“Il terribile” Bob Schrijber

“Sono solo fatto di carne, sangue ed ossa ma se inizi a fare a botte non provarci da solo, perché sono cattivo” -Elvis Presley, “Trouble”

Il 22 luglio 2018, in occasione dell’evento UFC Fight Night: Shogun vs Smith svoltosi ad Amburgo, Stefan Struve è tornato nell’ottagono più famoso al mondo per affrontare il polacco Marcin Tybura. Come sempre, ad accompagnarlo all’angolo il suo storico allenatore, un veterano del ring che di certo dà poco nell’occhio ma che sono sicuro i fan di lunga data abbiano immediatamente riconosciuto. Anche se a vederlo adesso risulta difficile crederci, quell’ometto calvo, tatuato e con qualche chilo di troppo è infatti lo stesso lottatore che un tempo veniva riconosciuto con il nomignolo di “terribile”. Proprio lui, Bob Schrijber, è stato uno dei fighter più temuti della propria epoca, quando ancora nessuno era in grado resistere al suo destro spaccaossa pari per potenza ed effetto ad una palla da demolizione: non ci sono riusciti né Gilbert Yvel, né Melvin Manhoef, né tanti altri campioni di fama internazionale. Ma, come spesso accade, le più grandi battaglie Bob le ha combattute fuori dal ring, contro un’infanzia problematica nei sobborghi di Amsterdam e una dipendenza dalla droga che lo stava divorando. La sua è una storia molto triste che mostra quanto in basso un essere umano possa arrivare prima di iniziare a risalire, ma è anche il più limpido esempio di come lo sport possa letteralmente salvare una vita.
La drammatica odissea di Robert “Bob” Schrijber cominciò nel lontano 1975 quando, all’età di dieci anni, fu mandato a vivere con la madre a seguito del divorzio dei suoi genitori. Da una parte sollevato perché, finalmente, lontano dagli abusi paterni, dall’altra completamente devastato per la separazione da suo fratello Fred, a cui era molto unito, il piccolo Bob crebbe trascurato, pieno di risentimento e tanta rabbia. A scuola andava male, a dieci anni fumava e beveva birra nei bagni dell’istituto e aggrediva i compagni di classe. Solo nei fine settimana, quando si incontrava con Fred, le cose sembravano andare per il verso giusto. Presto i due ragazzini iniziarono a vedersi sempre più di frequente, ogni volta che potevano, e finirono per fondare insieme una band musicale che riscosse sin da subito un discreto successo. Non scapparono mai di casa: una sera, dopo un concerto ad Amsterdam, decisero semplicemente di non farvi più ritorno. Ai loro genitori non importava, li lasciarono andare senza problemi e loro non si voltarono indietro. Era il 1978. Bob aveva tredici anni, suo fratello appena due di più. Due ragazzini senza guida lasciati a crescere soli contro tutti in un mondo come quello dei bassifondi olandesi dei primi anni ottanta, tra alcol, droghe e concerti, i fratelli Schrijber vivevano di casa in casa senza una fissa dimora, strisciando, combattendo, rubando. Anche se con il loro gruppo, i “Jesus and the Gospelfuckers”, erano diventati abbastanza conosciuti nell’ambiente punk della loro città, man mano che cresceva la loro fama di violenti, del tutto giustificata, avevano sempre meno offerte di suonare ai concerti. Quando iniziarono a uscire con dei ragazzi di Haarlem, dei “veri maniaci che usavano molte sostanze ed erano sempre ubriachi”, le cose precipitarono ulteriormente.
Bob fu il primo a cadere vittima delle droghe e non passò molto tempo prima che anche suo fratello facesse la stessa fine. L’edificio abbandonata dove vivevano, il “palazzo di ghiaccio”, divenne presto un noto rifugio di tossicodipendenti dove circolava qualsiasi tipo di sostanza: eroina, speed, cocaina, LSD, qualsiasi cosa vi possiate immaginare, loro due l’hanno provata. Secondo Bob, quello che lo spingeva a sniffare tutto ciò gli veniva messo davanti era la curiosità di vedere quanto lontano potesse spingersi prima di perdere la ragione. Fu anche cacciato dalla band per questo motivo ma non gli importò più di tanto: mentre Fred aveva vero talento e sognava una carriera nel mondo della musica, per lui il punk era solo un passatempo, uno scherzo. Ironia della sorte, dopo che se ne andò il gruppo si dissolse e i suoi membri finirono quasi tutti dipendenti dall’eroina. Mentre tutti intorno a loro sprofondavano sempre di più nel baratro, finendo per impazzire o soccombere all’overdose, Bob e Fred riuscirono a mantenere comunque un briciolo di lucidità e in qualche modo a controllare la propria dipendenza. Questa fu, probabilmente, l’unica cosa che li salvò. Ma a quei tempi, forse anche più della droga, era la violenza la fedele compagna delle loro vite. Bob e Fred sono sempre stati molto competitivi, ed è così ancora oggi, ma in quel periodo erano dei veri e propri attaccabrighe alla continua ricerca di guai, soprattutto Bob. Se parlate ad uno qualsiasi dei suoi amici vi racconterà di come in quel periodo girasse per strada con una strana espressione sul volto, come se fosse posseduto, perennemente in cerca di nuovi scontri, combattendo ovunque e con chiunque potesse, forse per sfogare la propria rabbia repressa, forse in cerca di quell’ulteriore “brivido” che le droghe non gli davano più. Non di rado si trovò ad affrontare dieci persone alla volta, da solo, mentre era ancora minorenne; se anche quattro di loro erano armate, prima di venire colpito riusciva sempre a mandarne almeno un paio all’ospedale. Ci sono numerose storie che illustrano il carattere “esplosivo” di Bob, ma la più incredibile è forse quando, passeggiando per Amsterdam insieme ad un amico, fu assalito da una ventina di ragazzi che lo volevano picchiare: scappò subito in un vicino edificio, questo sì, ma solo per prendere i suoi nunchaku e tornare fuori ad affrontare tutti!
