L’ultima carica del toro: l’incredibile carriera di Daniel Bobish

Daniel “Dan” Bobish, detto “The Bull”, il toro. Se si guarda il suo fisico, un metro e ottantacinque di altezza per circa centocinquanta chili di muscoli, si capisce subito il perché di tale soprannome. E anche il suo stile aggressivo, il suo desiderio di mettere costantemente sotto pressione l’avversario fino a spezzarne la volontà e poterlo poi finire, così come la sua mossa distintiva, la “bull rush”, la corsa del toro con cui iniziava ogni incontro, ricordano la carica di un animale selvaggio. C’è stato un periodo, tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila, in cui Dan era ritenuto pressoché imbattibile nelle categorie dei pesi massimi e supermassimi, una vera forza della natura che travolgeva chiunque gli venisse messo davanti. Di fatto, delle nove sconfitte subite in carriera non una sola è avvenuta contro lottatori che non fossero dei top fighter di livello mondiale, mentre nelle diciassette vittorie, tutte giunte prima del limite con otto ko e nove sottomissioni, solamente un avversario è riuscito ad arrivare fino al secondo round a differenza di molti altri che invece non sono sopravvissuti neanche al primo minuto dal suono della campana. Una categoria spesso criticata, quella dei supermassimi, per mancanza di tecnica e preparazione atletica, e nella maggior parte dei casi a ragion veduta; di sicuro non per quanto riguarda Bobish che, invece, è forse uno dei pochi atleti veramente forti ad aver mai lottato oltre i centoventi chilogrammi di peso, e questo grazie soprattutto al suo background nella lotta.
Un ragazzone di Cleveland, Ohio, cresciuto in uno stato dove questo sport è una vera e propria religione, durante gli anni del college divenne infatti tre volte All-American e campione nazionale NCAA Division III dei pesi massimi nel 1992. Fu anche un giocatore di football e un pugile amatoriale di discreto successo, tanto rispettato da essere stato, per un periodo, guardia del corpo e sparring partner di “Iron” Mike Tyson in persona. Nel 1994, dopo aver fallito un provino per entrare nella squadra dei Cleveland Browns, Bobish decise di abbandonare l’ambiente dello sport professionistico per trovare un lavoro più stabile che, seppur faticoso e malpagato, gli permettesse almeno di tirare avanti, e con il fisico che si ritrovava finì per farsi assumere come buttafuori in un bar. Quello che oggi gli rimane di quel periodo sono una vistosa cicatrice sulla testa, procuratagli da una bottiglia di Jack Daniel’s e ricordo di quelle serate tanto movimentate, e l’esperienza di un’infinità di risse e scontri, anche contro più di due persone alla volta, da cui uscì sempre vincitore. Dato che nel locale dove lavorava venivano trasmesse di frequente le pay-per-view della UFC, una volta notate le sue doti da picchiatore non passò molto tempo prima che colleghi e amici iniziassero a fargli pressione per spingerlo a partecipare ad uno di quegli eventi. Anche se non del tutto convinto, di certo l’idea di venire pagato per picchiare la gente gli sembrava un sogno ad occhi aperti e, inoltre, sarebbe stato molto più semplice combattere dentro una gabbia, con un arbitro e senza armi, piuttosto che in quelle risse da strada in cui si era fino ad allora tanto distinto. Il vero problema era trovare qualcuno che lo aiutasse a muovere i primi passi nell’ambiente del professionismo dato che, all’epoca, le MMA erano molto diverse da come le conosciamo oggi, con regolamenti, controlli e commissioni atletiche a salvaguardare la salute degli atleti: quelli erano gli incontri brutali e pericolosi dei cosiddetti “anni bui” del nostro sport. La grande fortuna di Bobish fu quella di stringere amicizia con il leggendario Dan Severn, che aveva precedentemente incontrato ad un evento di arti marziali a Washington D.C: grazie al suo intervento, neanche tre mesi dopo l’ex wrestler di Cleveland si trovava già su un aereo in direzione del Brasile per il suo primo incontro a mani nude. Aveva 26 anni.
