La storia dimenticata di Karimula Barkalaev

Nei primi anni delle MMA c’erano generalmente due tipi di lottatori: quelli che, per titoli e imprese, lasciavano il segno e ancora oggi sono ricordati come campioni e quelli che, invece, dopo un paio di match si ritiravano ed erano destinati al dimenticatoio. C’è però un’eccezione che non può essere inserita in nessuna di queste due categorie, un fighter che condivide entrambi i destini, quello della leggenda e quello dell’oblio, allo stesso tempo. Karimula Barkalaev, a volte citato con il nome musulmano di Kareem, è senza dubbio uno degli uomini più misteriosi nella storia di questo sport: lottò contro i migliori combattenti del suo tempo, li sconfisse tutti, e poi fece perdere le proprie tracce. Non si ritirò e basta, scomparve letteralmente dalla faccia della terra e, ad oggi, nessuno sembra sapere che fine abbia fatto. Se non fosse per alcuni vecchi video dei suoi combattimenti si potrebbe quasi sospettare che non sia mai esistito. La sua pagina su Sherdog, tra le poche informazioni fornite, ci dice che è georgiano, ma solo in teoria dato che altre fonti lo riportano come russo, kazako, daghestano o proveniente da un’altra delle ex regioni sovietiche, probabilmente una di quelle a maggioranza islamica visto il suo nome. Quel poco altro che sappiamo di lui sono i suoi dati fisici, 188 cm di altezza per 90 kg di peso, e il suo record di 11-1-0, con quattro vittorie per ko, due per sottomissione, una per decisione, una per squalifica e, incredibilmente, altre tre dall’esito sconosciuto. Inoltre, sul web gira voce che sia stato tre volte campione daghestano di kickboxing e campione europeo di free fight, ma come ogni altra cosa che lo riguarda non si tratta di notizie confermate. Questo è, più o meno, tutto ciò che abbiamo su di lui. Il resto, tutta la sua vita prima e dopo gli incontri, rimane un mistero assoluto. Ad oggi sui principali forum stranieri è ancora possibile trovare discussioni da titoli come “Che fine ha fatto Karimula Barkalaev?”, una domanda a cui nessuno sembra riuscire a trovare una risposta sicura. Alcune voci dicono che oggi viva in Russia, in una casa sperduta nel nulla e lontana ore ed ore di macchina da qualsiasi palestra, altre ipotizzano un suo coinvolgimento col mondo della criminalità e una detenzione in carcere per associazione mafiosa. Interessato alla storia di questo atleta, ho iniziato a cercare più informazioni e dopo alcune ricerche sono riuscito ad approdare ad un forum russo nel quale un amico di Karimula ha rivelato la sua intera vicenda nel corso di un’intervista. Questa è la storia di un grande campione ingiustamente dimenticato.
Karimula Magomedovich Barkalaev nacque nel gennaio del 1973 in un piccolo villaggio di contadini della Georgia, in una turbolenta zona di confine con la Repubblica del Daghestan. Di etnia avara, il suo carattere combattivo fu forgiato dalle dure condizioni di vita delle montuose cime del Caucaso settentrionale e dalla prematura morte di suo padre, scomparso per motivi non meglio specificati quando lui era poco più di un bambino. Karimula crebbe forte, violento ed indisciplinato: era così ingestibile che a causa delle sue continue fughe da casa la madre fu costretta a spedirlo in un collegio nel vicino Daghestan, dove gli sarebbe stata finalmente impartita quella giusta dose di disciplina che lei non sembravano in grado di dargli. Ma neanche le mura del riformatorio potevano trattenere un animo tanto inquieto, e i suoi tentativi di fuga erano all’ordine del giorno. Fortuna volle che uno zio, fratello del suo defunto padre ed ex campione europeo e sovietico di judo, nonché uno dei migliori allenatori all’epoca sulla piazza, venne a conoscenza della situazione e, abitando pure lui in Daghestan, decise di adottare il nipote. Karimula cominciò dunque ad imparare il judo già in giovane età, allenandosi duramente come solo in quella parte del mondo sanno fare. Suo fedele compagno di avventura era il cugino Dzhabrail, a cui il destino riserverà un futuro tutt’altro che