Intervista a James Thompson: da Manchester ai ring del Pride in Giappone

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I numeri del “Colosso” sono molto semplici da ricordare: 196, come i centimetri che possiede in altezza, e 120, come i chilogrammi di potenza che rendono ogni suo singolo pugno simile ad un maglio pronto ad abbattersi sull’avversario. Sono quasi vent’anni che James Thompson combatte in tutto il mondo, dalla sua Inghilterra agli Stati Uniti, passando per il Giappone e l’India, in alcune delle top promotion internazionali: tra le tante ormai scomparse, Pride, Cage Rage e Sengoku; tra quelle ancora in attività, KSW, Rizin e Bellator. Certo non è mai approdato in UFC ma, si sa, non sempre la chiamata di Dana White stabilisce il valore effettivo di un fighter. Il “Colosso”, con la sua cresta rossa fiammeggiante e i mastodontici muscoli che nel flettersi lo rendono molto più simile ad un cyborg che ad un essere umano, è senza dubbio un personaggio che o si ama o si odia, senza compromessi. Nonostante un record non proprio immacolato di venti vittorie e diciassette sconfitte, nel corso della sua lunga carriera James ha affrontato ex campioni UFC, Hall of Famers e persino medaglie d’oro olimpiche; per anni è rimasto sulla cresta dell’onda gareggiando nella promozione più importante del mondo, il Pride, dando sempre spettacolo e mettendosi in gioco in sanguinose ed epiche battaglie. In questa intervista “Megapunk”, che pur di rispondermi ha persino sottratto del tempo al suo attuale lavoro (era ad Ibiza quando l’ho contattato, a fare la guardia di sicurezza per un rapper) mi ha raccontato della sua “colossale” vita e dell’altalena di successi e fallimenti che l’hanno caratterizzata, dell’abisso della dipendenza, delle sue conquiste sportive, ma soprattutto di come non ci si debba mai arrendere di fronte alle avversità. Perché l’unica vera sconfitta è quella di chi smette di lottare.

Ciao James, sono molto contento di averti qui. Partiamo dall’inizio. Raccontaci un po’ della tua vita prima delle MMA, del tuo periodo giovanile e del tuo background sportivo (ho letto che hai praticato  rugby, wrestling e persino bodybuilding).

Ho frequentato molte buone scuole private. Mia madre pensava che fosse colpa delle scuole, non andavo troppo bene quindi venivo spesso spostato (da un istituto all’altro). La verità è che se non mi piace fare qualcosa non sono bravo a farla, e la scuola non mi piaceva particolarmente. Non sono proprio un accademico. È una buona cosa in un certo senso, perché non resterò bloccato a fare qualcosa che non mi piace. Ma quando sono maturato ho capito che a volte devi fare cose che non ti piacciono, anche se questo non significa che rimarrai a farle per sempre. Mi piacevano gli sport ed ero abbastanza bravo, giocavo per la squadra di rugby della scuola ma non mi sono mai appassionato al rugby, c’era troppo da correre. Ricordo di aver sentito parlare della UFC e di aver trovato alcune videocassette nel periodo in cui mi stavo trasferendo a Bristol da Manchester. Le ho trovate mentre disfavo i bagagli e ricordo di aver guardato l’UFC e non potevo credere che nessuno avesse mai fatto qualcosa del genere prima d’ora. Mi ha conquistato. All’epoca facevo solo bodybuilding.

Hai fatto il tuo debutto nelle MMA nel 2003 per la promozione inglese Ground & Pound. Lavoravi già come buttafuori ed esattore per il recupero crediti, quindi sono sicuro che eri ben preparato a scambiare pugni con qualcuno in una rissa.

