SEMPLICEMENTE GIORGIO CAMPANELLA: STORIA DI UN CAMPIONE

Battersi in uno dei grandi templi del pugilato come l’MGM Grand Garden di Las Vegas, e per giunta per un titolo mondiale, è sicuramente un sogno di qualsiasi pugile o aspirante tale. Oggi abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare chi, credendo nei propri sogni, è riuscito a raggiungere questo traguardo.
Siamo infatti riusciti a scambiare due chiacchiere con Giorgio Campanella e insieme a lui abbiamo ripercorso le tappe, dilettantistiche e professionistiche, dell’immensa carriera di questo straordinario campione.

Salve Giorgio, per prima cosa la ringrazio per la possibilità di questa intervista e ovviamente ci tenevo a farle i complimenti per la sua splendida carriera. Vorrei ripercorrere con lei le tappe che l’anno condotta fino al 1988, anno clou della sua carriera dilettantistica, iniziato con la conquista del titolo europeo junior a Danzica, in Polonia, fino alla partecipazione alle olimpiadi di Seul ‘88 come più giovane pugile partecipante.

Ciao Simone, purtroppo non abbiamo archivi nazionali in Federazione per poter fornire del materiale, mi spiace.
Ai miei tempi c’era la suddivisione in Novizi A, in cui partecipavano atleti fino ai 17 anni, e Novizi B, in cui l’età massima era di 19 anni.
Partecipai la prima volta ai Campionati Italiani quando avevo 14 anni e, secondo il regolamento vigente, i campioni uscenti dei Novizi A potevano prendere parte ai Campionati per i Novizi B. Combattei quindi 7 match tra Novizi A e B vincendone 6 alla prima ripresa e uno alla seconda ripresa.
All’età di 16 anni vinsi i Campionati Assoluti, vincendo 2 match per ko (uno dei quali in finale con il campione uscente dell’anno precedente). All’epoca a 16 anni ero quello che oggi sarebbe considerato un élite.
Gareggiai tutti i miei tornei internazionali, avendo svolto quasi tutta la mia carriera con la Nazionale Italiana, tra junior e senior (oggi youth ed élite), prendendomi tante soddisfazioni in Italia e fuori.
Nel 1988 avevamo un appuntamento importante con gli europei a Danzica e successivamente ci sarebbero state le olimpiadi. Il CONI inviò allora un comunicato in Federazione, in cui era riportato che i vincitori della medaglia d’oro al campionato europeo junior, avrebbero preso parte alle olimpiadi di Seul. Ricordo che quando l’allora tecnico della nazionale Franco Falcinelli ci comunicò questa cosa, andai da lui lo abbracciai e dissi “ Maestro allora dovrò fare le olimpiadi “. Mi rispose “ Giorgino te lo auguro! “. Andammo in Polonia, a Danzica e diventai campione d’Europa. Ricordo che non gioii per l’europeo, per me il traguardo più grande erano le olimpiadi.

In questa olimpiade sarà fermato, solamente ai punti, da Andreas Zulow, atleta della Germania Est che, in seguito, raggiungerà l’oro olimpico. Quanto è stato importante, per una ragazzo di diciotto anni, prendere parte ad un contesto olimpico come quello di Seul ‘88, caratterizzato dalla presenza di tantissimi grandi campioni come Roy Jones Jr, Lennox Lewis, Giovanni Parisi, Ray Mercer…?

Affrontai le olimpiadi in un contesto particolare. Devi sapere che io partecipai alle olimpiadi da leggero, ma solo pochi mesi ero stato campione d’Europa come superleggero. Nell’anno e mezzo prima delle olimpiadi come superleggero vinsi veramente di tutto. In un torneo in Ungheria, a Budapest, su quattro match ottenni quattro vittorie prima del limite e venni premiato come pugile più potente del torneo. L’errore che fecero in Nazionale fu quello di farmi scendere per le olimpiadi come leggero quando i miei traguardi più importanti li avevo raggiunti da superleggero. Alle olimpiadi andai per affermarmi.
Il mio primo incontro fu con il rappresentante dell’ Uruguay, Daniel Freitas e lo misi al tappeto quattro volte in tre riprese vincendo per ko.
Quando incontrai Zulow, il favorito delle olimpiadi già campione del mondo, lo misi al tappeto alla fine della prima ripresa. Fu salvato dal suono della campana che all’epoca era previsto dal regolamento e, nella seconda e terza ripresa, si mise a girare come una trottola vincendo il match ai punti e diventando, in seguito, campione olimpico. Sapevo di essere temuto dal team olimpico della Germania dell’Est e che, pugilisticamente parlando, mi conoscevano bene, avendo vinto il titolo europeo proprio contro un pugile della loro squadra.

