Hans Nijman: vivere e morire come un gangster

Erano passati ventotto anni da quando, nel lontano 1985, il campione del mondo in carica di kickboxing André Brilleman era stato ritrovato morto, crivellato di proiettili e sigillato in una botte piena di cemento, sul fondo del fiume Waal. Ribattezzato “Il bulldog” per il suo stile spietato e la ferocia con cui era solito mettere knockout gli avversari, Brilleman lavorava come guardia del corpo per il barone della droga Klaas Bruinsma e aveva stretti legami di amicizia con alcuni mafiosi che si allenavano insieme a lui nella palestra della Meijiro Gym ad Amsterdam; un legame, questo, che portò infine al tragico epilogo della sua vita. Ventotto anni dopo, per l’appunto, nella medesima città e in circostanze del tutto simili, un’altra leggenda delle arti marziali olandesi seguirà le sue orme andando incontro ad una tanto prematura quanto violenta scomparsa.
Con un collo taurino, il classico naso maciullato da pugile e un fisico tarchiato segnato da solidi muscoli, Johannes Petrus Nijman, per gli amici Hans, era una presenza che non passava di certo inosservata. Un lottatore di Kyokushinkai dalle grandi abilità, iniziò la sua carriera marziale nelle vesti di kickboxer e di karateka, una disciplina, quest’ultima, nella quale arrivò a conquistare il titolo olandese e un rispettabile terzo posto ai campionato del mondo WUKO per la categoria dei pesi massimi. Fu inoltre uno dei primi lottatori europei a cimentarsi negli incontri di shoot-wrestling della giapponese RINGS, promotion di fama internazionale e vero e proprio fenomeno mediatico che all’epoca poteva contare sull’appoggio di milioni di fan e sulla collaborazione televisiva con WOWOW Channel, l’equivalente nipponica della HBO. Fondata da Akira Maeda e presto diventata una delle maggiori organizzazioni di pro-wrestling in circolazione, in quel periodo il RINGS stava mettendo sotto contratto un gran numero di lottatori stranieri provenienti da ogni parte del mondo, dal Regno Unito alla Bulgaria, dagli USA all’Australia, per accrescere il proprio roster e portare una nota di spettacolarità in più ai propri eventi. Era come un videogioco picchiaduro in carne ed ossa, con ogni contendente esperto in una specifica arte marziale e con le proprie tecniche segrete per finalizzare gli avversari: c’erano i maestri di sambo russi, gli ex lottatori olimpici georgiani, i campioni brasiliani di jiu-jitsu e poi loro, i famigerati kickboxer olandesi riuniti nel team capitanato dal leggendario “Demone Rosso” Chris Dolman. Gli incontri erano, ovviamente, esibizioni sportive dall’esito predeterminato, ma a differenza del pro-wrestling tradizionale in questo caso si trattava di match estremamente realistici: niente più salti dalle corde e prese in volo, ma tecniche legittime e colpi che spesso andavano a segno realmente. Una sorta di misto tra realtà e finzione, tra spettacolo e sport, che si rivelò essere una combinazione vincente. Gli stessi atleti, poi, spesso erano dei lottatori professionisti a tutti gli effetti tant’è vero che molti di essi negli anni successivi avrebbero effettuato una transizione anche abbastanza fortunata nelle MMA: nomi come Volk Han, Kiyoshi Tamura e Tsuyoshi Kosaka, ma anche il più grande lottatore di greco-romana di ogni epoca e tre volte medaglia d’oro olimpica Aleksander Karelin, detto “Alessandro il Grande”, che proprio nel RINGS disputò il suo primo ed unico match di MMA. Nijman debuttò come membro del team olandese nello show del 7 dicembre 1991, dove riuscì ad ottenere un pareggio contro l’idolo locale e veterano della kickboxing Masaaki Satake; poco tempo dopo strappò un altro verdetto di parità nell’incontro con Adam Watt, quindi una sconfitta per mano dello stesso Akira Maeda e in seguito le straordinarie vittorie per knockout contro celebri nomi come Mitsuya Nagai, Masayuki Naruse, Zaza Tkeshelashvili e Mikhail Ilyukhin. Riuscì persino a raggiungere il podio del RINGS Mega Battle Tournament del 1994, il torneo annuale al quale partecipavano i migliori lottatori della promotion, e con le sue vittorie contro Tsuyoshi Kohsaka e Kiyoshi Tamura si guadagnò l’onore di essere inserito, anche se per un breve periodo, al primo posto nei ranking dell’organizzazione. Poster e calendari furono stampati su di lui, ed egli stesso venne addirittura inserito come personaggio giocabile in un celebre videogioco di arti marziali giapponese. Le sue abilità atletiche, i suoi calci rotanti spettacolari e la frequenza con cui combatteva furono di certo le grandi ragioni di un tale successo: con un record nello shoot-wrestling di ventiquattro vittorie, venti sconfitte e tre pareggi, Hans è stato sicuramente una delle più grandi star dell’epoca e uno dei pochi “gaijin”, la parola con cui i giapponesi identificano gli stranieri, ad essere entrato nel cuore dei fan nipponici.