Sì, quello fu il mio primo incontro di MMA. Avevo fatto già molti combattimenti però. Lavoravo (come buttafuori) ad una porta chiamata Route 66 a Rochdale, Greater Manchester. Avevano cicalini sulla porta principale, un bar sul retro, un bar e un DJ al piano superiore e il DJ al piano di sopra. Il cicalino suonava e l’adrenalina partiva. Allora è quando ho cominciato a sperimentare la modalità di “flight or fight” (combattere o fuggire), e come usare la propria adrenalina. Scherzavo (dicendo) che sentivo il microonde e questo mi metteva in moto. Questo mi ha davvero mostrato la differenza tra trovarsi in una lotta (nata) in un batter d’occhio e organizzare un incontro diversi mesi in anticipo. Il tempo può battere un lottatore peggio del suo avversario.

Nei tuoi primi cinque incontri sei rimasto imbattuto (sconfiggendo, tra gli altri, l’attuale arbitro UFC Marc Goddarg in due occasioni), poi hai subìto una sconfitta per stop medico contro il georgiano Tengiz Tedoradze e in seguito sei tornato in pista con la vittoria sul leggendario campione e Hall of Famer UFC Dan Severn. Raccontaci di più su questo primo periodo della tua carriera.

Tengiz è stata la mia prima sconfitta ed un grande shock. Mi ha mostrato come il tuo stesso ego possa superarti, ma allo stesso tempo hai bisogno di quell’ego per entrare lì dentro in primo luogo. Tengiz era un wrestler solido e mi ha semplicemente pestato per due round. Ad un certo punto ho alzato gli occhi e sono certo che stesse sbadigliando (ahaha). Si era stancato di tirarmi pugni, ora della fine (del match) la mia faccia sembrava carne macinata. È stato bello batterlo più avanti nella mia carriera. Ma allora si trattò di un enorme campanello d’allarme. Dopo ciò ho combattuto contro Dan Severn, che era il nome più importante che avessi mai affrontato. È stato un incontro noioso. Tenevo le mani basse in modo che lui non potesse caricarmi e prendermi gli under hooks. Mi ha fratturato la mascella ma poiché non era rotta in due punti non hanno dovuto legarmela (cosa che mi era successa in precedenza). Era solo un anno, un anno e mezzo che combattevo. Non sapevo davvero nulla. È stata una lotta noiosa, ma ho vinto per decisione dopo cinque round.

Com’era la scena delle MMA inglesi in quel periodo? Anche se esistevano già pionieri come Ian Freeman e Lee Hasdell, infatti, tutte le grandi star britanniche che ora sono popolari (Brad Pickett, Michael Bisping ecc …) non avevano ancora iniziato a lottare. In cosa consisteva il tuo allenamento allora, perché suppongo che vere e proprie palestre di arti marziali miste non esistessero ancora?

Non c’era un vero allenamento per le MMA. Praticavo in modo autonomo boxe, thai, wrestling e jujitsu. Ho seguito una lezione di MMA ma anche quella era insegnata separatamente, con poco GnP (ground and pound). In realtà stavo mettendo tutto insieme lungo la strada, mentre cercavo di rendere il mio cardio e la mia forza quanto migliori possibili.

Come uno dei migliori prospetti inglesi hai quindi ricevuto la chiamata dal Pride in Giappone. In che modo è successo? Quali erano i tuoi pensieri riguardo al fatto di andare a combattere oltreoceano?

Ho affrontato Dan Severn nell’ultimo Ultimate Combat (che era il nome dello show) e subito dopo il promotore Dale mi ha detto di aver spedito le registrazioni dei miei incontri al Pride e che avevo un incontro in programma. È stato così facile, sono passato dal vincere il titolo e battere Dan Severn all’ultimo Ultimate Combat di sempre, al trasferirmi al Pride. È stato surreale perché ricordo di aver partecipato a un evento dell’UC (Ultimate Combat) e di aver detto alla mia ragazza di quel periodo: “Ho intenzione di combattere qui ed essere il main event”. Lo sapevo e basta. Non avevo neppure iniziato ad allenarmi ma già lo sapevo. Mi era successo solo un’altra volta, quando avevo visto una ragazza che lavorava al bar di un locale. Il mio amico aveva detto qualcosa come “Guardala” e io avevo risposto: “Non parlare della mia signora in questo modo.” Sapevo che sarei uscito con lei e basta. Questo mi è successo solamente due volte, ma ogni tanto ora aspetto che questa certezza assoluta mi colpisca come in passato. Immagino che il messaggio sia che non puoi essere sempre sicuro delle cose, ma devi comunque farle. Ma quelle due esperienze le classificherei sotto la voce “destino”.

