passi nell’ambiente del professionismo dato che, all’epoca, le MMA erano molto diverse da come le conosciamo oggi, con regolamenti, controlli e commissioni atletiche a salvaguardare la salute degli atleti: quelli erano gli incontri brutali e pericolosi dei cosiddetti “anni bui” del nostro sport. La grande fortuna di Bobish fu quella di stringere amicizia con il leggendario Dan Severn, che aveva precedentemente incontrato ad un evento di arti marziali a Washington D.C: grazie al suo intervento, neanche tre mesi dopo l’ex wrestler di Cleveland si trovava già su un aereo in direzione del Brasile per il suo primo incontro a mani nude. Aveva 26 anni.
Come molti altri lottatori di quel periodo, Bobish debuttò in uno dei numerosi tornei di valetudo che si stavano diffondendo a macchia d’olio in tutto il paese nel tentativo di cavalcare il successo che la UFC aveva riscosso in Nordamerica. Nel suo caso specifico fu l’Universal Vale Tudo Fighting 4, che si svolse il 22 ottobre 1996 in una non meglio specificata regione del Brasile, a dargli il benvenuto nel mondo delle arti marziali miste. Quella sera “il toro” distrusse i primi due avversari della sua carriera sottomettendo il lottatore brasiliano Mauro Bernardo e fermando per stop medico, con testate e pugni, Dave Beneteau, un veterano della gabbia con alle spalle già diversi match in UFC. Perse solo una volta arrivato in finale quando lo statunitense Kevin Randleman, che all’epoca si allenava con il campione dei pesi massimi UFC Mark Coleman e che poco tempo dopo avrebbe a sua volta vinto il titolo del mondo, gli slogò la mandibola con un paio di pugni ben assestati. Essendo arrivato tanto vicino a vincere un titolo già alla sua prima esperienza nella gabbia, Dan poteva anche essere uscito sconfitto dal torneo ma di certo aveva capito molte cose. Si era reso conto che, per quanto incredibile, la sua vocazione non era né la lotta, né il football, né tantomeno il lavoro di buttafuori al club: lui era un combattente nato!
Deciso a mollare tutto per questa nuova vita, cominciò ad allenarsi presso la Bart Vale Shootfighting Academy e, già un paio di settimane dopo il suo debutto, affrontò e sottomise in Alabama il pericoloso judoka Joe Charles, lottando in una card in cui erano presenti campioni del calibro di Oleg Taktarov e Tom Erikson. Poche settimane dopo, poi, tornò in Brasile per la sesta edizione dell’Universal Vale Tudo Fighting, dove in cinque secondi esatti si liberò del suo primo avversario con un devastante knockout prima di affrontare, nella semifinale del torneo, la cintura nera di Brazilian jiu-jitsu Carlos Barreto: anche se riuscì ad atterrarlo con un gancio sinistro nei primi minuti dell’incontro, presto Bobish si trovò a corto di fiato e, ormai esausto, verso la fine del primo round scivolò in un triangolo che pose fine alla contesa. Il fatto di aver sfiorato per ben due volte la cintura di un evento tanto prestigioso, però, lo rese di colpo uno dei fighter più rispettati al mondo, motivo per il quale nel luglio del 1997 fu invitato a prendere parte al torneo dei pesi massimi dell’Ultimate Fighting Championship che si sarebbe tenuto di lì a poco nella città di Birmingham. Ad UFC 14, nel corso della prima semifinale, fu messo di fronte al kickboxer Brian Johnston in un match che tutti pensavano sarebbe stato vinto proprio da quest’ultimo: Brian lo colpì dritto sul mento con i suoi pugni migliori ma lui non si mosse di un solo millimetro e, dopo averlo portato a terra, lo sottomise con un brutale ground and pound dalla guardia. Daniel avrebbe di certo vinto l’intero torneo se, una volta arrivato in finale, non fosse stato opposto ad un fenomeno come Mark Kerr, che era soprannominato “il titano” per la sua spaventosa massa muscolare: la strategia di metterlo sotto pressione non funzionò e Bobish, sovrastato per potenza fisica, finì per essere sottomesso dopo appena un minuto e trentotto secondi in un modo decisamente bizzarro. In poche parole, Kerr gli schiacciò il proprio mento dentro all’occhio fino a spaccarne i vasi sanguigni!