Fu intorno al 1995, testimoni del successo che promotion come lo Shooto stavano riscuotendo sempre di più a discapito delle federazioni di pro-wrestling, che i dirigenti del RINGS cominciarono ad inserire degli incontri di arti marziali miste nelle proprie card per attirare un maggior numero di spettatori. Lentamente, con un numero sempre minore di match “finti” disputati nei propri eventi ma un afflusso ben maggiore di pubblico, Maeda decise di trasformare definitivamente il RINGS in una promotion di MMA a tutti gli effetti e i suoi lottatori cominciarono a combattere in incontri reali. A quel tempo Hans aveva quasi raggiunto la soglia dei quarant’anni e di conseguenza disputò la sua intera carriera nelle arti marziali miste ad un’età alla quale la maggior parte degli altri lottatori solitamente inizia a pensare al ritiro, ma questo non gli impedì di raggiungere ugualmente enormi traguardi. Ovviamente, e non solo a causa dell’età, combattere sul serio era molto diverso da quello che aveva fatto fino ad allora: sicuramente in piedi si trovava avvantaggiato grazie alla sua esperienza passata nel karate, ma la lotta a terra per lui costituiva ancora un mistero assoluto. Nonostante questo handicap tutt’altro che semplice da compensare, Hans riuscì a vincere i primi cinque incontri della propria carriera e a farlo sempre prima del limite, chiudendo addirittura una imprevedibile ghigliottina sul lottatore Allen Harris, una sottomissione che nessuno si sarebbe aspettato da parte di uno striker come lui. Tuttavia, per quanto si impegnasse a indagare a fondo i segreti del catch-wrestling giapponese, il suo punto di forza rimaneva sempre e comunque la lotta in piedi. Nella storia degli sport da combattimento sono veramente in pochi ad essere ricordati per aver avuto una propria mossa distintiva con cui mettere fuori gioco gli avversari, come la “H-Bomb” di Dan Henderson o il devastante high-kick sinistro di Mirko Crocop, e Hans è uno di loro: quella che ai tempi dello shoot-wrestling era una tecnica utilizzata solamente a scopo teatrale, tanto sembrava uscita da un film di arti marziali di Bruce Lee e priva di qualsiasi efficacia in uno scontro reale, si rivelò essere un’arma a dir poco letale. Si trattava di un calcio in due passaggi tipico del karate tradizionale, molto simile al “Brazilian kick” reso celebre da Glaube Feitosa nel K-1, che andava a mirare in basso e a colpire in alto in modo tale che l’avversario, qualora avesse abbassato la guardia per difendere il busto, avrebbe lasciato il volto scoperto. Richiedendo una notevole flessibilità e una grande forza di tronco per essere eseguito con la giusta energia, pochi lottatori nella storia sono stati in grado di utilizzare questo “calcio a due livelli” con la stessa efficacia di Nijman, sicuramente nessuno con la stessa potenza. Con 183 cm di altezza e più di 110 kg di peso, infatti, la forza sprigionata dalle gambe di Hans era in grado di abbattere qualsiasi ostacolo e questa sua abilità unica, mescolata con altrettanto pesanti colpi di pugno e di ginocchio, gli garantì un sacco di vittorie per knockout. Tra il 1995 e il 1999 Nijman riuscì ad accumulare un record di nove vittorie e sole tre sconfitte combattendo sia in Giappone sia, soprattutto, negli eventi del RINGS che si svolgevano in Olanda: tra le sue vittime più illustri troviamo i nomi di Yoshihisa Yamamoto, Andrey Kopylov e del “padre” delle MMA russe in persona, Volk Han, che all’epoca era ritenuto uno dei grappler più pericolosi al mondo. Perse solamente contro due lottatori davvero molto tosti quali Kiyoshi Tamura e Hiromitsu Kanehara, e contro il karateka georgiano Tariel Bitsadze che però si imponeva con un notevole vantaggio fisico dall’alto dei suoi due metri di altezza per oltre centocinquanta chili di peso. Nel gennaio del 2000, dopo aver sottomesso per rear naked choke l’australiano Danny Higgins nel suo ultimo match per il RINGS, Nijman fu chiamato a partecipare al Pride Openwight Grand Prix, il più grande evento di arti marziali che si fosse mai visto fino ad allora; messo di fronte ad un debuttante Kazuyuki Fujita, leggendario fighter noto per la sua incredibile mascella, fu costretto ad arrendersi nei primi minuti del round ad una terribile neck crank applicata dalla superstar giapponese. A seguito di altre due sconfitte consecutive nella sua Olanda, una per mano del kickboxer Barrington Patterson e una contro un giovane Cheick Kongo, Hans decise infine di ritirarsi, nel giugno 2003, all’età di 43 anni. Un inaspettato quanto trascurabile ritorno nel 2013 in Giappone lo vide, ormai ultracinquantenne, perdere contro il ben più giovane Minoru Suzuki, star locale, in un triste siparietto che non rese per nulla la grandezza di quello che un tempo egli aveva rappresentato per la crescita dell’intero movimento delle MMA olandesi ed europee. La sconfitta per sottomissione, più di preciso per mezzo di una delle famigerate kneebar del “guerriero solitario”, aggiornò il suo record definitivo a nove vittorie, metà delle quali per ko e metà per sottomissione, e sei sconfitte, oltre a circa un centinaio di match di shoot-wrestling combattuti negli anni precedenti e persino successivi al suo ritiro dalle MMA.