Il tuo primo incontro per la promotion giapponese è stata la famigerata lotta con Alexander “Red Devil” Emelianenko, fratello del mitico Fedor e noto ai più come “il tristo mietitore”, che ti mandò ko in soli undici secondi a discapito del tuo atteggiamento da “bullo” mostrato durante il face-off e la walk-out. Sul web si discute spesso di questo incontro e ora ho l’opportunità di chiederti una volta per tutte cosa è successo veramente e che cosa è andato storto. Hai avuto difficoltà a riprenderti psicologicamente da una sconfitta simile?

E’ stata dura, all’epoca pensavo che avessero fermato l’incontro troppo presto ma ripensandoci ora, l’arbitro non ha sbagliato. Mi ero montato la testa. Non mi prendo per niente sul serio, ma allo stesso tempo non voglio essere visto come una barzelletta. Ho capito perché la gente ha ritenuto che la lotta fosse stata divertente, lo era. Le persone vogliono sempre vedere il palestrato perdere, soprattutto quando Alexander sembrava appena sceso dal letto mentre io stavo fumando di rabbia. Avevo molti problemi in famiglia quindi ho cercato di trasformare la mia rabbia, nervosismo, ecc. in carburante. Come ho già detto in una domanda precedente. Ho fatto un video su Youtube riguardo a questo. Spiega di più. (Nel suddetto video, che mi allega alla risposta, sostanzialmente James ci spiega come avesse fatto il duro per mascherare la propria insicurezza, dato che non era riuscito a sostenere un allenamento sufficiente in preparazione all’incontro. Suo fratello aveva la leucemia e lui pensava, in modo irragionevole ma con l’unica funzione di auto motivarsi, che se avesse vinto il match, la malattia sarebbe scomparsa. Inoltre, dice, la calma di Alex lo innervosiva e per questo si lanciò su di lui con tutta la rabbia che aveva, come un toro alla carica. Il risultato fu una sconfitta in pochi secondi ma la sua corsa iniziale, il cosiddetto “gong and dash”, lo rese immediatamente uno dei lottatori più amati dal pubblico giapponese. Questo suo comportamento, nonostante l’esito per nulla positivo, gli regalò la chance di combattere di nuovo nella più grande promotion al mondo, e di riscattarsi agli occhi di tutti).

Dopo la sventurata parentesi con Emelianenko hai distrutto giganti come Henry Sentoryu, Giant Silva, Sandu Lungu, Hidehiko Yoshida e hai dato vita ad una meravigliosa “brawl” contro Kazuyuki “testa d’acciaio” Fujita, probabilmente uno dei miei tre match preferiti di sempre. Parlaci di questi scontri, di come sei stato in grado di recuperare dal devastante overhand destro con cui Lungu ti ha mandato al tappeto nei primi istanti della vostra lotta, e più in generale dei ricordi migliori che conservi dai tuoi giorni nel Pride.

Non ho avuto molto tempo per soffermarmi sulla mia sconfitta dato che avevo un altro incontro, quindi (quello che potevo fare) era o piangere o allenarmi, e sono tornato forte. Riguardo alla lotta con Lungu: lui è un abile judoka/wrestler quindi non volevo caricarlo e avvicinarmi troppo per finire poi con lui sopra di me. La gente del Pride adorava il “gong and dash”, io che semplicemente gli correvo incontro. Ma non volevo farlo. Poiché stavo capendo di più la pericolosità di correre verso il tuo avversario a tutta velocità e basta, era chiaro. Quindi ho iniziato a mettermi in discussione. Mi sono reso conto che stavo per andare per il “gong and dash” e allora non l’ho fatto e l’intera folla sembrava delusa, così mi sono gettato all’attacco, mi sono lasciato scoperto e sono stato messo giù. Hahaha sembra che la testa mi si sia staccata dal corpo. Tutto ciò che ricordo dopo questo è lui sopra di me e io che affondavo coi piedi nella sua pancia. La lotta con Fujita è stata una bella battaglia. Ero andato ad allenarmi in California presso la scuola di Eric Paulson ed ero pronto, ma avevo troppa massa muscolare e mi sono stancato. Ricordo di aver sentito il segnale acustico dei cinque minuti e aver pensato di essere messo bene, e due minuti dopo ero senza fiato. (Ho avuto) un sacco di bei momenti nel Pride, ho molto storie nel mio libro quasi-completato, storie di palestra e avventure COLOSSALI. Lottare nell’ultimo Pride con Don Frye è probabilmente stato il momento clou della mia carriera.