Come molti altri lottatori di quel periodo, Bobish debuttò in uno dei numerosi tornei di valetudo che si stavano diffondendo a macchia d’olio in tutto il paese nel tentativo di cavalcare il successo che la UFC aveva riscosso in Nordamerica. Nel suo caso specifico fu l’Universal Vale Tudo Fighting 4, che si svolse il 22 ottobre 1996 in una non meglio specificata regione del Brasile, a dargli il benvenuto nel mondo delle arti marziali miste. Quella sera “il toro” distrusse i primi due avversari della sua carriera sottomettendo il lottatore brasiliano Mauro Bernardo e fermando per stop medico, con testate e pugni, Dave Beneteau, un veterano della gabbia con alle spalle già diversi match in UFC. Perse solo una volta arrivato in finale quando lo statunitense Kevin Randleman, che all’epoca si allenava con il campione dei pesi massimi UFC Mark Coleman e che poco tempo dopo avrebbe a sua volta vinto il titolo del mondo, gli slogò la mandibola con un paio di pugni ben assestati. Essendo arrivato tanto vicino a vincere un titolo già alla sua prima esperienza nella gabbia, Dan poteva anche essere uscito sconfitto dal torneo ma di certo aveva capito molte cose. Si era reso conto che, per quanto incredibile, la sua vocazione non era né la lotta, né il football, né tantomeno il lavoro di buttafuori al club: lui era un combattente nato!
Deciso a mollare tutto per questa nuova vita, cominciò ad allenarsi presso la Bart Vale Shootfighting Academy e, già un paio di settimane dopo il suo debutto, affrontò e sottomise in Alabama il pericoloso judoka Joe Charles, lottando in una card in cui erano presenti campioni del calibro di Oleg Taktarov e Tom Erikson. Poche settimane dopo, poi, tornò in Brasile per la sesta edizione dell’Universal Vale Tudo Fighting, dove in cinque secondi esatti si liberò del suo primo avversario con un devastante knockout prima di affrontare, nella semifinale del torneo, la cintura nera di Brazilian jiu-jitsu Carlos Barreto: anche se riuscì ad atterrarlo con un gancio sinistro nei primi minuti dell’incontro, presto Bobish si trovò a corto di fiato e, ormai esausto, verso la fine del primo round scivolò in un triangolo che pose fine alla contesa. Il fatto di aver sfiorato per ben due volte la cintura di un evento tanto prestigioso, però, lo rese di colpo uno dei fighter più rispettati al mondo, motivo per il quale nel luglio del 1997 fu invitato a prendere parte al torneo dei pesi massimi dell’Ultimate Fighting Championship che si sarebbe tenuto di lì a poco nella città di Birmingham. Ad UFC 14, nel corso della prima semifinale, fu messo di fronte al kickboxer Brian Johnston in un match che tutti pensavano sarebbe stato vinto proprio da quest’ultimo: Brian lo colpì dritto sul mento con i suoi pugni migliori ma lui non si mosse di un solo millimetro e, dopo averlo portato a terra, lo sottomise con un brutale ground and pound dalla guardia. Daniel avrebbe di certo vinto l’intero torneo se, una volta arrivato in finale, non fosse stato opposto ad un fenomeno come Mark Kerr, che era soprannominato “il titano” per la sua spaventosa massa muscolare: la strategia di metterlo sotto pressione non funzionò e Bobish, sovrastato per potenza fisica, finì per essere sottomesso dopo appena un minuto e trentotto secondi in un modo decisamente bizzarro. In poche parole, Kerr gli schiacciò il proprio mento dentro all’occhio fino a spaccarne i vasi sanguigni!
Dal suo debutto, all’incirca dieci mesi prima, Daniel aveva combattuto ben otto volte, vincendo cinque incontri e perdendone tre: adesso aveva bisogno di una pausa e, dato che nel frattempo si era sposato, decise di ritirarsi per vivere un po’ di tranquillità lontano da pugni, ferite e ossa rotte. In un batter d’occhio il “toro” si trasformò in un padre amorevole che svolgeva tre lavori diversi per sostenere moglie e figlia, e sembrava che i suoi giorni nella gabbia sarebbero rimasti solamente un lontano ricordo del passato. Per citare il grande Mickey della saga di Rocky, gli era capitata la cosa peggiore che possa accadere ad un lottatore: si era civilizzato! Ma sappiamo tutti che, per quanto ci si sforzi, è impossibile cambiare la vera natura di una persona, e la sua era innegabilmente quella del combattente; così, quando si rese conto che il matrimonio non funzionava più tanto bene e che la sua bambina era ormai cresciuta, Daniel decise di rimettere piede nella gabbia. Il suo rientro avvenne nell’ottobre del 2001, a quattro anni di distanza dall’incontro con Kerr e tra la più totale indifferenza da parte di fan e addetti ai lavori, in una piccola promotion della Georgia dove fu messo di fronte ad un colosso di centottanta chili di nome Brett Hogg; nonostante lo svantaggio fisico, Daniel se ne sbarazzò velocemente portandolo a terra e intrappolandolo in una leva che gli lacerò i legamenti del braccio quasi spezzandone l’osso a metà. Grazie a questa spettacolare sottomissione gli fu offerta la possibilità di lottare contro il devastante striker di origini samoane Eric Pele per il titolo dei supermassimi King of the