Duran: “In Italia si è puntato tutto sul dilettantismo. Boxe sport per eccellenza”

Alessandro Duran è un ex pugile italiano di fama internazionale che attualmente insegna nella sua palestra a Ferrara e commenta la boxe in Tv per Sky.

Figlio di Juan Carlos Duran, pugile argentino detentore più volte del titolo europeo nel periodo tra gli anni Sessanta e Settanta, e fratello di Massimiliano Duran, campione mondiale di boxe, la sua è una famiglia di fuoriclasse del ring, che lo avvia alla noble art sin da giovanissimo.

Alessandro è stato 5 volte campione italiano dei pesi welter, mentre in 2 occasioni ha conquistato il titolo mondiale WBU e in altre 3 si è laureato campione europeo, sempre nei welter. Nel 2002, a 37 anni, si è ritirato dal pugilato, in cui aveva esordito appena 18enne. Una carriera ricca di successi che lo ha reso uno dei pugili italiani più popolari degli anni Novanta.

Abbiamo contattato Duran per avere un parere autorevole sull’attuale calo di consensi di cui soffre il pugilato italiano, e su molto altro. Ecco le sue risposte in esclusiva per Spirito guerriero.

La boxe è uno sport in profonda crisi, specialmente nel nostro paese. A cosa pensi sia dovuto questo momento così negativo?

La boxe è in crisi in Italia. Nelle altre nazioni continua ad essere molto seguita e popolare. Lo sportivo più pagato è Floyd Mayweather. In Inghilterra, Anthony Joshua é un fenomeno mediatico capace di portare 90.000 paganti allo stadio di Wembley. Nel nostro paese si stanno pagando le scelte sciagurate degli ultimi 15 anni. La Federazione Pugilistica Italiana ha puntato tutto sul dilettantismo di Stato, penalizzando il professionismo. Finita l’era dei Cammarelle, Russo, Valentino, Picardi, Mangiacapre non c’è stato un ricambio generazionale. Cosi ci siamo trovati con un professionismo a terra e un dilettantismo non all’altezza della situazione.

Quale pensi che potrebbe essere una ricetta efficace per invertire questa tendenza? 

E’ una ricetta semplicissima: un passo indietro tutti. Dove dilettantismo e professionismo sono sotto lo stesso tetto, ma con due percorsi diversi, seppur paralleli. A un certo punto, per chi vuole, le strade si dovrebbero incrociare. Non si può pensare di avere dei pugili che invece di pugili sono impiegati di Stato. Questo significa la “morte” del pugile.

Cosa è cambiato nel pugilato italiano dai tuoi tempi? Sia in positivo che in negativo.

Ai miei tempi c’ erano manager importanti (Rocco Agostino e Umberto Branchini su tutti), organizzatori seri come Rodolfo Sabbatini, sponsor importantissimi e la televisione in chiaro (Rai e Mediaset). Campioni popolari e seguitissimi. Si vinceva sia da professionisti che da dilettanti. Oggi un pugile forse viene riconosciuto nel quartiere dove vive. I pugili sono delle vittime di un sistema sbagliato ma anche loro hanno delle colpe.

Secondo te, quali sono i pugili nostri connazionali che attualmente meritano? C’è qualche talento che pensi possa arrivare lontano?

In questo momento il pugile italiano di maggior prestigio è un 40enne, Emiliano Marsili. Abbiamo avito l’exploit mondiale di Giovanni De Carolis, ma purtroppo, dopo che ha perso il titolo, a livello internzionale ha subito delle brutte battute d’arresto. Adesso ha conquistato il titolo italiano. Spero che possa essere l’inizio di una nuova carriera. Tra i giovani credo che Rigoldi e Turchi possano fare bene. Natalizi non l’ho mai visto ma ne ho sentito parlare bene.

A livello mondiale, quali sono i pugili che ti hanno impressionato di più negli ultimi due o tre anni?

Ecco, a livello mondiale i grandi campioni ci sono. I miei preferiti sono Terry Crawford e Vasily Lomachenko, due che valgono i grandi del passato.

Cosa hai imparato principalmente dalla tua esperienza nel mondo della boxe?

La boxe è una grande scuola di vita, dove impari a soffrire per raggiungere il successo. Nel pugilato il bluff non esiste, e sul ring puoi contare solo su te stesso. Devi avere rispetto per quello che fai, per l’avversario e per te stesso. Il mio motto è: se anche nella vita ci fossero la lealtà, l’onestà, il rispetto che hanno due pugili che si affrontano sul ring, vivremmo in una società migliore.

Qual è stato l’incontro più duro della tua carriera?

Di avversari difficili e duri ne ho incontrati parecchi. Se devo sceglierne uno, dico il sudafricano Peter Mainga, che aveva due martelli al posto delle mani.

Come mai la boxe fatica a tornare al successo mentre altri sport da combattimento, come le MMA, stanno crescendo rapidamente?

L’MMA sta andando fortissimo perché ha conquistato il pubblico giovane e lo spazio che la boxe ha lasciato. Come ho già detto, il pugilato paga i grandi sbagli fatti negli ultimi 15-20 anni. La boxe però rimane lo sport per eccellenza, la noble art. Sono due attività completamente diverse. Il pugilato è uno sport universale che si pratica in tutti i continenti. Per questo un vero campione entra nella leggenda. Ali non ha rappresentato solo la boxe, ma tutto lo sport, ed è stato il più grande.

Autore: Tommaso Clerici

Laureato in Comunicazione e Società all'Università Statale di Milano, amo scrivere, pratico boxe.

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