Ovviamente i problemi con la legge erano all’ordine del giorno ma, ogni qualvolta veniva arrestato e riportato dai genitori, Bob sarebbe subito tornato ad Haarlem dal fratello. Questo fino all’età di sedici anni, quando finì dietro le sbarre per aver accoltellato un ragazzo nel corso di una rissa; rimase dentro per un po’ e una volta uscito, forse presa coscienza della cattiva strada che stava prendendo il suo futuro, iniziò a cercare di rimettere a posto la propria vita. Tornò a vivere con i genitori e grazie a suo padre fu assunto in una fonderia di rame di Haarlem, un lavoro duro ma che gli consentiva di sopravvivere. In realtà nonostante i suoi sforzi Bob era ancora vittima delle cattive abitudini: fumava, beveva e si drogava anche più di prima. Dato che il giudice gli aveva raccomandato di trovare un modo positivo per sfogare la sua aggressività, quasi per caso capitò nella palestra di arti marziali del celebre allenatore Cor van der Geest dove iniziò ad allenarsi nel Judo. Da quello al Karate e alla Kickboxing il passo fu breve, ma sarà la Muay Thai a rubargli per sempre il cuore: capì presto che, restando lì, poteva combattere legalmente senza essere arrestato! Quando si accorse di non essere in una buona condizione fisica, né tantomeno al pari degli altri ragazzi presenti in palestra, da un giorno all’altro decise di smettere con tutto e non toccò mai più le droghe. Da quel momento in avanti fu completamente focalizzato sullo sport, che divenne la grande ancora di salvezza della sua vita. Non aveva neanche vent’anni. Ad Haarlem Bob iniziò ad insegnare arti marziali e in seguito, grazie ad un corso per istruttori, capitò nel più rinomato dojo di Amsterdam: la Mejiro Gym, la casa dei campioni. Lì cominciò ad allenarsi regolarmente con il leggendario Rob Kaman e a partecipare ad alcuni tornei di combattimento a contatto pieno. Presto diventato il campione olandese ed europeo di Muay Thai, combatté persino per il titolo mondiale WKA contro Zijo Poljo in un match nel quale si fratturò la caviglia nel corso del terzo round. Nonostante questo terminò l’incontro in piedi, perdendo ai punti e mostrando per la prima volta quell’attitudine da duro che tanto lo contraddistinguerà in futuro.
Ma sarebbero state le MMA, che all’epoca si chiamavano ancora Free Fight, a scolpire per sempre il suo nome nelle pagine della storia. A questo punto della sua vita Bob aveva provato tanta sofferenza, era stato tossicodipendente e aveva rischiato di morire in diverse occasioni: in gabbia, con un arbitro, si sentiva al sicuro. Lottando letteralmente dai tempi dell’asilo, per lui combattere era un istinto naturale: farlo per soldi, anche se pochi, significava in pratica trasformare il suo passatempo in una professione! Secondo sua stessa ammissione, debuttò nelle MMA per il brivido dell’ignoto e il desiderio di superare le sue paure. Proprio come un pilota da corsa che vuole andare sempre più veloce, nel giro di pochi anni Bob passò da un Karate basato su un sistema di punti al mondo estremo dei combattimenti in gabbia: esattamente come con le droghe voleva solo vedere fino a che punto poteva spingersi. A ben pensarci, infatti, quello che fece fu semplicemente sostituire una dipendenza con un’altra: prima gli stupefacenti, adesso l’adrenalina. Nei primi tempi Bob si fece un nome combattendo in Olanda e in Giappone in bizzarri match in cui era ancora possibile, ad esempio, lottare a mani nude contro un avversario che indossava i guantoni da boxe. Tuttavia, di tutti gli stili di combattimento il suo preferito era anche quello più brutale; chiamatelo Vale Tudo, No Holds Barred o come volete, il concetto era semplice: niente regole, niente protezioni, niente classi di peso.