Cage, all’epoca l’unica promotion di MMA al mondo a detenere una cintura per questa categoria di peso, un’occasione che non si fece ovviamente scappare. Non è mai consigliato correre a testa bassa verso il proprio avversario nel tentativo di bloccarlo a parete, ma se sei Dan Bobish puoi permettertelo: nel match contro Pele, il suo avversario riuscì a mettere a segno solo una manciata di colpi prima di venire schiacciato contro la gabbia proprio in questo modo, finendo per essere demolito con una serie di pugni e ginocchiate al volto. Quando infine, non più in grado di reggersi in piedi, crollò al tappeto con la faccia ridotta a una maschera di sangue, una cosa era ormai chiara a tutti: il toro era tornato nell’arena! Vinta in questo modo la sua prima cintura in carriera, Bobish la mise subito in palio contro Mike Kyle, difendendola in uno spettacolare match in cui fece letteralmente “volare” il proprio avversario sopra la gabbia con uno slam, e poi contro l’imbattuto californiano Jimmy Ambriz, che all’epoca si presentava con un record di cinque vittorie e zero sconfitte con tre sottomissioni e due ko. L’incontro tra questi due “mostri” dei supermassimi si svolse in una torrida serata d’estate nell’agosto del 2002 durante l’evento KOTC 16 “Double Cross”. Bobish, dato favorito dai bookmaker nonostante fosse ben sette anni più vecchio del suo avversario, perse per sottomissione al primo round in un upset che sconvolse tutti: in meno di un minuto centocinquanta chili di potenza gli furono scatenati addosso e un devastante ground and pound lo costrinse alla resa. Solo quando si rialzò da terra fu possibile comprendere il motivo che lo aveva spinto al tap-out: la sua fidanzata a bordo gabbia scoppiò in lacrime nel vederlo col volto completamente tumefatto, gli occhi chiusi e le labbra gonfie e sanguinanti. Si scoprirà in seguito che i pugni di Ambriz gli avevano devastato le ossa del volto piegandogli verso l’interno della bocca diversi denti. Una serata totalmente da dimenticare, insomma.
Fu a questo punto che Daniel si rese conto di dover cambiare qualcosa nella propria vita: in undici incontri aveva guadagnato poco più di trentamila dollari, una somma spesa quasi interamente per pagarsi le cure mediche che i promoter non gli garantivano, e sentiva di non poter continuare così ancora per molto. Attirato dai guadagni e dalla prospettiva di una carriera più duratura, insieme all’amico Don Frye partecipò dunque ad alcuni match di pro-wrestling in Giappone, dove riscosse un discreto successo grazie al suo fisico “mostruoso”, e sostenne persino un colloquio con il presidente della WWE Vince McMahon per ottenere un ingaggio nella celebre promotion statunitense. Ma come già detto lui era un combattente nato, la lotta ce l’aveva nel sangue e non seppe stare a lungo lontano dalle competizioni. Tornato in azione contro un avversario di basso profilo in un evento in Giappone, la sua prestazione fu talmente impressionante da attirare l’attenzione del PRIDE, che in quel periodo era la promotion di MMA più importante al mondo; senza pensarci due volte, sia per le borse mostruose che gli sarebbero state offerte, sia per il prestigio di combattere in un’organizzazione di tale livello, partì quindi alla volta di Tokyo. Il suo primo incontro, al PRIDE Final Conflict 2003, si concluse con una veloce sconfitta per tko per mano di Gary Goodride, in realtà a causa di una ditata involontaria che passò inosservata agli occhi dell’arbitro; sarebbe stato solo l’inizio di un periodo molto negativo per lui, con diverse sconfitte consecutive e delusioni agonistiche a non finire che avrebbero minato per anni la sua carriera. Daniel non ottenne mai il successo sperato nella promotion giapponese ma, nonostante i fallimenti all’interno del ring, sin da subito si attirò le simpatie del pubblico locale per il suo look stravagante: tutti volevano vedere quell’enorme muro di carne e muscoli, tanto alto quanto largo, con i pantaloncini a stelle e strisce e i baffi ossigenati alla Hulk Hogan mentre caricava l’avversario con furia animalesca e una forza devastante nei pugni. Un’altra cosa che contribuì ad accrescere la sua fama tra i fan fu il fatto che lui non fosse un lottatore come gli altri: non è da tutti accettare un match contro il “terminator” ucraino Igor Vovchanchyn con appena undici giorni di preavviso, presentandosi sul ring sovrappeso ed evidentemente fuori forma per il poco allenamento e riuscendo lo stesso a controllare gran parte dell’incontro prima di venire fermato, per knockout tecnico, solo al secondo round. Non è da tutti neanche affrontare un colosso come Mark Hunt, dominandolo e quasi costringendolo alla resa con proiezioni, pugni e una serie infinita di ginocchiate alla testa in un match che Daniel perse a causa di uno sfortunato colpo al fegato mentre si trovava in vantaggio sui cartellini dei giudici. Ma non basta essere amati dal pubblico e dare prova di qualche buona prestazione per restare ai vertici, e per questo motivo dopo la sua terza sconfitta di fila fu rilasciato dalla promotion.