Una vera leggenda vivente, a dispetto di quel che si potrebbe pensare nella vita di tutti i giorni Hans era un uomo come tanti che lavorava duramente per sostenere la moglie e i quattro figli, un idolo locale e un pilastro della sua comunità, molto amato per il suo carattere amichevole e per la sua disponibilità con i fan. Tuttavia, seppur con la sua carriera sportiva alle spalle, gli anni più selvaggi della sua vita dovevano ancora incominciare. Dopo essersi ritirato dalle competizioni Hans aprì una grande palestra di arti marziali a Beverwijk, a pochi chilometri da Amsterdam, insieme all’amico e compagno di team Dick Vrij, un ex bodybuilder e buttafuori con cui aveva militato a lungo nel circuito del RINGS. Entrambe facce conosciute nel famigerato red light district della capitale olandese, Hans e Dick arrotondavano lo stipendio facendo le guardie di sicurezza nei night club del posto e, come molti altri lottatori di quel periodo, prestandosi a piccoli lavori di intimidazione per conto della malavita locale. A causa del suo coinvolgimento in attività di riciclaggio di denaro sporco e di riscossione di debiti, oltre a diverse risse a mano armata, egli finì addirittura in tribunale con l’accusa di estorsione e abuso nei confronti di un banchiere svedese che dopo una breve indagine risultò essere solo l’ultimo di almeno altri cinquecento uomini d’affari caduti vittima degli atti di strozzinaggio dell’ex lottatore. “Se ti tirassi un calcio con i miei cento chili di peso, finiresti in ospedale!” spiegò Hans al procuratore durante il processo: “Anche se la mia carriera sportiva è finita, so ancora farmi rispettare!”. È a questo punto della storia che entra in scena Willem Holleeder, un nome che se nel resto del mondo non suggerisce praticamente nulla, in Olanda non può che suscitare paura e rispetto. Fino ad ora il più famigerato criminale nella storia del paese, negli anni ottanta Willem aveva avuto il suo momento di celebrità quando era stato condannato per rapimento del magnate della birra Freddy Heineken e, dopo aver scontato la pena, era tornato in libertà e aveva scalato rapidamente i ranghi della criminalità locale. Il suo ruolo in questa vicenda non è mai stato provato ma i sospetti su di lui sono decisamente forti e, comunque sia, oggi egli si trova in carcere con vari capi d’imputazione per omicidio e narcotraffico. Di sicuro Nijman aveva avuto dei contatti con lui, non è chiaro di quale natura, ma fino all’ottobre del 2012 i loro rapporti sembravano andare per il verso giusto. Questo finché Dick, a quanto pare perché venuto a sapere che Holleeder stava utilizzando il suo nome per compiere delle estorsioni a sua insaputa, aggredì il boss in un caffè di Amsterdam rompendogli la mandibola a pugni e minacciando di ucciderlo. Poco tempo dopo in un’intervista ai media Willem disse di aver già risolto la questione e di non covare alcun rancore contro Dick o contro il suo fidato amico e socio Nijman; parole che, se provengono da un boss criminale, non sono mai da ritenersi di buon auspicio. E Dick, difatti, non prese la situazione alla leggera: accusato di associazione a delinquere, imputazione per la quale l’anno successivo sarà condannato a tre anni di detenzione, si fece volontariamente rinchiudere in cella ancor prima che il verdetto venisse emesso perché sentiva di non essere al sicuro al di fuori del carcere. Nijman invece, ignaro del pericolo in cui si era suo malgrado ritrovato coinvolto, continuò la sua routine quotidiana senza troppe preoccupazioni. Una leggerezza che gli fu, probabilmente, fatale. Erano circa le 20:45 del 5 novembre 2014 quando alcune raffiche di mitra squarciarono il silenzio della sera nei pressi della “De Meer”, la palestra che Hans e Dick gestivano insieme: alcuni passanti dissero di aver visto degli uomini non identificati a bordo di una Volkswagen Golf aprire il fuoco con dei fucili automatici su una macchina che stava uscendo dal parcheggio sul retro dell’edificio. Il guidatore del veicolo bersagliato si rivelerà essere proprio Hans, il quale morì per le ferite riportate ancor prima che i soccorsi riuscissero ad arrivare sul posto. Se ne andava così, all’età di 55 anni, uno dei volti più importanti nella storia delle arti marziali olandesi.