Fu proprio in un torneo di questo tipo che ad Antwerp, in Belgio, debuttò nel gennaio del 1995; essendo un ottimo kickboxer ma totalmente all’oscuro dei segreti della lotta a terra, finì per essere sottomesso due volte nel corso della stessa serata. Umiliato, deriso e oltraggiato, al suo posto molti, se non tutti, avrebbero mollato, ma lui no, lui non si arrese. Iniziò a fare il buttafuori in un locale estremamente malfamato, rischiando ogni notte la vita per racimolare quei pochi soldi che gli servivano per vivere ed allenarsi. E si allenò, difatti, e anche molto: da quando tornò in azione, neanche un mese dopo, vinse cinque match consecutivi, tutti prima del limite, combattendo prima in Giappone e poi in Olanda. La sua fama si estese in tutta Europa dopo l’M-1 MFC World Championship Tournament, un torneo russo di bareknuckle fighting svoltosi a San Pietroburgo nel 1997 nel corso del quale Bob mise ko due avversari nella stessa serata in meno di quattro minuti totali. A quei tempi l’M-1 era una promotion ancora nascente, lontana anni luce da quella che è oggi: questo significa che all’epoca valeva praticamente tutto, gli incontri erano dei veri e propri massacri e i lottatori non indossavano guanti o protezioni. Nella finale, Schrijber affrontò il gigante armeno Ruslan Kerselyan, mettendolo ko con calci e ginocchiate dopo che questi gli aveva spaccato la mandibola con una pesantissima gomitata nei primi istanti del match. Né Napoleone né Hitler erano stati in grado di fare quello che Bob realizzò quella sera: da solo, unicamente grazie al suo coraggio e alla sua determinazione aveva conquistato la Russia a suon di pugni!
A seguito di questa prestazione e grazie al suo stile aggressivo e la sua tenacia Schrijber si fece presto la reputazione di essere uno dei lottatori più duri e temibili d’Europa. Nel 1998 confermò tali voci vincendo l’IMA KO Power Tournament ad Amsterdam, sconfiggendo in finale il pericolosissimo striker Gilbert Yvel, che era sedici anni più giovane di lui e all’epoca si stava imponendo come uno dei pesi massimi più forti al mondo. In quello che fu il secondo match di una grande trilogia, tre vere e proprie guerre che fecero nascere una delle prime grandi rivalità nella storia delle MMA, Schrijber inflisse ad Yvel la prima sconfitta della sua carriera con una devastante combinazione di pugni dopo averlo messo ripetutamente knockdown. “Ero un combattente spericolato e stupido” dirà di se stesso in un’intervista qualche anno dopo, “Quando riguardo i miei incontri penso -che casino-“. Difatti, non avendo un fisico propriamente atletico, con 183 cm di altezza per 108 kg di peso, qualcuno sicuramente di troppo, e non essendo un grande tecnicista, la peculiarità di Bob era la potenza devastante dei suoi pugni e la cattiveria ed efficacia con cui li utilizzava: con mani simili a blocchi di cemento, calci capaci di abbattere un albero e una mascella d’acciaio pari per resistenza solo alla sua tenacia, sicuramente non era un avversario facile per nessuno. Soprattutto non si arrendeva mai, continuava ad attaccare furiosamente senza sosta ed era in grado di sopportare una quantità enorme di dolore, sia fisico che mentale, senza troppi problemi. Se non ci credete, basta che guardiate il match contro Moti Horenstein nel corso del quale si fratturò lo zigomo, la mano ed alcune costole e, nonostante questo, riuscì a vincere per ko. Una volta in un’intervista gli fu chiesto come facesse ad assorbire una tale mole di colpi senza neanche battere ciglio; lui rispose semplicemente: “Non ho tempo per il dolore”. Questa sola frase basta a far capire molto bene che tipo di uomo fosse Bob.
Come si può immaginare, l’aspetto nel quale un kickboxer come lui era più carente era la lotta a terra: verrà sottomesso ben dieci volte in carriera, mentre delle sue vittorie, tutte giunte prima del limite, solo quattro sono arrivate per sottomissione a fronte di sedici ko, quasi tutti entro il primo round. Ma, nonostante i suoi alti e bassi e la sua mancanza di tecnica, la maggior parte del pubblico lo ha sempre amato, sia per il suo stile altamente spettacolare, sia per il suo carattere da “intrattenitore” che voleva sempre offrire alla folla un bello spettacolo. Iconica l’immagina di quando, in occasione del match contro Semmy Schilt, si fece portare uno sgabello al centro del ring per riuscire a guardare dritto negli occhi il suo gigantesco avversario durante lo stare down e poi, una volta iniziato il match, lo atterrò con un pesante destro nei primi venti secondi dal suono del gong. Bob era il classico tipo che quando entra in una stanza si fa notare, amava essere al centro dell’attenzione ed era uno dei pochi lottatori in circolazione a dare sempre agli spettatori ciò che desideravano: fulminei e devastanti ko.