Dal suo debutto, all’incirca dieci mesi prima, Daniel aveva combattuto ben otto volte, vincendo cinque incontri e perdendone tre: adesso aveva bisogno di una pausa e, dato che nel frattempo si era sposato, decise di ritirarsi per vivere un po’ di tranquillità lontano da pugni, ferite e ossa rotte. In un batter d’occhio il “toro” si trasformò in un padre amorevole che svolgeva tre lavori diversi per sostenere moglie e figlia, e sembrava che i suoi giorni nella gabbia sarebbero rimasti solamente un lontano ricordo del passato. Per citare il grande Mickey della saga di Rocky, gli era capitata la cosa peggiore che possa accadere ad un lottatore: si era civilizzato! Ma sappiamo tutti che, per quanto ci si sforzi, è impossibile cambiare la vera natura di una persona, e la sua era innegabilmente quella del combattente; così, quando si rese conto che il matrimonio non funzionava più tanto bene e che la sua bambina era ormai cresciuta, Daniel decise di rimettere piede nella gabbia. Il suo rientro avvenne nell’ottobre del 2001, a quattro anni di distanza dall’incontro con Kerr e tra la più totale indifferenza da parte di fan e addetti ai lavori, in una piccola promotion della Georgia dove fu messo di fronte ad un colosso di centottanta chili di nome Brett Hogg; nonostante lo svantaggio fisico, Daniel se ne sbarazzò velocemente portandolo a terra e intrappolandolo in una leva che gli lacerò i legamenti del braccio quasi spezzandone l’osso a metà. Grazie a questa spettacolare sottomissione gli fu offerta la possibilità di lottare contro il devastante striker di origini samoane Eric Pele per il titolo dei supermassimi King of the Cage, all’epoca l’unica promotion di MMA al mondo a detenere una cintura per questa categoria di peso, un’occasione che non si fece ovviamente scappare. Non è mai consigliato correre a testa bassa verso il proprio avversario nel tentativo di bloccarlo a parete, ma se sei Dan Bobish puoi permettertelo: nel match contro Pele, il suo avversario riuscì a mettere a segno solo una manciata di colpi prima di venire schiacciato contro la gabbia proprio in questo modo, finendo per essere demolito con una serie di pugni e ginocchiate al volto. Quando infine, non più in grado di reggersi in piedi, crollò al tappeto con la faccia ridotta a una maschera di sangue, una cosa era ormai chiara a tutti: il toro era tornato nell’arena! Vinta in questo modo la sua prima cintura in carriera, Bobish la mise subito in palio contro Mike Kyle, difendendola in uno spettacolare match in cui fece letteralmente “volare” il proprio avversario sopra la gabbia con uno slam, e poi contro l’imbattuto californiano Jimmy Ambriz, che all’epoca si presentava con un record di cinque vittorie e zero sconfitte con tre sottomissioni e due ko. L’incontro tra questi due “mostri” dei supermassimi si svolse in una torrida serata d’estate nell’agosto del 2002 durante l’evento KOTC 16 “Double Cross”. Bobish, dato favorito dai bookmaker nonostante fosse ben sette anni più vecchio del suo avversario, perse per sottomissione al primo round in un upset che sconvolse tutti: in meno di un minuto centocinquanta chili di potenza gli furono scatenati addosso e un devastante ground and pound lo costrinse alla resa. Solo quando si rialzò da terra fu possibile comprendere il motivo che lo aveva spinto al tap-out: la sua fidanzata a bordo gabbia scoppiò in lacrime nel vederlo col volto completamente tumefatto, gli occhi chiusi e le labbra gonfie e sanguinanti. Si scoprirà in seguito che i pugni di Ambriz gli avevano devastato le ossa del volto piegandogli verso l’interno della bocca diversi denti. Una serata totalmente da dimenticare, insomma.
Fu a questo punto che Daniel si rese conto di dover cambiare qualcosa nella propria vita: in undici incontri aveva guadagnato poco più di trentamila dollari, una somma spesa quasi interamente per pagarsi le cure mediche che i promoter non gli garantivano, e sentiva di non poter continuare così ancora per molto. Attirato dai guadagni e dalla prospettiva di una carriera più duratura, insieme all’amico Don Frye partecipò dunque ad alcuni match di pro-wrestling in Giappone, dove riscosse un discreto successo grazie al suo fisico “mostruoso”, e sostenne persino un colloquio con il presidente della WWE Vince McMahon per ottenere un ingaggio nella celebre promotion statunitense. Ma come già detto lui era un combattente nato, la lotta ce l’aveva nel sangue e non seppe stare a lungo lontano dalle competizioni. Tornato in azione contro un avversario di basso profilo in un evento in Giappone, la sua prestazione fu talmente impressionante da attirare l’attenzione del PRIDE, che in quel periodo era la promotion di MMA più importante al mondo; senza pensarci due volte, sia per le borse mostruose che gli sarebbero state offerte, sia per il prestigio di combattere in un’organizzazione di tale livello, partì quindi alla volta di Tokyo. Il suo primo incontro, al PRIDE Final Conflict 2003, si concluse con una veloce sconfitta per tko per mano di Gary Goodride, in realtà a causa di una ditata involontaria che passò inosservata agli occhi dell’arbitro; sarebbe stato solo l’inizio di un periodo molto negativo per lui, con diverse sconfitte consecutive e delusioni agonistiche a non finire che avrebbero minato per anni la sua carriera. Daniel non ottenne mai il successo sperato nella promotion giapponese ma, nonostante i fallimenti all’interno del ring, sin da subito si attirò le simpatie del pubblico locale per il suo look stravagante: tutti volevano vedere quell’enorme muro di carne e muscoli, tanto alto quanto largo, con i pantaloncini a stelle e strisce e i baffi ossigenati alla Hulk Hogan mentre caricava l’avversario con furia animalesca e una forza devastante nei pugni. Un’altra cosa che contribuì ad accrescere la sua fama tra i fan fu il fatto che lui non fosse un lottatore come gli altri: non è da tutti accettare un match contro il “terminator” ucraino Igor Vovchanchyn con appena undici giorni di preavviso, presentandosi sul ring sovrappeso ed evidentemente fuori forma per il poco allenamento e riuscendo lo stesso a controllare gran parte dell’incontro prima di venire fermato, per knockout tecnico, solo al secondo round. Non è da tutti neanche affrontare un colosso come Mark Hunt, dominandolo e quasi costringendolo alla resa con proiezioni, pugni e una serie infinita di ginocchiate alla testa in un match che Daniel perse a causa di uno sfortunato colpo al fegato mentre si trovava in vantaggio sui cartellini dei giudici. Ma non basta essere amati dal pubblico e dare prova di qualche buona prestazione per restare ai vertici, e per questo motivo dopo la sua terza sconfitta di fila fu rilasciato dalla promotion.