Le successive indagini fecero venire alla luce una volta per tutte gli stretti legami tra la criminalità organizzata e il mondo delle arti marziali olandesi, e in particolar modo della kickboxing. Le relazioni tra Hans e i più importanti esponenti della malavita locale si rivelarono più profondi di quanto ci si sarebbe mai potuti immaginare: le prove sembravano infinite, c’erano testimonianze dettagliate, fotografie che lo ritraevano in posa con famigerati signori della droga e il suo nome era presente in numerosi fascicoli di polizia utilizzati anche per grandi processi. Tutto ciò senza contare che tra le centinaia di iscritti che frequentavano la sua palestra c’erano un gran numero di criminali di alto rango, molti dei quali li aveva conosciuti grazie all’agenzia di buttafuori che aveva fondato e di cui era proprietario e che abitualmente forniva servizi di sicurezza per eventi e feste private per conto di boss della malavita. E non era finita qui. Si iniziò a sospettare che i viaggi in Brasile che Hans faceva all’incirca ogni due mesi con lo scopo dichiarato di andare ad allenarsi ed incontrare la propria amante fossero in realtà collegati al traffico di droga, con una rotta internazionale di cocaina che correva da lui e Vrij direttamente alle mani dal boss di Amsterdam Dino Soerel. I contatti con lo stesso Willem Holleeder si rivelarono molto più gravi del previsto quando venne fuori che, apparentemente, Hans doveva essere assoldato come assassino su commissione per “liquidare” una lista di nemici del boss. Secondo Ron Nyqvist, fondatore del team Golden Glory e a sua volta gangster spietato, era stato proprio Hans l’autore dell’attentato che lo aveva quasi ucciso nell’aprile 2001 quando l’auto nella quale si trovava insieme alla moglie era stata fatta saltare in aria. Inoltre, all’epoca della sparatoria Fred Ros, un noto malavitoso locale che aveva conosciuto Hans tramite la sua palestra, stava collaborando con le autorità per testimoniare in un processo contro le gang di Amsterdam e quindi secondo alcuni l’assassinio di una persona a lui vicina sarebbe stato una sorta di avvertimento per convincerlo a ritrattare le proprie confessioni. Ma queste sono solo supposizioni, storie e dicerie che ancora oggi circolano di bocca in bocca nei bassifondi più bui della capitale olandese, tra malavitosi e killer. Quel che è certo è che mezz’ora dopo la sparatoria il rottame in fiamme della Golf utilizzata per l’agguato fu trovato in un parcheggio nella vicina città di Velserbroek insieme ad un taxi che, come l’auto, si rivelerà essere stato rubato, segno che più che di un omicidio casuale si era trattato di un vero e proprio assassinio organizzato con grande perizia. Ma quale poteva essere il movente? Si trattava forse di una vendetta organizzata da Nyqvist a seguito del fallito tentativo di assassinio nei suoi confronti? Era forse quello il modo con cui Willem Holleeder voleva punire l’affronto subito per mano di Dick? O forse Hans si era semplicemente immerso troppo in quel mondo e, viste e sentite più cose di quante dovesse, non gli era più stato possibile uscirne? Probabilmente non lo sapremo mai: senza sospetti e piste attendibili da seguire le indagini si arenarono in poco tempo e, mentre Dick non parlò mai, ad oggi il caso rimane ancora aperto. Ai funerali di Hans, celebrati nel suo amato villaggio natale di Heemskerk, migliaia di persone andarono a dare l’ultimo saluto al loro campione: la folla era talmente numerosa che fu necessario mettere all’opera le forze dell’ordine per evitare che il piccolo paesino precipitasse nel caos. Davanti alla sua palestra di Beverwijk invece, riaperta nel settembre 2016 dallo stesso Dick in onore dell’amico defunto, amici e allievi lasciarono mazzi di fiori e un paio di guantini per commemorare la sua morte. Non solo un segno di rispetto ma il monito che una vita come la sua, o come quella di Brilleman prima ancora, può avere una sola conclusione: chi decide di vivere come un gangster, come tale andrà incontro alla sua fine.

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