roseo dato che, dopo aver vinto un titolo nazionale in questa disciplina, durante una notte d’inverno del 2010 sarà freddato con alcuni colpi di pistola nel parco di Makhchakala, un omicidio sempre rimasto irrisolto. Rafforzato nel corpo e nello spirito, quando decise di fare ritorno in Georgia Karimula trovò il suo paese radicalmente cambiato, con la caduta del muro di Berlino e gli anni novanta che avevano portato fame e povertà in tutta la regione. Sulle macerie di quella che un tempo era l’Unione Sovietica aveva cominciato a svilupparsi il business dei combattimenti senza regole, brutali scontri a mani nude che coinvolgevano le alte sfere del crimine con un giro di scommesse illegali. Il giovane lottatore, tornato in patria con le tasche vuote quasi quanto lo stomaco, ci vide subito un’opportunità per riscattare la propria vita. Al tempo sopravviveva vendendo giornali e fu grazie a questo lavoro che un giorno gli capitò tra le mani un articolo sulle competizioni locali di no holds barred; erano soldi facili e veloci, di certo meno faticosi da ottenere che spezzandosi la schiena tutto il giorno in massacranti lavori sottopagati. Ovviamente per vincere la somma bisognava sconfiggere tutti gli avversari della serata, nessun premio ai perdenti, ma questo non era un gran problema per lui: anni di addestramento, povertà e fame avevano temprato a sufficienza il giovane judoka per prepararlo ad un’impresa simile. Karimula iniziò quindi a lottare in questo modo, quasi per caso, mostrando fino a che punto può spingersi la determinazione di un uomo costretto a combattere per procurarsi il pane. A volte partecipava anche a più di venti tornei al mese, riuscendo sempre ad incassare il premio finale in denaro dopo aver sconfitto ogni volta due o tre avversari.
Con una forza fisica incredibile anche per gli standard di una regione tanto dura come la sua, terra di guerrieri, nella maggior parte dei tornei semplicemente non trovava nessun avversario in grado di metterlo in difficoltà. Il fatto è che Karimula non solo era estremamente duro ma soprattutto ricco di tecnica: con un fisico perfetto per le MMA, muscoloso ma atletico, e una cattiveria agonistica che solo chi combatte per sopravvivere può possedere, la sua strategia consisteva nel portare a terra l’avversario con proiezioni tipiche del judo e, una volta lì, sottometterlo o distruggerlo in un duro ground and pound. Barkalaev metteva tutta la forza possibile nei suoi pugni, non faceva finte e quando colpiva, colpiva sul serio! Nonostante il discreto successo, quei piccoli tornei locali cominciavano però a stargli stretti: quello che reclamava era un posto di prestigio tra i migliori lottatori della Russia. Per farlo aveva bisogno di associarsi ad un team e la scelta ricadde su quello del “padre” delle MMA russe in persona, il leggendario Volk Han, che di nome faceva Magomedkhan Gamzatkhanov e che rimase molto colpito dalla forza fisica e dalle capacità di combattimento del giovane prospetto con cui condivideva le origini avaro-daghestane. Sotto la sua guida Barkalaev iniziò a studiare più a fondo le sottomissioni, beneficiando molto anche della guida di Mikhail Ilyukhin, un forte combattente di sambo che aveva da poco ottenuto una vittoria per sottomissione contro il celebre Igor Vovchanchyn. Il debutto ufficiale di Karimula avvenne a Mosca nel torneo di bareknuckle fighting dell’ IAFC-Absolute Fighting Championship 2 il 30 aprile 1997, lottando nella stessa card insieme ad Alexei Oleinik, Roberto Traven e John Dixson. Il suo avversario era il noto veterano UFC Joe “The Ghetto Man” Charles, che soffocò con una forearm choke a circa dieci minuti dall’inizio del primo round dopo averlo colpito più volte con delle testate al volto, all’epoca legali. L’IAFC, promotion del tempo abbastanza conosciuta per la brutalità dei suoi match e per il suo regolamento a dir poco permissivo, contava nel proprio roster diversi allievi della scuola di Volk Han, tra cui lo stesso Mikhail Ilyukhin, quindi non c’è da sorprendersi se ben metà dei match