Tornato ad allenarsi negli Stati Uniti, fu in questo periodo che, cercando nuovi sparring partner per gli allenamenti di wrestling, lui e il suo capo allenatore alla Strong Style MMA, Marcus Marinelli, scoprirono un giovane talento che lasciò entrambi a bocca aperta: questi, che a discapito dei suoi ventidue anni di età era riuscito a mettere in grande difficoltà il ben più esperto Bobish, era uno studente del college di origini croate che risponde al nome di Stipe Miocic, futuro campione dei pesi massimi UFC. Allenandosi con lui, Daniel si rimise in forma e, tornato in King of the Cage dopo la fallimentare parentesi giapponese, riassaporò il gusto della vittoria nei match contro Joey Smith e Ruben Villareal prima di soffrire il primo e unico knockout della propria carriera per mano di un Ben Rothwell ancora sconosciuto. Era il 2006 e da quella volta, purtroppo, l’interesse nei suoi confronti cominciò a scemare. Ad ormai trentacinque anni di età e con un paio di sconfitte di troppo sul record, nei mesi seguenti Bobish si ridusse a combattere contro fighter di poco conto in diverse promotion locali, accettando praticamente qualsiasi match gli venisse proposto; tra questi, il suo unico avversario degno di nota fu il kickboxer norvegese Dan Evensen, un futuro fighter UFC. Dalla sconfitta contro Rothwell, Daniel vinse sei incontri consecutivi in un tempo complessivo di neanche sette minuti: sempre fedele al suo soprannome e alla sua fama di combattente feroce, finalizzò due avversari per ko e i restanti quattro con una gran varietà di sottomissioni tra cui una ghigliottina, un armbar, un’americana e una resa per pugni. Nonostante questo, però, i suoi giorni migliori erano passati e lui non riuscì più a tornare ai livelli di popolarità di un tempo. L’ultimo incontro del “toro” risale all’ottobre del 2007 quando fu sottomesso per ghigliottina dal fuoriclasse russo Aleksander Emelianenko, fratello dell’“ultimo imperatore” Fedor, in un evento svoltosi nella provincia canadese di Alberta. Non fu un ritiro voluto, il suo, ma una frattura di due vertebre riportata in quella occasione lo costrinse a mollare per sempre le competizioni. Di sicuro Bobish non è stato il più grande fighter nella storia di questo sport, ma dietro al colosso che demoliva i propri avversari ci sono ugualmente tutti gli elementi che contraddistinguono un campione: la sua è la stessa storia di sangue, fatica e sacrifici che ha permesso a molti altri ragazzi senza prospettive di arrivare sul tetto del mondo. Oggi Daniel ha quasi cinquant’anni e, ben lungi dal volersi ritirare dall’ambiente delle arti marziali, ha deciso di riversare tutta la propria esperienza nel suo nuovo ruolo di promoter: essendo lui stesso un ex fighter con alle spalle decine di match, dice di conoscere bene i problemi degli atleti e di pensare unicamente al loro bene al fine di aiutarli ad emergere. Ci è senza dubbio riuscito dato che, tra i tanti, nella sua “Ultimate Cage Battle” ha mosso i primi passi l’ex campione dei pesi gallo UFC Cody Garbrandt.
Ma il fuoco che ha dentro, quello che ogni combattente possiede e che lo spinge alla battaglia, non ha ancora smesso di bruciare. Intervistato nel 2010 riguardo al suo futuro, Bobish ha detto: “Alcuni giorni penso che ho solo quarant’anni e oltre i centoventi chilogrammi di peso non sono in molti a poter competere con me […] voglio ancora combattere ma semplicemente non posso farlo […] mi manca, mi manca la scarica di adrenalina, l’amavo. Mi manca avere la mia mano alzata”. Poi ha sospirato. Ormai quei tempi sono passati, gli anni gloriosi in cui il toro correva ancora nella gabbia.