Certo, il combattimento con Don Frye! Era il Pride 34, l’ultimo show di sempre per la promotion di Noboyuki Sakakibara. Una guerra incredibile, uno dei migliori match dell’anno. Già dallo staredown tu e Don avete fatto scintille! Ho riguardato l’incontro e ho contato che gli hai tirato quasi novanta pugni prima che l’arbitro fermasse la contesa. Sei rimasto sorpreso dalla quantità di danni che è stato in grado di assorbire senza cadere al tappeto?

Sì, combattere il tuo eroe e sconfiggerlo nell’ultimo Pride di sempre. Non sono rimasto sorpreso dato che Frye è duro come pochi. Il calcio con cui l’ho colpito gli ha tolto tutto quello che aveva da dare, avrei dovuto finirlo prima ma ero senza fiato e i miei pugni non possedevano un colpo secco. Quando ho visto Frye durante il giorno, alla cerimonia del peso ecc. sembrava abbattuto e infelice. Sono certo che questo fosse solo un modo per farmi abbassare la guardia.

Da qui in poi, hai collezionato una sola vittoria nei tuoi successivi nove combattimenti. Cosa ti è successo in questo periodo? Come hai potuto passare dal battere il grande Don Fyre, a perdere contro fighter come Yusuke Kawaguchi, per poi tornare in carreggiata con la tua incredibile faida contro Mariusz Pudzianowski?

Questa è una buona domanda. La sconfitta contro Kawaguchi non è il miglior esempio dato che i giudici mi hanno fregato in quel combattimento. Ma comunque avrei dovuto finirlo, non era un buon avversario. Sono davvero una persona da “o tutto o niente”. Ho messo tutto nelle MMA e quando sono stato derubato, e cioè nell’incontro con Kimbo (Slice), mi sono sentito dispiaciuto e ho iniziato a giocare. Gioco d’azzardo e MMA (sport professionistici in generale) non si mescolano. Non è una scusa, è un dato di fatto ed evidenzia una debolezza nella mia persona. Si è trattato di un periodo davvero doloroso. Stavo combattendo per nutrire la mia dipendenza, ricordo che mi allenavo alla London Shootfighters e che non riuscivo ad arrivare oltre ai Ladbrokes (centri per le scommesse e il gioco d’azzardo londinesi) alla fine della strada. Il gioco mi ha tolto molto di più dei semplici soldi.

Mariusz Pudizanowski: pluricampione mondiale di strongman, sovente descritto come “l’uomo più forte del mondo” dal Guinness World Records, da una decina d’anni è passato alle MMA. Spiegaci come è iniziata e come si è sviluppata la vostra rivalità. I tuoi due combattimenti contro di lui nella sua Polonia sono stati semplicemente incredibili! Dicci anche perché hanno rovesciato il risultato del vostro secondo match in un no-contest, dopo che era stata decretata la tua sconfitta.

