Jeremy Horn su Spirito Guerriero: “Combattevamo per il semplice fatto che amavamo farlo!”

Il 5 marzo 1999, nell’evento di UFC 19 dal suggestivo titolo “Ultimate Young Guns”, Chuck Liddell andò incontro alla sua prima sconfitta nell’ottagono. Fu proprio una “giovane arma” del Nebraska a fermarlo, un ventiquattrenne con i capelli rasati e una faccia da bravo ragazzo che contrastava non poco con il rude aspetto di “The Iceman”, con i suoi tatuaggi e l’iconico taglio alla moicana. Forse per questo suo fisico apparentemente innocuo, che celava in realtà un’indole guerriera senza pari, forse per le sue prodezze tecniche a dir poco stupefacenti, Jeremy Horn entrò subito nel cuore dei fan. Un vero pioniere delle MMA e uno dei fighter più prolifici nella storia, oggi, a 43 anni di età, neanche lui stesso riesce a ricordare con esattezza quanti incontri abbia disputato. Nei suoi 19 anni totali di carriera non c’è avversario che non abbia affrontato, non c’è promotion nella quale non abbia mostrato il suo coraggio e le sue abilità, spinto solamente dal suo coraggio e da un amore infinito per questo sport. Da incontri a mani nude in squallidi parcheggi e magazzini, a tornei di valetudo nei palazzetti di mezza america, fino alle arene giapponesi traboccanti di fan in delirio, Jeremy è uno dei pochi lottatori a poter dire di aver vissuto in tutto e per tutto questo sport, in ogni sua singola sfaccettatura. Di questo e molto altro ancora ce ne ha parlato in un’intervista esclusiva, senza precedenti, che sono sicuro farà ricordare con nostalgia la “old school” delle MMA.

Ciao Jeremy, è un grande onore averti qui. Il tuo record ufficiale è incredibile: 91 vittorie, 22 sconfitte, 5 pareggi e 1 no contest, e dichiari di aver combattuto in centinaia di altri match non registrati. Come mai hai deciso di fare il tuo debutto in uno sport che all’epoca (1996) stava ancora emergendo ed era così poco conosciuto? Chiaramente non l’hai fatto per fama o per soldi.

Ho iniziato perché mi allenavo e sembrava divertente. È davvero così semplice. Mi è sempre piaciuto allenarmi, quindi questa è stata l’occasione per provarlo per davvero e sotto controllo e sicurezza. Una volta che l’ho fatto mi sono innamorato e non mi sono mai più guardato indietro.

Hai debuttato nel 1996 combattendo in un magazzino di Atlanta contro un tale Rick Graveson, un incontro che hai vinto per leva al braccio in meno di due minuti. Era la prima volta che lottavi a contatto pieno oppure avevi avuto altre esperienze precedenti, ad esempio nei combattimenti di strada? Quali emozioni hai provato realizzando che stavi per entrare nel tuo primo match?

Mi allenavo in una palestra locale. Ho iniziato quando mio fratello ha visto una dimostrazione in una fiera locale e l’ho semplicemente seguito. Quell’incontro con Rick è stata la mia prima volta. Non ero mai stato coinvolto in un combattimento per strada. Le emozioni erano strane perché non sapevamo davvero in cosa stessimo entrando. Piuttosto stavo solo seguendo la corrente. Basandomi sul mio allenamento ritenevo di essere abbastanza bravo, ma in realtà non avevo un vero metro di paragone.

Nel terzo match della tua carriera hai subito la tua prima sconfitta ufficiale per mano di Mark Hanssen. È stato difficile gestirla? Cosa ti ha attraversato la mente in quel momento?

Quando ho perso quell’ incontro è stato come aprire gli occhi. Fino ad allora, per qualche ragione, pensavo di essere l’unico a conoscere quello che conoscevo io. Quando mi ha preso nell’armbar mi sono reso conto che ANCHE ALTRE PERSONE FANNO BJJ!