“Il terribile” Bob Schrijber

“Sono solo fatto di carne, sangue ed ossa ma se inizi a fare a botte non provarci da solo, perché sono cattivo” -Elvis Presley, “Trouble”

Il 22 luglio 2018, in occasione dell’evento UFC Fight Night: Shogun vs Smith svoltosi ad Amburgo, Stefan Struve è tornato nell’ottagono più famoso al mondo per affrontare il polacco Marcin Tybura. Come sempre, ad accompagnarlo all’angolo il suo storico allenatore, un veterano del ring che di certo dà poco nell’occhio ma che sono sicuro i fan di lunga data abbiano immediatamente riconosciuto. Anche se a vederlo adesso risulta difficile crederci, quell’ometto calvo, tatuato e con qualche chilo di troppo è infatti lo stesso lottatore che un tempo veniva riconosciuto con il nomignolo di “terribile”. Proprio lui, Bob Schrijber, è stato uno dei fighter più temuti della propria epoca, quando ancora nessuno era in grado resistere al suo destro spaccaossa pari per potenza ed effetto ad una palla da demolizione: non ci sono riusciti né Gilbert Yvel, né Melvin Manhoef, né tanti altri campioni di fama internazionale. Ma, come spesso accade, le più grandi battaglie Bob le ha combattute fuori dal ring, contro un’infanzia problematica nei sobborghi di Amsterdam e una dipendenza dalla droga che lo stava divorando. La sua è una storia molto triste che mostra quanto in basso un essere umano possa arrivare prima di iniziare a risalire, ma è anche il più limpido esempio di come lo sport possa letteralmente salvare una vita.
La drammatica odissea di Robert “Bob” Schrijber cominciò nel lontano 1975 quando, all’età di dieci anni, fu mandato a vivere con la madre a seguito del divorzio dei suoi genitori. Da una parte sollevato perché, finalmente, lontano dagli abusi paterni, dall’altra completamente devastato per la separazione da suo fratello Fred, a cui era molto unito, il piccolo Bob crebbe trascurato, pieno di risentimento e tanta rabbia. A scuola andava male, a dieci anni fumava e beveva birra nei bagni dell’istituto e aggrediva i compagni di classe. Solo nei fine settimana, quando si incontrava con Fred, le cose sembravano andare per il verso giusto. Presto i due ragazzini iniziarono a vedersi sempre più di frequente, ogni volta che potevano, e finirono per fondare insieme una band musicale che riscosse sin da subito un discreto successo. Non scapparono mai di casa: una sera, dopo un concerto ad Amsterdam, decisero semplicemente di non farvi più ritorno. Ai loro genitori non importava, li lasciarono andare senza problemi e loro non si voltarono indietro. Era il 1978. Bob aveva tredici anni, suo fratello appena due di più. Due ragazzini senza guida lasciati a crescere soli contro tutti in un mondo come quello dei bassifondi olandesi dei primi anni ottanta, tra alcol, droghe e concerti, i fratelli Schrijber vivevano di casa in casa senza una fissa dimora, strisciando, combattendo, rubando. Anche se con il loro gruppo, i “Jesus and the Gospelfuckers”, erano diventati abbastanza conosciuti nell’ambiente punk della loro città, man mano che cresceva la loro fama di violenti, del tutto giustificata, avevano sempre meno offerte di suonare ai concerti. Quando iniziarono a uscire con dei ragazzi di Haarlem, dei “veri maniaci che usavano molte sostanze ed erano sempre ubriachi”, le cose precipitarono ulteriormente.
Bob fu il primo a cadere vittima delle droghe e non passò molto tempo prima che anche suo fratello facesse la stessa fine. L’edificio abbandonata dove vivevano, il “palazzo di ghiaccio”, divenne presto un noto rifugio di tossicodipendenti dove circolava qualsiasi tipo di sostanza: eroina, speed, cocaina, LSD, qualsiasi cosa vi possiate immaginare, loro due l’hanno provata. Secondo Bob, quello che lo spingeva a sniffare tutto ciò gli veniva messo davanti era la curiosità di vedere quanto lontano potesse spingersi prima di perdere la ragione. Fu anche cacciato dalla band per questo motivo ma non gli importò più di tanto: mentre Fred aveva vero talento e sognava una carriera nel mondo della musica, per lui il punk era solo un passatempo, uno scherzo. Ironia della sorte, dopo che se ne andò il gruppo si dissolse e i suoi membri finirono quasi tutti dipendenti dall’eroina. Mentre tutti intorno a loro sprofondavano sempre di più nel baratro, finendo per impazzire o soccombere all’overdose, Bob e Fred riuscirono a mantenere comunque un briciolo di lucidità e in qualche modo a controllare la propria dipendenza. Questa fu, probabilmente, l’unica cosa che li salvò. Ma a quei tempi, forse anche più della droga, era la violenza la fedele compagna delle loro vite. Bob e Fred sono sempre stati molto competitivi, ed è così ancora oggi, ma in quel periodo erano dei veri e propri attaccabrighe alla continua ricerca di guai, soprattutto Bob. Se parlate ad uno qualsiasi dei suoi amici vi racconterà di come in quel periodo girasse per strada con una strana espressione sul volto, come se fosse posseduto, perennemente in cerca di nuovi scontri, combattendo ovunque e con chiunque potesse, forse per sfogare la propria rabbia repressa, forse in cerca di quell’ulteriore “brivido” che le droghe non gli davano più. Non di rado si trovò ad affrontare dieci persone alla volta, da solo, mentre era ancora minorenne; se anche quattro di loro erano armate, prima di venire colpito riusciva sempre a mandarne almeno un paio all’ospedale. Ci sono numerose storie che illustrano il carattere “esplosivo” di Bob, ma la più incredibile è forse quando, passeggiando per Amsterdam insieme ad un amico, fu assalito da una ventina di ragazzi che lo volevano picchiare: scappò subito in un vicino edificio, questo sì, ma solo per prendere i suoi nunchaku e tornare fuori ad affrontare tutti!