Non appena Pudz ha iniziato con le MMA, ho capito che avrei dovuto affrontato. Per me era ovvio. Sapevo anche che avrebbe commesso gli stessi errori che ho commesso io, cioè arrivare con così tanti muscoli. Al momento del primo incontro giocavo molto d’azzardo, ma mi sono ricomposto per sei settimane e sono riuscito ad ottenere la vittoria. Per la seconda battaglia ero in una forma fisica migliore ma hanno dato il match a Pudzianowski. Non ci potevo credere, averla (la vittoria) portata via così da me dopo tutto quello che avevo passato. Ricordo il mio angolo dirmi “Andiamo” e io che ho pensato: “Se vado, vado via e basta, (la sconfitta) rimarrà sul mio record per sempre e la gente se ne dimenticherà. Quindi sapevo che dovevo fare qualcosa, così ho afferrato il microfono e detto loro cosa pensavo. Questo ha portato gli occhi sulla situazione e il giorno successivo (il verdetto) è stato ribaltato (in no contest), perché si trattava di un errore. Sono orgoglioso di questo perché la mia azione, il prendere il microfono ecc. mi ha salvato. Non riesco a pensare ad un momento nella storia delle MMA in cui sia successo qualcosa di simile.

I tuoi ultimi combattimenti sono avvenuti in Bellator e nel giapponese Rizin. Ad oggi ti consideri ritirato? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il mio ultimo match è stato terribile, il mio incontro peggiore. Perché non ho combattuto. La gente pensava che fosse un incontro combinato e non posso biasimarli, perché semplicemente non ho combattuto. Non l’ho detto perché non avevo capito completamente il perché. In tutti i miei incontri, anche se magari giocavo d’azzardo e non mi allenavo, una volta lì dentro ho dato il 100%. Scriverò sul fatto che non ho lottato sebbene fossi nella forma fisica migliore, e sulla lotta nel Rizin in cui ho combattuto con TK (Tsuyoshi Kohsaka) e non mi ero allenato un giorno, ma ho lottato con tutto ciò che avevo. Lo chiamerò “Contraddizioni Colossali” e sarà su word press su “Colossal Concerns” il mese prossimo. Il tuo tempismo è terribilmente buono, visto che di norma non rilascerei interviste poiché semplicemente sono talmente stufo delle MMA, e non sono contento della mia carriera e di come l’ho approcciata, che per un anno e mezzo non le ho guardate, allenate e non ne ho parlato. Quindi mi hai preso in un buon momento. Ho appena deciso che tornerò a combattere quest’anno e riporterò in vita il mio blog, il canale Youtube e finirò il libro di cui ho parlato prima.

Una curiosità personale su due tuoi incontri che ho davvero amato: Kimbo Slice e Bobby Lashley. Per quanto riguarda il primo: stavi lottando bene e probabilmente vincendo sui cartellini dei giudici ma poi il tuo “orecchio a cavolfiore” è esploso a causa di un pugno ed il match è stato fermato, con conseguente vittoria di Slice per stop medico. Era la prima volta che ti succedeva oppure avevi già avuto problemi di questo tipo? Su Lashley, invece: quanto duri erano i suoi pugni? Il tuo volto alla fine del vostro primo, stupendo scontro era sfigurato. Sono forse quelli i colpi più pesanti che hai mai assorbito?

Il mio orecchio si era gonfiato in allenamento e per qualche ragione il mio team non voleva che lo drenassi, hanno detto che poteva infettarsi. Quindi sono andato lì con una sacca piena di sangue che mi pendeva dall’orecchio a cui lui poteva mirare. Mentre ci si avvicinava al combattimento così tanti lottatori e allenatori mi hanno detto di drenarlo. Ma tutto accade per un motivo (forse). I pugni di Lashley sono duri dato che lui è esplosivo e potente, ma proprio come i miei quando colpiscono producono un tonfo sordo invece che un colpo secco. Quindi no, non sono stati i più pesanti.

Allora chi è stato a colpirti più duramente tra tutti i tuoi avversari?

Si tratta della sconfitta peggiore della mia carriera: Neil Grove. Non lo stimo, il che rende la cosa ancora più dolorosa, ma mi ha spento la luce.

La maggior parte delle tue vittorie sono arrivate prima del limite: sei ugualmente pericoloso in piedi e a terra. Quali pensi siano i punti di forza del tuo gioco?