Hai fatto parte di uno dei team storici della MMA: il Pat Miletich Fighting System, casa di leggende del calibro di Matt Hughes, Jens Pulver, Tim Sylvia, Robbie Lawler e tanti altri. Come sei entrato in contatto con Pat e perché hai deciso di rimanere con lui? Com’era allenarsi ogni giorno insieme a tutti questi grandi campioni?

Ho incontrato Pat per la prima volta quando ho combattuto contro Mark Hanssen. Erano compagni di allenamento. Dopo quell’ incontro sapevo di aver bisogno di più indicazioni per migliorare. Lui era l’unico che conoscessi ed era vicino. È stata una decisione facile e si è rivelata buona. Per quanto riguarda l’allenamento con i ragazzi, non ho mai pensato che fossimo i migliori. Eravamo solo dei ragazzi che si allenavano insieme e si divertivano.

Nel maggio 1998, con un record di 9-2-3, hai debuttato in UFC contro uno dei lottatori di arti marziali miste più forti di sempre: Frank Shamrock, detto “La Leggenda”. Frank era il campione in carica dei pesi medi UFC (oggi mediomassimi) e all’epoca aveva un record di 16-7-1. Come sei riuscito a resistere per oltre quindici minuti contro un avversario tanto duro e molto più esperto di te?

Quando ho ricevuto la chiamata per quel combattimento mi è sembrato piuttosto semplice. Frank aveva appena battuto Kevin Jackson e Igor Zinoviev, entrambi in meno di un minuto. Il mio unico obiettivo era durare più di un minuto. Sapevo di poterlo fare. Nessuno mi può battere in meno di un minuto.

Dopo una sconfitta contro Ebenezer Fontes Braga nell’ottobre dello stesso anno, nei tuoi dieci incontri successivi hai accumulato un record di nove vittorie, nessuna sconfitta e un pareggio, e poi sei tornato in UFC. Era UFC 19 dove hai affrontato la leggenda come Chuck Liddell. Non solo sei l’unico fighter ad averlo mai sottomesso in un incontro di MMA, ma ancora meglio lo hai fatto in modo spettacolare con triangolo di braccia dalla guardia che gli ha fatto perdere i sensi! A quei tempi Chuck era una bestia e aveva da poco massacrato il mito del valetudo Jose Pelè Landi. Qual è stato il segreto per riuscire ad eseguire una tecnica così particolare contro di lui?

Stavo solo cercando di sopravvivere. Ero ancora un novellino nonostante la mia esperienza nel mondo dei combattimenti. Sono sempre stato in grado di rimanere abbastanza calmo così ho continuato a lavorare per portarlo a terra. Sapevo di poterlo tirare giù  e di salire in monta. Quando ha spinto verso di me cercando di ribaltarmi, è praticamente caduto tra le mie braccia.

Nel settembre del 2003 hai partecipato al torneo “Global Domination” dell’IFC dove hai sconfitto prima Mikhail Avetisyan e poi il futuro campione del mondo UFC Forrest Griffin, perdendo per una controversa decisione arbitrale la finale contro Renato “Babalu” Sobral. Hai mostrato alcune delle tue migliori abilità quella sera, come il knockout per head kick contro Griffin o il triangolo con cui hai quasi sottomesso, nel corso di una vera e propria battaglia, la cintura nera di Bjj Babalu. Parlaci di quell’evento. 

Quel torneo è stato il mio preferito. Pensavo di aver combattuto davvero bene. La mia rovina è stata che, andando in finale, sapevo che Babalu era ridotto davvero male mentre io ero fresco. Ho immaginato che tutto ciò che dovevo fare fosse rimanere calmo e che prima o poi lui sarebbe crollato a causa di quello che aveva passato. Era un duro e ha semplicemente continuato a spingere. Ritengo che se avessi attaccato un po’ più forte avrei potuto finalizzarlo ma ho continuato a pensare che sarebbe andato giù e basta.

Sei un peso medio naturale ma durante la tua carriera hai combattuto anche nelle divisioni dei massimi e dei mediomassimi, una categoria, quest’ultima, nella quale sei stato addirittura campione per la celebre promotion King of the Cage. Quanto è difficile combattere con qualcuno che pesa dieci, venti chili più di te, e come mai hai deciso di lottare in queste categorie?