Ovviamente i problemi con la legge erano all’ordine del giorno ma, ogni qualvolta veniva arrestato e riportato dai genitori, Bob sarebbe subito tornato ad Haarlem dal fratello. Questo fino all’età di sedici anni, quando finì dietro le sbarre per aver accoltellato un ragazzo nel corso di una rissa; rimase dentro per un po’ e una volta uscito, forse presa coscienza della cattiva strada che stava prendendo il suo futuro, iniziò a cercare di rimettere a posto la propria vita. Tornò a vivere con i genitori e grazie a suo padre fu assunto in una fonderia di rame di Haarlem, un lavoro duro ma che gli consentiva di sopravvivere. In realtà nonostante i suoi sforzi Bob era ancora vittima delle cattive abitudini: fumava, beveva e si drogava anche più di prima. Dato che il giudice gli aveva raccomandato di trovare un modo positivo per sfogare la sua aggressività, quasi per caso capitò nella palestra di arti marziali del celebre allenatore Cor van der Geest dove iniziò ad allenarsi nel Judo. Da quello al Karate e alla Kickboxing il passo fu breve, ma sarà la Muay Thai a rubargli per sempre il cuore: capì presto che, restando lì, poteva combattere legalmente senza essere arrestato! Quando si accorse di non essere in una buona condizione fisica, né tantomeno al pari degli altri ragazzi presenti in palestra, da un giorno all’altro decise di smettere con tutto e non toccò mai più le droghe. Da quel momento in avanti fu completamente focalizzato sullo sport, che divenne la grande ancora di salvezza della sua vita. Non aveva neanche vent’anni. Ad Haarlem Bob iniziò ad insegnare arti marziali e in seguito, grazie ad un corso per istruttori, capitò nel più rinomato dojo di Amsterdam: la Mejiro Gym, la casa dei campioni. Lì cominciò ad allenarsi regolarmente con il leggendario Rob Kaman e a partecipare ad alcuni tornei di combattimento a contatto pieno. Presto diventato il campione olandese ed europeo di Muay Thai, combatté persino per il titolo mondiale WKA contro Zijo Poljo in un match nel quale si fratturò la caviglia nel corso del terzo round. Nonostante questo terminò l’incontro in piedi, perdendo ai punti e mostrando per la prima volta quell’attitudine da duro che tanto lo contraddistinguerà in futuro.
Ma sarebbero state le MMA, che all’epoca si chiamavano ancora Free Fight, a scolpire per sempre il suo nome nelle pagine della storia. A questo punto della sua vita Bob aveva provato tanta sofferenza, era stato tossicodipendente e aveva rischiato di morire in diverse occasioni: in gabbia, con un arbitro, si sentiva al sicuro. Lottando letteralmente dai tempi dell’asilo, per lui combattere era un istinto naturale: farlo per soldi, anche se pochi, significava in pratica trasformare il suo passatempo in una professione! Secondo sua stessa ammissione, debuttò nelle MMA per il brivido dell’ignoto e il desiderio di superare le sue paure. Proprio come un pilota da corsa che vuole andare sempre più veloce, nel giro di pochi anni Bob passò da un Karate basato su un sistema di punti al mondo estremo dei combattimenti in gabbia: esattamente come con le droghe voleva solo vedere fino a che punto poteva spingersi. A ben pensarci, infatti, quello che fece fu semplicemente sostituire una dipendenza con un’altra: prima gli stupefacenti, adesso l’adrenalina. Nei primi tempi Bob si fece un nome combattendo in Olanda e in Giappone in bizzarri match in cui era ancora possibile, ad esempio, lottare a mani nude contro un avversario che indossava i guantoni da boxe. Tuttavia, di tutti gli stili di combattimento il suo preferito era anche quello più brutale; chiamatelo Vale Tudo, No Holds Barred o come volete, il concetto era semplice: niente regole, niente protezioni, niente classi di peso.