di Karimula si svolsero in questa promotion. Poco tempo dopo il suo primo incontro, sempre nel corso di un torneo tutto in una sera, Barkalaev divenne campione IAFC sconfiggendo alcuni dei più famosi combattenti russi dell’epoca nell’evento Russian Open Pankration Cup: Igor Gerus, Valery Nikulin e Valery Pliev. Nel mese di maggio del 1998 affrontò poi l’olandese Gilbert Yvel, un selvaggio kickboxer con la fama da “ragazzo cattivo” che appena pochi mesi prima lo aveva sconfitto in un match di shoot-fighting nel RINGS in Giappone; questa volta, però, le cose sarebbero state diverse a causa del regolamento che permetteva i colpi a terra. Il match ebbe luogo all’IAFC Pankration European Championship e vide Yvel, noto lottatore “sporco”, accecare più volte Karimula con le dita e, in una fase di lotta a terra, addirittura morderlo sul petto. Quando Volk Han, che stava facendo da angolo, notò i segni dei denti sul corpo del proprio fighter, balzò dentro la gabbia e schiaffeggiò l’arbitro per richiamarne l’attenzione: Yvel venne squalificato e la vittoria assegnata a Barkalaev, che riuscì così ad aggiungere la testa di un altro lottatore di livello mondiale alla sua lista. Nel 1999 tornò a combattere, dopo un periodo nel quale era stato costretto a seguire una cura a base di iniezioni contro la rabbia per i morsi di Yvel, sottomettendo a suon di pugni il russo Sergei Akinin, una vittoria riportata al primo round sempre nell’IAFC, prima di volare fino in Ucraina e conquistarne la capitale Kiev nel torneo Brilliant 1-Kiev’s Brilliant, il più grande evento di MMA di sempre nella storia di quel paese. Nel corso di una sola serata Barkalaev mise knockout Oleg Chemodurov, Roman Savochka e in finale il veterano Martin Malkhasyan, da poco reduce da una vittoria contro Sergei Kharitonov!
Questo sarebbe stato il suo ultimo match di MMA per un bel po’ di tempo dato che, con l’inizio del nuovo secolo, Karimula spinse il proprio sguardo verso la penisola arabica e il neonato Abu Dhabi Combat Club World Campionship (ADCC), il più grande evento di grappling al mondo. Le ingenti borse in denaro e l’opportunità di combattere in una location esotica come gli Emirati Arabi attirarono rapidamente i migliori wrestler, judoka e lottatori di jiu-jitsu da tutto il mondo, e Barkalaev non rimase certo a guardare. La sua fortuna fu quella di attirare l’attenzione di uno sceicco della zona, un uomo molto ricco e potente che gli offrì la possibilità di trasferirsi nel paese e di allenarsi in condizioni finanziarie più favorevoli rispetto a quelle che aveva in Russia con Volk Han. Per la prima volta Karimula assaggiò la bella vita, vivendo nella città più ricca del mondo, tra spiagge e palazzi, e addestrandosi nelle migliori palestre che lo sceicco, che lo riteneva pari ad un figlio, gli potesse fornire. Aveva realizzato il sogno di tutti i ragazzi poveri dei villaggi del caucaso: adesso poteva lottare per difendere il proprio onore e quello della sua famiglia, dimostrare di essere il più forte, ed essere pagato un sacco di soldi per farlo. Diversamente dalla maggior parte degli altri atleti, Karimula non perse la testa nel successo ma mostrò semplicemente cosa può fare un lottatore daghestano, nato e cresciuto nella culla dei migliori combattenti del pianeta, se qualcuno lo mette nella condizione di non doversi preoccupare per il cibo o per i soldi ma unicamente del proprio allenamento. Una delle prime cinture nere di Brazilian jiu-jitsu in Russia, combattendo nella seconda edizione dell’ADCC riuscì a compiere un’impresa storica vincendo, nel 1999, la medaglia d’oro nella categoria degli 88 chilogrammi di peso, un grande successo se si pensa che nello stesso evento lottarono vere e proprie leggende come Jeff Monson, Rodrigo Nogueira e Tito Ortiz, che era ampiamente ritenuto il miglior peso medio del tempo. Due russi in tutta la storia sono riusciti a raggiungere le finali dell’ADCC, solitamente dominato dai lottatori brasiliani, ma Barkalaev è stato l’unico a vincerlo e questo è un record che detiene tutt’ora.