Nella Nazionale Italiana, guidata dal tecnico Falcinelli, trovò tra i suoi compagni pugili illustri come Vincenzo Nardiello e Giovanni Parisi, oro nei pesi piuma proprio in queste olimpiadi. Quanto è stata importante nella sua successiva carriera professionistica la partecipazione olimpica e l’avere come compagni di squadra pugili di questo livello?

Ti rispondo con qualcosa che probabilmente in pochi sanno.
Giovanni Parisi, buon anima e mio grande amico, non avrebbe dovuto prendere parte alle olimpiadi. Al suo posto avrebbe dovuto partecipare Michele Caldarella, purtroppo infortunatosi nel ritiro preolimpico.
Quindi a Michele, grande pugile e una brava persona, sostituirono Giovanni Parisi. Ti racconto ancora un aneddoto. Parisi vinse la finale con Daniel Dumitrescu, (un grande Giovanni che fece un’olimpiade esemplare!), ma con Dumitrescu perse solo un mese prima in Turchia, ricevendo due conteggi alla terza ripresa. Nardiello e Parisi erano dei grandi pugili e grandi amici, ma il “ fenomeno della situazione “ in quel periodo ero proprio io. Mi soprannominarono il “ Rocky Marciano in miniatura “.
Come saprai da dilettante è difficile vincere per ko e su 96 match da dilettante ben 60 ne visi prima del limite.

Passò al professionismo nel 1990 e solo tre anni più tardi, 4 giugno 1993, conquisterà il titolo Italiano superpiuma contro Paziente Adobati. Alla sera del 27 maggio 1994 salirà sul ring dell’ MGM Grand Garden di Las Vegas, come contendente numero uno per la cintura Wbo dei super piuma con un record di 20 vittorie, di cui 13 ko e nessuna sconfitta. Il suo avversario, l’allora detentore del titolo, era un nome destinato ad entrare nella leggenda di questo sport : Oscar “ Golden Boy “ De la Hoya.
Sicuramente una serata di altissimo livello, nella stessa card ad esempio, vi era la difesa del titolo IBF dei medi di Roy Jones Jr. Possiamo rivere insieme quella che fu la sua preparazione e su i suoi ricordi, le sue sensazioni per un match tanto importante?

Nella mia carriera da professionista feci un errore madornale. Spesso mi viene chiesto : “ Cosa avresti cambiato della tua carriera da professionista ? “ La risposta è sempre la stessa : “ Il peso “.
Come dicevamo poc’anzi da superleggero “ uccidevo la gente “. Da leggero ancora poco, considerando il limite da professionista a 61,200kg.
Purtroppo feci l’italiano nei superpiuma a 58,800kg e divenni sfidante al titolo d’Europa e del Mondo. Da superpiuma non picchiavo più come avrei dovuto in quanto non avevo benzina in corpo. Tornando al match con De la Hoya, in pochissimi sanno che nell’ultima seduta di sparring che feci in Italia prima di partire (presi l’aereo il giorno dopo), atterrai il mio sparring con un diretto destro fratturandomi la mano.
Andai a Las Vegas solo con la mano sinistra! Con il mio amico e tecnico Franco Cherchi, (molto, molto in gamba come tecnico) lavoravamo solo esclusivamente sul gancio sinistro, perché notai come De la Hoya ti appoggiasse il destro per sparare il gancio sinistro e lavorare con la mano sinistra. Se osservi bene il match fu lui a portarmi il primo destro, io pensai dentro di me “ adesso lo porta di nuovo “ e misi il gancio sinistro mandandolo per terra. Il mio gancio sinistro gli arrivò di striscio, se solo fosse arrivato un centimetro più su avrei lasciato al tappeto De la Hoya e avrei cambiato la storia. Fermiamoci un attimo. Stiamo parlando di un mostro sacro, ho una stima fuori dal normale per De la Hoya, per me è uno dei più forti pugili degli ultimi cinquanta anni.
Purtroppo sono cose che non ho mai detto a nessuno perché c’è tanta gente intelligente ma anche tanta gente stupida che direbbe “ Ma con la mano rotta perché sei andato a fare il mondiale? “ Ma ormai era tutto in porto e non potevo tirarmi indietro.