Fu proprio in un torneo di questo tipo che ad Antwerp, in Belgio, debuttò nel gennaio del 1995; essendo un ottimo kickboxer ma totalmente all’oscuro dei segreti della lotta a terra, finì per essere sottomesso due volte nel corso della stessa serata. Umiliato, deriso e oltraggiato, al suo posto molti, se non tutti, avrebbero mollato, ma lui no, lui non si arrese. Iniziò a fare il buttafuori in un locale estremamente malfamato, rischiando ogni notte la vita per racimolare quei pochi soldi che gli servivano per vivere ed allenarsi. E si allenò, difatti, e anche molto: da quando tornò in azione, neanche un mese dopo, vinse cinque match consecutivi, tutti prima del limite, combattendo prima in Giappone e poi in Olanda. La sua fama si estese in tutta Europa dopo l’M-1 MFC World Championship Tournament, un torneo russo di bareknuckle fighting svoltosi a San Pietroburgo nel 1997 nel corso del quale Bob mise ko due avversari nella stessa serata in meno di quattro minuti totali. A quei tempi l’M-1 era una promotion ancora nascente, lontana anni luce da quella che è oggi: questo significa che all’epoca valeva praticamente tutto, gli incontri erano dei veri e propri massacri e i lottatori non indossavano guanti o protezioni. Nella finale, Schrijber affrontò il gigante armeno Ruslan Kerselyan, mettendolo ko con calci e ginocchiate dopo che questi gli aveva spaccato la mandibola con una pesantissima gomitata nei primi istanti del match. Né Napoleone né Hitler erano stati in grado di fare quello che Bob realizzò quella sera: da solo, unicamente grazie al suo coraggio e alla sua determinazione aveva conquistato la Russia a suon di pugni!
A seguito di questa prestazione e grazie al suo stile aggressivo e la sua tenacia Schrijber si fece presto la reputazione di essere uno dei lottatori più duri e temibili d’Europa. Nel 1998 confermò tali voci vincendo l’IMA KO Power Tournament ad Amsterdam, sconfiggendo in finale il pericolosissimo striker Gilbert Yvel, che era sedici anni più giovane di lui e all’epoca si stava imponendo come uno dei pesi massimi più forti al mondo. In quello che fu il secondo match di una grande trilogia, tre vere e proprie guerre che fecero nascere una delle prime grandi rivalità nella storia delle MMA, Schrijber inflisse ad Yvel la prima sconfitta della sua carriera con una devastante combinazione di pugni dopo averlo messo ripetutamente knockdown. “Ero un combattente spericolato e stupido” dirà di se stesso in un’intervista qualche anno dopo, “Quando riguardo i miei incontri penso -che casino-“. Difatti, non avendo un fisico propriamente atletico, con 183 cm di altezza per 108 kg di peso, qualcuno sicuramente di troppo, e non essendo un grande tecnicista, la peculiarità di Bob era la potenza devastante dei suoi pugni e la cattiveria ed efficacia con cui li utilizzava: con mani simili a blocchi di cemento, calci capaci di abbattere un albero e una mascella d’acciaio pari per resistenza solo alla sua tenacia, sicuramente non era un avversario facile per nessuno. Soprattutto non si arrendeva mai, continuava ad attaccare furiosamente senza sosta ed era in grado di sopportare una quantità enorme di dolore, sia fisico che mentale, senza troppi problemi. Se non ci credete, basta che guardiate il match contro Moti Horenstein nel corso del quale si fratturò lo zigomo, la mano ed alcune costole e, nonostante questo, riuscì a vincere per ko. Una volta in un’intervista gli fu chiesto come facesse ad assorbire una tale mole di colpi senza neanche battere ciglio; lui rispose semplicemente: “Non ho tempo per il dolore”. Questa sola frase basta a far capire molto bene che tipo di uomo fosse Bob.
Come si può immaginare, l’aspetto nel quale un kickboxer come lui era più carente era la lotta a terra: verrà sottomesso ben dieci volte in carriera, mentre delle sue vittorie, tutte giunte prima del limite, solo quattro sono arrivate per sottomissione a fronte di sedici ko, quasi tutti entro il primo round. Ma, nonostante i suoi alti e bassi e la sua mancanza di tecnica, la maggior parte del pubblico lo ha sempre amato, sia per il suo stile altamente spettacolare, sia per il suo carattere da “intrattenitore” che voleva sempre offrire alla folla un bello spettacolo. Iconica l’immagina di quando, in occasione del match contro Semmy Schilt, si fece portare uno sgabello al centro del ring per riuscire a guardare dritto negli occhi il suo gigantesco avversario durante lo stare down e poi, una volta iniziato il match, lo atterrò con un pesante destro nei primi venti secondi dal suono del gong. Bob era il classico tipo che quando entra in una stanza si fa notare, amava essere al centro dell’attenzione ed era uno dei pochi lottatori in circolazione a dare sempre agli spettatori ciò che desideravano: fulminei e devastanti ko.