Nonostante ciò la vetta più alta della sua carriera non la raggiunse nel grappling bensì nelle MMA, dove decise di tornare a competere nei primi anni del duemila: Il torneo dei pesi medi Shidokan Jitsu– Warrior’s War, tenutosi in Kuwait nel febbraio del 2001, si rivelerà essere il trampolino di lancio per la sua leggenda. In un paese tristemente noto per l’invasione di Saddam Hussein, lo Shidokan Jitsu fu il primo ed unico evento di MMA di rilievo, organizzato da un promoter siriano per intrattenere il regnante del paese, lo sceicco Jaber Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, con uno show che riuniva in un’unica serata l’elite dei lottatori del tempo: tra gli altri, Matt Hughes, Carlos Newton e Dave Menne. A causa del suo passato nell’ADCC Karimula era molto amato nei paesi arabi ma di fronte a tanti talenti veniva visto come uno sfavorito; per lui sarebbe già stato tanto superare le prime fasi del torneo, si pensava. Contro tutte le previsioni, nel suo primo match della serata sconfisse invece con una schiacciante vittoria ai punti il grappler spagnolo Dersu Lerma, dominandolo nelle fasi di lotta a terra e di ground and pound con una prestazione nella quale, nonostante la netta vittoria, stava chiaramente risparmiando energie per l’incontro successivo. Avrebbe dovuto infatti affrontare un vero fenomeno: il cubano naturalizzato brasiliano Jose Landi-Jones, detto “Pelè”, membro della Chute Boxe di Curitiba e sparring partner di Wanderlei Silva e Mauricio “Shogun” Rua. Pelè, che all’epoca vantava un record di 19-5 con 17 vittorie prima del limite, aveva appena messo ko con una ginocchiata volante il futuro Hall of Famer Matt Hughes e sul suo record aveva due vittorie nella Muay Thai contro Anderson Silva. Inaspettatamente Barkalaev controllò l’intero incontro con le sue proiezioni di judo e abilità nel grappling, sfiancando il brasiliano e riuscendo infine a prendergli la schiena. Completamente senza difese, con il russo che lo colpiva incessantemente con pesantissimi pugni al volto, Pelè venne fermato per tko, per la prima volta nella sua carriera, a poco meno di sei minuti dall’inizio del match. Se col primo incontro si era riscattato dalla condizione di sfavorito, con questa vittoria Karimula si impose come il probabile vincitore del torneo. Raggiunta la finale, combatté una battaglia incredibile con il futuro campione dei pesi medi UFC Dave Menne, facendo prevalere ancora una volta la propria lotta a terra: avanti ai punti, proiettò l’americano diverse volte, ne passò la guardia e iniziò il ground and pound come aveva fatto con i precedenti avversari. Tuttavia, Menne cercò di ribaltarlo e lui, aggrappandosi istintivamente alla gabbia per un paio di volte, finì vittima della sottrazione di un punto da parte di “Big” John McCarthy, una penalità che gli costerà l’intero incontro. Alla fine dei tre round, difatti, tra i fischi del pubblico Bruce Buffer annunciò l’americano come vincitore per decisione unanime, conferendogli una cintura d’oro e un assegno da centoventicinquemila dollari che scatenarono il caos all’angolo di Barkalaev. I suoi compagni di team, furiosi, invasero il ring per affrontare gli atleti statunitensi e vennero fermati solo dal fortunato intervento di un gruppo di Navy Seals che per puro caso si trovava tra il pubblico. Con fatica, Menne e il suo angolo riuscirono a lasciare illesi l’edificio ma nelle ore seguenti per poco non finirono vittima di un altro assalto dei russi che, armati di coltelli, li accerchiarono nella hall dell’albergo quando andarono a riprendersi i bagagli. Fuggiti nuovamente e percependo di essere in pericolo, Menne e i suoi chiesero allo sceicco di essere trasferiti in un altro hotel e, dopo una notte passata nella paura, tornarono a casa sul primo aereo disponibile.
Questa non era la prima volta che Barkalaev si trovava coinvolto in una situazione simile dato che l’anno precedente, nel 2000, era stato protagonista di un brutto episodio verificatosi nel corso del suo secondo torneo ADCC. Durante un match contro Ricardo Arona, veterano degli sport da combattimento che vanta vittorie nelle MMA contro lottatori del calibro di Wanderlei Silva, Kazushi Sakuraba e Dan Henderson, aveva afferrato con violenza il collo del rivale, nella più classica delle tradizioni della lotta daghestana, e questi aveva reagito colpendolo al volto con uno schiaffo. Era cominciata una rissa e un’intera folla di arbitri era dovuta saltare sul tappeto per calmare il combattente russo, che era stato subito immobilizzato e scortato fuori dal palazzetto da guardie armate. La storia tace su che cosa sia successo dopo. Si dice che all’epoca Karimula lavorasse come istruttore di judo in una palestra di Abu Dhabi e che le sue azioni avessero recato un’offesa personale allo sceicco essendo lui entrato nel torneo come rappresentante della famiglia reale. In una successiva intervista il russo raccontò di essere stato bendato, ammanettato e fatto prigioniero; disse di aver passato una settimana in un carcere arabo, con gli occhi sempre coperti, rinchiuso in una cella con tigri e leopardi, e di essere stato torturato; i suoi carnefici lo avevano quindi messo sul primo volo per la Russia e lo avevano allontanato dal paese. Tali dichiarazioni non furono mai verificate, ma quel che è certo è che Karimula disse che non avrebbe più fatto ritorno ad Abu Dhabi, dove la sua presenza non era più gradita allo sceicco. Molti fan concordano sul fatto che Barkalaev avesse tutte le possibilità di battere Arona in quel torneo, e che per questo motivo il brasiliano, che ancora oggi è imbattuto nell’ADCC, lo avesse deliberatamente provocato per spingerlo a combattere in modo irregolare e farsi così squalificare. Sono solo dicerie, nulla di confermato, ma di certo Karimula chiese a gran voce un rematch contro di lui sotto le regole delle MMA e Arona non rispose mai alla sfida. Comunque sia andata, dopo lo spiacevole incidente la sua carriera non durò ancora molto.