La sua carriera da professionista continuò e, circa un anno, dopo tornò alla vittoria contro Angel Vargas ad Atlantic City. Tentò per altre due volte l’assalto al titolo Wbo, prima contro Regilio Tuur, venendo sconfitto ai punti sulle 12 riprese, quindi nel 1998 contro Artur Grigorian in un match terminato per ko alla 10^ ripresa. Concluderà una splendida carriera da professionista con un record di 29 vittorie, di cui 22 prima del limite, 6 sconfitte e un pari.
Unico neo mancante proprio la conquista di quel titolo mondiale che sarebbe stata la ciliegina sulla torta per uno straordinario percorso come il sua. Guardando indietro ripercorrerebbe la sua carriera esattamente com’è stata o ci sono delle cose che cambierebbe ?

Guarda Simone, tutta la vita ti dico di no. Non farei quello che ho fatto, con il senno di poi… assolutamente no!
Oggi sono un uomo di 48 anni, sono un tecnico e purtroppo solo dopo nella vita riesci a fare dei ragionamenti e dire “ qui ho sbagliato… qui ho fatto bene “.
Voglio raccontarti una cosa.
Quando feci il mondiale con Regilio Tuur nei superpiuma, litigai con mia moglie perché mi proposero il titolo d’Europa con Jacobin Yoma, campione attuale e pugile di quarant’anni, nei pesi leggeri ( nei leggeri picchiavo davvero, mentre nei superpiuma no ). Mia moglie che mi ha sempre seguito (pensa abbiamo 48 anni e siamo insieme da 32! ) sapeva tutto, quindi litigammo. Purtroppo quando un manager a 24, 25 anni ti propone tra un mondiale e un europeo, tu dici mondiale, mondiale tutta la vita.
Iniziai la preparazione fuori di testa, deciso. Volevo diventare campione del mondo, volevo uccidere! Conoscevo Tuur perché aveva fatto molti tornei dilettanti e addirittura le olimpiadi con me. Purtroppo il dottor Sturla, attualmente collaboratore della Nazionale Italiana, mi diagnosticò un’infiammazione alla pliche sinoviale del ginocchio. Mi disse di fare delle iniezioni di cortisone per risolvere la situazione ma io non potevo fare il cortisone per il test antidoping. Inoltre dovevo fare il peso a 58,900kg e dovetti rinunciare alla corsa, alle ripetute… ero praticamente senza una gamba. Il giorno del match ero forse al 35% della forma. L’incontro ebbe un andamento particolare. Probabilmente in Italia Tuur sarebbe stato squalificato per tutte le testate e per il comportamento sul ring… ma forse non era semplicemente destino. Io non piango e non ho mai pianto, né in televisione né sui giornali. Sono cose che ho sempre tenuto per me perché non mi ha mai costretto nessuno. Per quanto riguarda Artur Grigorian avevo già smesso di boxare da un anno, tu pensa che seguii tutta la preparazione da solo, rimediai qualche ripresa di guanti con qualche sparring partner della zona sia dilettanti che professionisti.
Alla decima ripresa non fu un ko ma un tko, per un semplice motivo : fino alla decima ripresa fu un bel match, dopo non ne avevo più. La mia intelligenza fu pensare : “ Perché devo prendere due riprese di botte che possono farmi più male delle 10 già trascorse ? “ Allora dissi no, basta. Ragionai da padre dei miei figli e, secondo me, da persona intelligente.

Prima di lasciarci c’è un ultima domanda che tenevo a fare ad un grande atleta come lei che ha raggiunto livelli altissimi nella boxe.
Ci sono vari paesi che stanno “ alzando l’asticella “ per quanto riguarda il livello del pugilato professionistico. Il primo a cui viene da pensare è sicuramente il Regno Unito, che sta contendendo il ruolo di arena della grande boxe agli Stati Uniti, ma mi viene in mente anche l’Ucraina rappresentata dai campioni Usyk e Lomachenko, le Filippine con la promotion di Manny Pacquiao… ci sono insomma dei paesi che stanno puntando pesantemente sul professionismo. C’è chi sostiene che questo non avvenga in Italia per vari motivi, in primis economici. Spesso chi sostiene questa teoria attribuisce la colpa ai maggiori sbocchi, sempre economici (guardando ad esempio i gruppi sportivi ), che il pugilato dilettantistico garantirebbe rispetto al pugilato professionistico, portando come esempio la carriera di grandissimi pugili come Russo e Cammarelle che poi, di fatto, hanno scelto di non passare mai al professionismo. Quello che volevo chiederle è se, secondo la sua esperienza di atleta prima e di tecnico poi, il pugilato professionistico italiano versi veramente in un momento di “crisi”. Nel caso sia effettivamente così è veramente dovuto ai motivi sopracitati ?

Simone, posso rispondere benissimo a questa tua domanda avendola vissuta in prima persona.
Quando feci i Campionati Italiani assoluti a Messina mi chiesero se, quando sarebbe stato il momento, sarei passato nel corpo delle fiamme oro. All’epoca avevo 16 anni e ne servivano 21 per passare professionista. A 18 anni feci la mia olimpiade e a 19 entrai nel gruppo delle fiamme oro, vincendo per loro il titolo d’Europa a Londra e i Campionati Italiani Assoluti.