Dopo i tornei in Russia ed Olanda la sua popolarità esplose ovunque e presto si trovò a lottare praticamente in ogni singolo evento di MMA che si svolgesse non solo in Olanda, ma in tutta Europa: dalle promotion locali di It’s Showtime e 2H2H, alle russe M-1 Global o la famigerata IAFC, dove i match si svolgevano nella più totale assenza di regole, fino ad arrivare alla giapponese RINGS di cui era la principale star in tutti gli eventi che si svolgevano su suolo olandese. In un periodo di circa dieci anni, a partire dal 1997, Schrijber affrontò praticamente tutti i grandi prospetti europei nella divisione dei pesi massimi, oltre a qualche superstar internazionale, diventando presto una vera leggenda tra i fan più hardcore del settore. Lunga la lista di vittime nel corso della sua carriera: mise knockout Big Mo T, Peter Varga, Ian Freeman, due volte l’ex fighter UFC Moti Horenstein e inflisse la prima sconfitta e l’unico ko della sua carriera al kickboxer olandese Jerrell Venetiaan, oltre ad aver sconfitto il veterano del Vale Tudo ed esperto di Luta Livre Hugo Duarte nel suo match di ritiro. Combattè anche, seppur perdendo, contro celebri nomi quali Roman Zentsov, Gary Goodridge, Igor Vovchanchyn, Cyril Diabate e i già citati Semmy Schilt e Gilbert Yvel, dando sempre filo da torcere a tutti, e fece registrare un notevole pareggio contro il colosso americano Bobby Hoffman, che all’epoca stava seminando il panico nella divisone dei pesi massimi con devastanti ko tra l’America e il Giappone. Nel 1999 arrivò secondo nel torneo del World Vale Tudo Chamionship 9 svoltosi ad Aruba, sottomettendo John Sursa con alcune gomitate alla nuca e perdendo in finale contro un ventunenne Heath Herring che, dall’alto dei suoi centoventi chili di peso per un metro e novantatré di altezza, sovrastò fisicamente il più leggero e quasi quindici anni più vecchio Bob. Nel 2003, all’età di 38 anni, Schrijber divenne il primo fighter a sconfiggere e mettere ko il “Meraviglioso” Melvin Manhoef, di undici anni più giovane, e, nel rematch svoltosi due anni dopo, uno degli unici due a perdere ai punti contro questo pericoloso kickboxer, che attualmente ha un record di 28 ko su 30 vittorie. Tra il 1999 e il 2002 disputò anche alcuni incontri nel PRIDE in Giappone, all’epoca la promotion più importante al mondo, perdendo una decisione unanime contro il lottatore locale Sokun Koh e, in occasione del PRIDE Grand Prix 2000, venendo sottomesso dalla leggenda Wanderlei Silva davanti ai settantacinquemila spettatori del Tokyo Dome. Ma, ne sono certo, tutti si ricorderanno di Schrijber per il suo match contro Daijiro Matsui al PRIDE 7 nel settembre del 1999, quando fu squalificato per aver tirato un axe kick sulla nuca del suo avversario a terra dopo il suono della sua campana. Anche se si attirò contro i boati del pubblico giapponese, solitamente molto riservato e silenzioso, nessuno si stupì più di tanto: Schrijber non era nuovo ad episodi simili e già all’epoca aveva la fama di essere un lottatore “sporco”. Mentre tutti in Europa lo chiamavano “Il Terribile”, infatti, in Giappone e negli USA era noto con il soprannome di “Dirty Bob” per la sua tendenza a commettere qualsiasi tipo di infrazione alle regole: dita negli occhi, colpi bassi volontari, pugni dopo il suono della campana, e la lista potrebbe continuare all’infinito. Un viziaccio dovuto senza dubbio al suo background nelle risse da strada e alla mentalità che da esse aveva ricavato: bisogna fare di tutto pur di vincere! Ad oggi, la squalifica contro Matsui resta l’unica, grande macchia nella carriera di questo straordinario atleta. Ma a Bob non importava, non si curava di come lo chiamavano: tutto quello che voleva era combattere. Lo hanno etichettato come lunatico, psicopatico, maniaco ma, alla fine, la gente pagava per assistere ai suoi match, chi per vederlo vincere, chi per vederlo perdere. L’importante per lui era che parlassero, che lo alzassero al di sopra della massa e, nel bene o nel male, così è stato.
Nell’ottobre del 2008 ha combattuto per l’ultima volta nella sua Olanda, a Rotterdam, perdendo per decisione unanime contro il kickboxer inglese Barrington Patterson, il “guerriero con un occhio solo”. All’età di quarant’anni si è ritirato con trentotto incontri all’attivo, venti vittorie, diciassette sconfitte e un pareggio. Un record non ottimo, certo, ma che mette bene in chiaro lo spirito combattivo di un guerriero come lui. Perché mai, neppure una volta, Bob è scappato di fronte ad una sfida. Mai ha rifiutato un match in diciotto anni di carriera. Mai. Semplicemente perchè lui non è un tipo che si arrende. Ha affrontato dei veri mostri con poche settimane, a volte giorni, di preavviso, spesso da infortunato: è uscito dalla gabbia con la testa distrutta, il volto tumefatto, ma l’orgoglio sempre integro. Nel corso della sua carriera non è mai stato messo ko: Gilber Yvel lo ha fermato solo per stop medico, mentre Heath Herring con un tko decretato dall’arbitro. Non ha mai studiato i suoi avversari, non ha mai seguito una dieta e di certo non ha mai saltato una birra o un morso ad un hamburger perchè, come ogni altra cosa, ha preso anche la sua carriera agonistica con la stessa leggerezza con cui ha vissuto tutta la propria vita: per lui si tratta solo di una “enorme, infinita risata!”.