Sono sempre stato versatile, o ugualmente mediocre in tutto. Mentre sono cresciuto come fighter,  parte di questo sviluppo è capire il tuo stile. Mi piace molto il wrestling, e la mia lotta e il mio gioco a terra sono molto migliori di quanto non abbia mostrato. Mi piace anche il catch (wrestling) ma mi ci sono allenato solo per un certo periodo.

Sei uno dei pesi massimi con le mani più pesanti nella storia dello sport. Ovviamente gran parte di questa forza è dovuta alle tue dimensioni fisiche enormi, ma voglio chiederti se ci sono altri fattori che ti hanno aiutato a svilupparla. Qualche tipo di allenamento particolare, magari?

Sono grosso, anzi, scusate, “COLOSSALE”, e questo aiuta, ma con la velocità arriva la potenza e io non sono così veloce. Inoltre penso troppo, i miei migliori incontri sono quelli nei quali mi butto e basta. Ecco perché mi piace il match con Giant Silva: non sapeva combattere ma era così enorme che presentava vari problemi. Quindi mi sono semplicemente buttato. Non ero rigido e non stavo pensavo troppo. Sono solo andato fluido.

Hai affrontato i migliori pesi massimi della tua epoca e anche alcuni pionieri, ex campioni UFC con scalpi molto importanti sul proprio record. C’è un incontro che preferisci su tutti gli altri?

Penso che la mia vittoria preferita sia quella contro Hidehiko Yoshida, dato che ero un sostituto dell’ultimo minuto e venivo ritenuto un enorme sfavorito. Ed è fantastico poter dire di aver sconfitto una medaglia d’oro olimpica!

Sei certamente una delle figure più iconiche nella storia di questo sport e, sebbene tu non abbia mai vinto un titolo mondiale importante, sei uno dei lottatori più popolari tra i fan. Il tuo personaggio è stato creato appositamente per attirare il pubblico, oppure come ti spieghi che così tante persone ti amino ancora oggi?

È bello sentirsi dire questo, come ho spiegato prima sono stato in molte battaglie, soprattutto con me stesso. Quando mi metto in riga e ci provo, accadono cose buone. Questo è quello che devo ricordare a me stesso e ciò che devo fare. Penso che le persone reagiscano a me in questo modo perché riescono a vedere che la maggior parte delle volte mi ci butto e basta, le gente lo capisce e risponde a ciò.

Parliamo dei tuoi due soprannomi: “Il Colosso” e “Megapunk”. Chi te li ha dati e che cosa stanno a significare?

Nei miei primi incontri un giornalista mi ha descritto come il Colosso di Rodi. Dale Adams, che in precedenza ho detto che promuoveva l’Ultimate Combat, mi ha chiesto cosa pensassi di “Colosso” per un nome da lottatore ed io ero tipo: “Sì funziona”. Megapunk è un soprannome di merda ma mi piace perché me l’hanno dato i fan. Quando ho chiesto perché Megapunk hanno risposto: “Perché sei grande-mega e punk perché i punk vengono dall’Inghilterra”. Una grande intuizione nella mente dei giapponesi.

Se potesse scegliere un avversario qualsiasi contro cui misurarti, chi sarebbe?

Mi piacerebbe affrontare Rob Broughton per la terza volta. La prima l’ho sottovalutato e mi sono trovato senza fiato nel terzo round dopo averlo massacrato per due. Il secondo incontro era parte di un torneo. Avevo appena battuto Tengiz (Teodoradze) ed ero pronto a vendicare la mia prima sconfitta. Ma ancora una volta ho dominato tutto lo scontro e negli ultimi secondi sono finito contro un pugno. L’ho affrontato per circa 25 minuti e dominato per 23, ma ho ottenuto due sconfitte. Fair play per Rob, aveva un cardio da ciccione e l’attitudine a non arrendersi mai. Inoltre è una persona super genuina. Nel nostro secondo incontro dice che ero da solo e mi ha chiesto se volevo andare al cinema con lui e il suo team. Quanto è bello tutto questo. Posso separare il fatto di affrontare la persona, dalla persona, ma guardare un film insieme la sera prima di combattere è un po’ troppo persino per me.