Barkalaev combatté i suoi ultimi match nel 2001, nel già citato torneo in Kuwait, e poi scomparve per sempre dalle scene lasciandosi dietro una serie di impressionanti vittorie e un alone di mistero che lo circonda ancora oggi. Dato che all’epoca non aveva ancora raggiunto l’apice della carriera e aveva di fronte a sé un grande futuro, le speculazioni sul motivo di un ritiro tanto improvviso furono le più disparate: alcuni dicono che fosse rimasto traumatizzato per l’incarcerazione ad Abu Dhabi e che non si trovasse più nella condizione mentale giusta per combattere a certi livelli, altri che avesse dovuto appendere i guantini al chiodo dopo aver riportato un grave aneurisma cerebrale a seguito di un incontro truccato in Thailandia. Ulteriori storie, se possibile ancor più fantasiose, raccontano di come fosse rimasto ucciso in un conflitto a fuoco durante la guerra nella vicina Cecenia o che, ancora, avesse fatto una brutta fine a causa dei suoi presunti legami con la mafia russa. In realtà come spesso accade i fatti sono molto meno incredibili di quanto si possa pensare: Karimula si ritirò per un motivo tanto banale quanto comune negli sport da combattimento, un infortunio alla schiena che non gli permetteva più di allenarsi correttamente. Una volta terminata la sua carriera agonistica non pretese niente da nessuno, non volle soldi né decise di sfruttare la propria popolarità per aprire una palestra. Cancellò il suo passato e da anonimo cittadino fece ritorno in Daghestan, dove rinunciò alla cittadinanza georgiana a favore di quella russa e sposò una ragazza del posto. Laureatosi in economia e commercio nel 2003, aprì poi la propria attività di meccanico e grazie ai suoi successi sportivi ottenne l’onore di essere nominato presidente del complesso sportivo fondato a Kaspiysk dal lottatore olimpico Ali Aliyev. A quarantacinque anni di età, oggi Karimula vive a Makhchkala, sulle coste del Mar Caspio: è il direttore del mercato della sua città, uno dei più rinomati del paese, e gestisce una sala da biliardo che in memoria dei vecchi tempi ha chiamato “Abu Dhabi”. Di recente ha persino intrapreso la strada della politica, venendo nominato deputato regionale della Repubblica del Daghestan. Ogni tanto i suoi ex-studenti dei paesi arabi vengono ancora a trovarlo, ma è suo nipote Ruslan, anch’egli un lottatore di MMA, ad avere sulle spalle l’eredità sportiva di questo grande campione. Un lampo luminoso che squarciò il cielo dello sport, dopo aver scioccato il mondo con le sue incredibili vittorie Karimula se ne andò così come era venuto, all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia dietro di sé eccetto che la grande fonte d’ispirazione che ha spinto molti ragazzi daghestani a iniziare una carriera nelle MMA; tra loro, probabilmente, anche un giovanissimo Khabib Nurmagomedov, l’attuale campione dei pesi leggeri UFC. Uno dei grappler più titolati nella storia del suo paese, Karimula Barkalaev resta ancora oggi una leggenda dello sport daghestano e al contempo uno dei suoi più grandi misteri.
“Era un figlio di puttana spaventoso” ricorda l’ex campione dei pesi welter UFC Pat Miletich, che era stato all’angolo di Dave Menne nel corso del loro incontro: “Un ceceno completamente pazzo!”.

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