Oggi Bob porta sul corpo i segni di mille battaglie. Ormai non un solo osso delle sue mani è integro, se li è rotti tutti, troppo spesso, su troppe mandibole. Non può più suonare, le dita gli fanno male, e anche camminare a volte gli risulta difficile dato che negli ultimi tre anni della sua carriera ha lottato con la schiena a pezzi, dopo aver subito un intervento alla colonna vertebrale. Nel suo ultimo match ha riportato gravi lesioni al pollice, al bicipite e a un polpaccio, e la caviglia fratturata ai tempi della Muay Thai lo tormenta ancora. Non avendo mai avuto un assicurazione sugli infortuni, le cose peggiorano solamente. Per anni è andato avanti dove molti si sarebbero fermati, per il dolore, per la fatica, modificando i suoi programmi di allenamento a causa degli infortuni e spingendo il proprio corpo oltre ogni limite, al punto di dover necessitare di operazioni chirurgiche per evitare che le ossa si frantumassero. Bob sarà per sempre ricordato come uno dei grandi cattivi di questo sport, un gladiatore dei tempi moderni che non avrebbe affatto sfigurato in uno scontro all’ultimo sangue in un’arena di duemila anni fa. Anche se generalmente è malvisto agli occhi dei fan a causa della sua condotta poco sportiva, Bob Schrijber merita rispetto. Non solo per quello che ha fatto, non solo per la sua storia di riscatto, ma per il rispetto che chiunque entri in una gabbia merita a prescindere. Bob appartiene alla prima generazione di combattenti liberi nel mondo: all’epoca stavano ancora cercando, cercando le regole, cercando un senso a tutto questo, riducendo il proprio corpo a carne da macello per l’intrattenimento del pubblico. Dobbiamo ringraziare lottatori come lui, che hanno dato tutto, se noi, oggi, possiamo ammirare le grandi arti marziali miste al massimo del loro splendore.
Dal Judo al Karate, dalla Kickboxing alla Muay Thai, passando per il Free Fight e i combattimenti a mani nude, per tutta la vita Bob ha continuato ad alzare l’asticella per vedere fino a che punto riuscisse a spingersi. Ormai, dopo una vita di battaglie dentro e fuori dalla gabbia, anche lui ha raggiunto i propri limiti. La sua mascella d’acciaio rimane invariata, ma non deve più entrare in azione: “Ho finito una volta per tutte. Quel dolore, la tensione. Mai più”. Oggi Bob ha cinquantatré anni ed è un padre di famiglia che vive per assicurare a sua figlia una futuro migliore. Si è sposato, e non con una donna qualsiasi bensì con la tre volte campionessa del mondo di Muay Thay Irma “The Gladiatrix” Verhoeff, che aveva conosciuto nel corso del suo primo viaggio in Russia quando avevano entrambi combattuto e vinto nello stesso evento di Vale Tudo. Con i pochi soldi racimolati nella sua carriera ha aperto una palestra di MMA e Muay Thai a Womer, il “Team Schrijber”, dove ancora oggi continua ad allenare giovani talenti; tra i tanti, le punte di diamante del suo dojo sono il pro-wrestler Tom Budgen, meglio conosciuto come Aleister Black, e il peso massimo UFC Stefan Struve, che Bob accolse sotto la sua ala protettrice quando aveva appena quattordici anni. Lavora anche come commentatore in lingua olandese per la FOX in occasione degli eventi UFC e, ogni tanto, si cimenta nel ruolo di attore per film o serie TV: ovviamente, il suo ruolo preferito è quello del cattivo. I mostri del suo passato e il ricordo della dipendenza lo perseguitano ancora ma Bob sembra aver finalmente trovato un modo per convivere con i suoi demoni. Anche se la rabbia accumulata da ragazzo non è scomparsa del tutto, oggi riesce a canalizzarli in modo positivo, nella sua palestra, insegnando. Ha sempre vissuto di giorno in giorno, e lo fa ancora: oggi non cerca più guai, ma di certo non si tira indietro di fronte a nessuna sfida. Se mai ve lo trovaste davanti, non fatelo arrabbiare: insieme a sua moglie ha recentemente affrontato un gruppo di teppisti in un cinema di Amsterdam mettendoli tutti ko. Il suo destro non è ancora andato in pensione.
Dirty Bob è la memoria vivente di un’epoca tanto vicina quanto lontana, forse obsoleta, di uomini disposti a darsi battaglia per il semplice desiderio di farlo. Non c’è più stato un lottatore come lui in circolazione, e mai ci sarà: gente così non ha più spazio in questo mondo. Come tutti anche Schrijber ha dovuto passare il testimone alle nuove generazioni di fighter che combattono oggi in competizioni più regolamentate e sicure, uno sport decisamente troppo pulito per un lottatore “sporco” come lui.
“No place for a streetfighting man!” cantavano i Rolling Stones: non c’è posto per un guerriero di strada!