Finito l’anno di ausiliario in polizia parlai con la buon anima del generale Vari, allora coordinatore del gruppo fiamme oro in Italia, che mi fece una grande proposta : partecipare alle olimpiadi di Barcellona ‘92. Io gli strinsi la mano e dissi : “ Generale la ringrazio della sua proposta ma io voglio fare il titolo del mondo in America. “
Lui a sua volta mi strinse la mano e disse : “ Ti auguro tutto il bene di questo mondo “. Quattro anni dopo stavo combattendo a Las Vegas come sfidante ufficiale al titolo del mondo.

Con questo voglio dirti che, per seguire i miei sogni, piuttosto che rimanere nei corpi (senza nulla togliere ai corpi!), sarei stato disposto ad andare a lavorare nel supermercato o ovunque fosse capitato, per riuscire a fare il professionista. In un sondaggio è stato rivelato che il pugilato in Italia è seguito da 15 milioni di persone. Noi abbiamo un prodotto che non sappiamo vendere come i tempi che furono. Quando combattevo in Rai facevo fino a 2,5 milioni di persone di share! Purtroppo è un prodotto che devi saper vendere ma io tanta colpa ai manager non gliela do nemmeno. Questi ragazzi, oggi come oggi, fanno come nel film di Checco Zalone, mi dispiace dirlo, cercano il posto fisso.

Io vorrei dire a questi ragazzi : pensate ai vostri sogni! Rischiate! Perché altrimenti un giorno avrete dei rimpianti, il rimpianto di non aver potuto essere campioni del mondo!
E quando si diventa campioni del mondo si guadagnano molti soldi. Nel 1994 con De la Hoya avevo un’opzione di rivincita a 2 milioni di dollari se l’avessi battuto! Sotto questo punto di vista posso dire di non avere rimpianti. Adesso ho saputo che anche nei corpi puoi fare il professionista… ai miei tempi avrei portato le fiamme oro a Las Vegas! Oggi forse stanno aprendo la visuale. Vuoi mettere un atleta che sta in polizia, un Cammarelle che per me era eccezionale, combattere per un titolo del mondo a Las Vegas o a Londra con Joshua, con 90000 spettatori?

Oggi il mondo cambia, ai miei tempi non era così. Ai miei tempi Giorgio Campanella con il suo carattere ha rinunciato al posto fisso per inseguire i suoi sogni. Poi sono andati come sono andati, ma io non ho alcun rimpianto. Oggi ho una grande palestra a Cattolica con mia moglie Graziana, seguiamo i pugili, gli do l’anima, gli do i cazziatoni, li cicchetto quand’è il momento sia i dilettanti che professionisti!
Recentemente ho fatto una riunione, il 12 agosto, con Signani ed altri miei professionisti. Una persona di cui ho grande stima, l’ex presidente della Fpi Alberto Brasca, mi scrive dicendomi “ Hai insegnato il segreto del ko a Signani! “ Gli rispondo che Signani è con me da un anno e mezzo, abbiamo fatto tre match, due dei quali vinti prima del limite.
Il punto è il modo di insegnare le cose! Oggi ho dilettanti che vincono per ko e sai quant’è difficile vincere per ko tra i dilettanti. Ho video di ragazzi che vincono per ko con il montante al fegato, se vuoi posso inviarteli.

Forse è la mia esperienza, forse è il mio modo di essere estroso sulla boxe, di insegnare diverse cose, di adattarmi al ragazzo. Perché non è il ragazzo che deve adattarsi! Ogni pugile ha la propria personalità e tu devi cercare ti tirar fuori il meglio da quello che è. Può essere un tempista, un tecnico, un picchiatore, un demolitore. È il tecnico che deve adattarsi al pugile, non viceversa! Purtroppo in Italia su novecento palestre circa, avranno il brevetto da tecnico tremila persone, ma ragazzi… io al mio pugile saprò sempre raccontare l’emozione di aver fatto un’olimpiade a 18 anni o di aver combattuto un mondiale a Las Vegas con 40000 persone avendo a bordo ring persone come Stallone, De Niro, Sinatra. Quelle emozioni so trasmetterle sul ring e non so quanti tecnici possano trasmettere queste emozioni. Quando i miei ragazzi combattono io mi diverto, mi diverto per lo spettacolo sportivo che offro!

A CURA DI SIMONE TULLI. UN RINGRAZIAMENTO AD ARMANDO BELLOTTI

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