Oggi, a quasi vent’anni dal tuo primo incontro di MMA, cosa pensi riguardando la tua carriera? Se potessi tornare indietro cambieresti qualcosa?

Wow, non lo sapevo e poco prima di questa intervista ho deciso di tornare (a combattere), strano. Se andassi indietro e cambiassi qualcosa non sarei io. La mia carriera è un riflesso di me: caotico, eccitante, sotto alcuni aspetti deludente e poco brillante in altri. Ritornerò e la ragione principale di questo è che ciò significa che dovrò sistemare la mia caotica vita personale in modo da poter dare tutto. Il che non significa essere campione UFC. Significa essere zelanti per tutto il periodo e non solo per una breve frazione di tempo. Ho imparato così tanto nella mia carriera, sono fortunato ad avere una buona genetica e a rimettermi in forma rapidamente. Quindi vedremo cosa succederà, nella mia ultima lotta ero in ottima forma e non ho combattuto, cosa che come ho spiegato mi ha scioccato. Quindi non so cosa accadrà, ma ho intenzione di buttarmici dentro. Come ho già detto, quando faccio così succedono cose buone. Quindi rimanete sintonizzati.

Cosa pensi delle MMA moderne, di come questo business si è sviluppato e dei fighter odierni? Hai attraversato l’evoluzione dello sport dalle sue origini sino ad oggi, quindi sono sicuro che hai una visione molto più completa sull’argomento di quella della maggior parte degli altri lottatori di oggi.

Sai, non posso davvero commentare. Amo le MMA ma ciononostante le ho evitate per due anni, e prima di allora avevo la testa tra le nuvole. Odio il dominio che la UFC ha di questo sport e come loro tentino di chiamarlo “ultimate fighting” (combattimento definitivo): sono MMA.

Chi è il tuo fighter preferito, sia dell’era moderna che della vecchia scuola?

Il mio combattente preferito era Don Frye, amavo il suo stile e atteggiamento. Sono un grande fan di Conor McGregor perché crede in quello che dice (nove volte su dieci), vende bene un incontro ecc. Perché nel profondo ha la convinzione di essere il migliore. È difficile non apprezzarlo quando riconosci questo.

Qual è il consiglio che daresti a qualcuno che sta iniziando la sua carriera nelle MMA?

Buona domanda. Combattere è difficile, perché per essere il migliore devi avere tutto a posto. Non è sufficiente avere talento, hai bisogno di compagni di allenamento, hai bisogno di un coach che ti conosca e sappia come ottenere il meglio da te. Ci sono molte cose che ti ostacoleranno la strada e se aspetti che tutto sia perfetto e che vada tutto a posto non entrerai mai nella gabbia. Quindi, capisci cosa hai e capisci cosa ti manca. Io mi sono buttato a capofitto nelle MMA sin dall’inizio, questo non è ciò che consiglierei ma io ho imparato a nuotare, in fretta. Hai bisogno di un buon allenatore che ti aiuti a muovere i primi passi, se non lo hai trovane uno. Se non riesci a trovarne uno, chiediti se hai guardato abbastanza bene. La prenderei con calma, ma ciò non significa non iniziare mai.

Sei mai stato in Italia? Hai un messaggio per i tuoi fan italiani o qualcos’altro che vuoi dire in conclusione?

Sì, una volta sono stato a Roma per vedere i posti ecc. Non molti luoghi possono mettere in ombra il Regno Unito quando si tratta di storia, ma l’Italia è sicuramente quel posto. Vorrei ringraziarvi per tutto il supporto. Mi sto allenando quindi non riesco a tenere d’occhio la mia pagina su Facebook “James Colossus Thompson” e il mio canale youtube “The Colossal Collective”. Riporterò in vita i miei blog che sono su word press sotto “Colossal Concerns” e documenterò il mio ritorno alle MMA  e la mia vita in generale nel “Colossal Making of Me”. Perché qualunque cosa io faccia, ci esce sempre una buona storia. Quindi ci sono tante cose interessanti in arrivo. Non so in che modo andranno a finire, ma immagino che è quella la parte che rende tutto eccitante.

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