Una grande differenza di peso non mi ha mai preoccupato. Ho sempre cercato di concentrarmi su una buona tecnica, quindi trovarsi in inferiorità per peso e forza non mi ha mai importato molto.

Nelle tue 91 vittorie hai finito 63 avversari per sottomissione e 16 per knockout. Ovviamente sei un esperto nella lotta a terra: la leva al braccio che hai utilizzato contro Chael Sonnen ad UFC 60 è stata piuttosto spettacolare e, inoltre, sei stato tu stesso ad insegnare a Matt Hughes l’armbar con il quale ha sconfitto GSP nel loro primo match. Tuttavia hai anche mani molto pesanti, come hai dimostrato contro Daiju Takase o il già citato Forrest Griffin. Come descriveresti il ​​tuo stile e i tuoi punti di forza?

Sono sempre stato molto di più grappler che uno striker ma per essere completo devi allenarti in tutto. Mentre progredivo e miglioravo nella lotta in piedi questo ha iniziato a venire fuori nei miei combattimenti.

Ho letto che quando hai affrontato Gilbert Yvel al Pride, prima dell’evento tu e gli uomini del tuo angolo vi eravate messi a giocare sparandovi a vicenda con armi da softair per le strade di Tokyo. Come potevi essere così rilassato quando sapevi che in poche ore avresti dovuto affrontare un fighter spaventoso come Gilbert?

In quel periodo della mia carriera combattere era una seconda natura per me. Era solo questione di allenamento, che amavo, e poi di fare l’incontro, che amavo ugualmente. Non c’era motivo di essere nervosi. Era solo un altro giorno passato a fare ciò che amavo.

Ti chiamano Gumby, come il personaggio di un vecchio show televisivo per bambini che era fatto di argilla. Come mai ti hanno dato questo soprannome?

Penso che durante il mio combattimento contro Frank Shamrock Jeff Blatnick (medaglia olimpica e all’epoca commentatore UFC) mi abbia chiamato in quel modo. Frank mi aveva preso la testa e io chiamai guardia piegandomi il collo in una brutta posizione. Jeff disse “Jeremy Horn è un Gumby!”. È rimasto. Non è mai stato un soprannome che mi piacesse ma immagino che sia così che funzioni con i nickname. Non li scegli, vengono scelti loro per te.

Sei stato coinvolto in numerosissime battaglie contro i più grandi campioni di ogni tempo: Dan Severn, Travis Fulton, Kiyoshi Tamura, Randy Couture, Anderson Silva, Minotauro Nogueira, Ricardo Arona, hai sconfitto Chael Sonnen per ben tre volte e la lista potrebbe continuare all’infinito! Quale è stato l’avversario più forte che tu abbia mai affrontato e perché?

Non mi è mai importato contro chi dovessi combattere. Ho sempre amato combattere e basta. Come ho detto prima, penso che il torneo con Forrest e Babalu sia stata la mia serie preferita di incontri. Ho combattuto diversi match duri e non credo di poterne scegliere uno solo.

Hai combattuto sia nelle piccole promotion americane sia nelle più grandi organizzazioni di arti marziali miste al mondo: UFC, WEC, PRIDE, Bellator, Pancrase, IFL, KOTC, IFC. Qual è stata la tua preferita? Sono sicuro che hai un sacco di storie incredibili sugli anni nei quali hai lottato in lungo e in largo per tutti gli Stati Uniti. Qual è la situazione più strana in cui sei mai stato coinvolto?

Ho sempre amato lottare per le promotion giapponesi. Ti trattano in modo diverso rispetto agli altri eventi. In Giappone sei trattato come un guerriero rispettato che è disposto a farsi male per intrattenere la folla, e ti amano per questo. In altri show ti trattano come un animale da circo. Non tutti sono così, ma ce ne sono troppi. Sono sempre stato relativamente timido in pubblico, quindi non ho molte storie. Penso che le armi da softair in Giappone siano probabilmente state una delle cose più “selvagge” che io abbia mai fatto. Non troppo selvaggia in realtà.

Qual è la tua eredità come combattente?