Tornato ad allenarsi negli Stati Uniti, fu in questo periodo che, cercando nuovi sparring partner per gli allenamenti di wrestling, lui e il suo capo allenatore alla Strong Style MMA, Marcus Marinelli, scoprirono un giovane talento che lasciò entrambi a bocca aperta: questi, che a discapito dei suoi ventidue anni di età era riuscito a mettere in grande difficoltà il ben più esperto Bobish, era uno studente del college di origini croate che risponde al nome di Stipe Miocic, futuro campione dei pesi massimi UFC. Allenandosi con lui, Daniel si rimise in forma e, tornato in King of the Cage dopo la fallimentare parentesi giapponese, riassaporò il gusto della vittoria nei match contro Joey Smith e Ruben Villareal prima di soffrire il primo e unico knockout della propria carriera per mano di un Ben Rothwell ancora sconosciuto. Era il 2006 e da quella volta, purtroppo, l’interesse nei suoi confronti cominciò a scemare. Ad ormai trentacinque anni di età e con un paio di sconfitte di troppo sul record, nei mesi seguenti Bobish si ridusse a combattere contro fighter di poco conto in diverse promotion locali, accettando praticamente qualsiasi match gli venisse proposto; tra questi, il suo unico avversario degno di nota fu il kickboxer norvegese Dan Evensen, un futuro fighter UFC. Dalla sconfitta contro Rothwell, Daniel vinse sei incontri consecutivi in un tempo complessivo di neanche sette minuti: sempre fedele al suo soprannome e alla sua fama di combattente feroce, finalizzò due avversari per ko e i restanti quattro con una gran varietà di sottomissioni tra cui una ghigliottina, un armbar, un’americana e una resa per pugni. Nonostante questo, però, i suoi giorni migliori erano passati e lui non riuscì più a tornare ai livelli di popolarità di un tempo. L’ultimo incontro del “toro” risale all’ottobre del 2007 quando fu sottomesso per ghigliottina dal fuoriclasse russo Aleksander Emelianenko, fratello dell’“ultimo imperatore” Fedor, in un evento svoltosi nella provincia canadese di Alberta. Non fu un ritiro voluto, il suo, ma una frattura di due vertebre riportata in quella occasione lo costrinse a mollare per sempre le competizioni. Di sicuro Bobish non è stato il più grande fighter nella storia di questo sport, ma dietro al colosso che demoliva i propri avversari ci sono ugualmente tutti gli elementi che contraddistinguono un campione: la sua è la stessa storia di sangue, fatica e sacrifici che ha permesso a molti altri ragazzi senza prospettive di arrivare sul tetto del mondo. Oggi Daniel ha quasi cinquant’anni e, ben lungi dal volersi ritirare dall’ambiente delle arti marziali, ha deciso di riversare tutta la propria esperienza nel suo nuovo ruolo di promoter: essendo lui stesso un ex fighter con alle spalle decine di match, dice di conoscere bene i problemi degli atleti e di pensare unicamente al loro bene al fine di aiutarli ad emergere. Ci è senza dubbio riuscito dato che, tra i tanti, nella sua “Ultimate Cage Battle” ha mosso i primi passi l’ex campione dei pesi gallo UFC Cody Garbrandt.
Ma il fuoco che ha dentro, quello che ogni combattente possiede e che lo spinge alla battaglia, non ha ancora smesso di bruciare. Intervistato nel 2010 riguardo al suo futuro, Bobish ha detto: “Alcuni giorni penso che ho solo quarant’anni e oltre i centoventi chilogrammi di peso non sono in molti a poter competere con me […] voglio ancora combattere ma semplicemente non posso farlo […] mi manca, mi manca la scarica di adrenalina, l’amavo. Mi manca avere la mia mano alzata”. Poi ha sospirato. Ormai quei tempi sono passati, gli anni gloriosi in cui il toro correva ancora nella gabbia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...