Penso, e spero, di essere stato in grado di mostrare al mondo che un tipo comune può competere con chiunque se si allena abbastanza duramente e nel modo giusto. Non devi essere un super atleta per essere bravo in questo. Devi solo volerlo abbastanza.

So che attualmente stai allenando lottatori a Salt Lake City con l’Elite Performance, il team che hai fondato. Che cosa fai oggi e quali sono i tuoi piani per il futuro?

Sono ancora il ragazzo che ero quando ho iniziato. Adoro giocare ai videogiochi. Sto cercando di avviare una pagina su Twitch.tv. Sono un grande amante degli animali: ho tre bassotti. Sono un po timido, preferisco stare da solo o in piccoli gruppi. Fondamentalmente sono ancora solo un ragazzino.

Il tuo ultimo incontro è stato nel novembre del 2015 contro Egidijus Valavicius, 19 anni e 119 combattimenti dopo il tuo debutto da professionista. Oltre a Dan Severn e Travis Fulton, sei forse l’unico lottatore ad aver disputato più di cento incontro nella propria carriera. Cosa ti ha permesso di combattere così frequentemente e per così tanto tempo? Sei ufficialmente in pensione o forse ti vedremo sul ring ancora una volta?

Penso che la mia longevità possa essere attribuita al mio stile così come alla mia naturale durabilità. Ho sempre combattuto con l’obiettivo di finire il più velocemente possibile. Non cerco di farlo per l’intrattenimento dei fan. Sono anche abbastanza duro a livello fisico. Genetica fortunata, credo. Per quanto riguarda combattere, penso che potrei avere ancora qualcosa in me ma ho anche molte altre cose sul mio piatto.

Segui ancora le MMA? Chi è il tuo combattente preferito?

Le seguo un po’ ma con così tante persone che combattono oggi è difficile tenere il passo. Sono davvero interessato solo ai ragazzi che si distinguono per l’abilità che hanno. Non mi interessa chi dice cosa, o chi ha il taglio alla moicana viola più grosso. Mi interessa chi mostra più abilità nel ring. Non mi interessa vedere due ragazzi che stanno lì a colpirsi l’un l’altro alla cieca più di quanto non mi interessi vedere qualcuno eseguire un takedown e restare lì per tutto il combattimento. Sono molto impressionato da gente come Conor, ovviamente, che sa colpire con precisione. O Khabib, che può mettere così tanta pressione su qualcuno da farlo crollare. Mi piacciono anche tipi come Demian Maia. Tutti sanno esattamente qual è il suo piano ma comunque non riescono a fermarlo. Questo è fantastico secondo me.

Tu appartieni ad un’epoca nella quale ad ogni singolo combattimento i lottatori entravano nella gabbia con la mentalità di “uccidere o essere uccisi”. Quale pensi che sia la grande differenza tra voi e i fighter di oggi?

Molti dei lottatori oggi stanno entrando in questo sport perché pensano sia un modo semplice per fare soldi. Questo non potrebbe essere più lontano dalla verità. I soldi sono molto lontani. Se non ami questo gioco per i suoi meriti, non avrai mai il coraggio di continuare con esso per il tempo necessario a diventare bravo e magari guadagnare un po’ di soldi. Quando abbiamo iniziato noi non c’erano soldi. Lo abbiamo fatto tutti perché lo amavano.

Sei mai stato in Italia? Sarebbe meraviglioso vederti qui un giorno per tenere un seminario.

Sono stato a Roma una volta e l’ho adorata. Dopo un mio combattimento in Irlanda per l’UFC, la mia ragazza e io abbiamo fatto una deviazione per visitarla. È stato stupefacente. La storia e l’età sono molto umilianti e incutono soggezione. L’idea che la città abbia quasi tremila anni mentre gli Stati Uniti appena duecento è semplicemente incredibile. Mi piacerebbe molto tornare e visitarla di nuovo. Un seminario sarebbe fantastico. Ringrazio sempre tutti i fan che ho là fuori perché senza i fan non sarei in grado di essere pagato per fare lo sport che amo. Sono molto fortunato. Grazie a tutti.

A CURA DI FABIO SPANGARO

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