Dopo i tornei in Russia ed Olanda la sua popolarità esplose ovunque e presto si trovò a lottare praticamente in ogni singolo evento di MMA che si svolgesse non solo in Olanda, ma in tutta Europa: dalle promotion locali di It’s Showtime e 2H2H, alle russe M-1 Global o la famigerata IAFC, dove i match si svolgevano nella più totale assenza di regole, fino ad arrivare alla giapponese RINGS di cui era la principale star in tutti gli eventi che si svolgevano su suolo olandese. In un periodo di circa dieci anni, a partire dal 1997, Schrijber affrontò praticamente tutti i grandi prospetti europei nella divisione dei pesi massimi, oltre a qualche superstar internazionale, diventando presto una vera leggenda tra i fan più hardcore del settore. Lunga la lista di vittime nel corso della sua carriera: mise knockout Big Mo T, Peter Varga, Ian Freeman, due volte l’ex fighter UFC Moti Horenstein e inflisse la prima sconfitta e l’unico ko della sua carriera al kickboxer olandese Jerrell Venetiaan, oltre ad aver sconfitto il veterano del Vale Tudo ed esperto di Luta Livre Hugo Duarte nel suo match di ritiro. Combattè anche, seppur perdendo, contro celebri nomi quali Roman Zentsov, Gary Goodridge, Igor Vovchanchyn, Cyril Diabate e i già citati Semmy Schilt e Gilbert Yvel, dando sempre filo da torcere a tutti, e fece registrare un notevole pareggio contro il colosso americano Bobby Hoffman, che all’epoca stava seminando il panico nella divisone dei pesi massimi con devastanti ko tra l’America e il Giappone. Nel 1999 arrivò secondo nel torneo del World Vale Tudo Chamionship 9 svoltosi ad Aruba, sottomettendo John Sursa con alcune gomitate alla nuca e perdendo in finale contro un ventunenne Heath Herring che, dall’alto dei suoi centoventi chili di peso per un metro e novantatré di altezza, sovrastò fisicamente il più leggero e quasi quindici anni più vecchio Bob. Nel 2003, all’età di 38 anni, Schrijber divenne il primo fighter a sconfiggere e mettere ko il “Meraviglioso” Melvin Manhoef, di undici anni più giovane, e, nel rematch svoltosi due anni dopo, uno degli unici due a perdere ai punti contro questo pericoloso kickboxer, che attualmente ha un record di 28 ko su 30 vittorie. Tra il 1999 e il 2002 disputò anche alcuni incontri nel PRIDE in Giappone, all’epoca la promotion più importante al mondo, perdendo una decisione unanime contro il lottatore locale Sokun Koh e, in occasione del PRIDE Grand Prix 2000, venendo sottomesso dalla leggenda Wanderlei Silva davanti ai settantacinquemila spettatori del Tokyo Dome. Ma, ne sono certo, tutti si ricorderanno di Schrijber per il suo match contro Daijiro Matsui al PRIDE 7 nel settembre del 1999, quando fu squalificato per aver tirato un axe kick sulla nuca del suo avversario a terra dopo il suono della sua campana. Anche se si attirò contro i boati del pubblico giapponese, solitamente molto riservato e silenzioso, nessuno si stupì più di tanto: Schrijber non era nuovo ad episodi simili e già all’epoca aveva la fama di essere un lottatore “sporco”. Mentre tutti in Europa lo chiamavano “Il Terribile”, infatti, in Giappone e negli USA era noto con il soprannome di “Dirty Bob” per la sua tendenza a commettere qualsiasi tipo di infrazione alle regole: dita negli occhi, colpi bassi volontari, pugni dopo il suono della campana, e la lista potrebbe continuare all’infinito. Un viziaccio dovuto senza dubbio al suo background nelle risse da strada e alla mentalità che da esse aveva ricavato: bisogna fare di tutto pur di vincere! Ad oggi, la squalifica contro Matsui resta l’unica, grande macchia nella carriera di questo straordinario atleta. Ma a Bob non importava, non si curava di come lo chiamavano: tutto quello che voleva era combattere. Lo hanno etichettato come lunatico, psicopatico, maniaco ma, alla fine, la gente pagava per assistere ai suoi match, chi per vederlo vincere, chi per vederlo perdere. L’importante per lui era che parlassero, che lo alzassero al di sopra della massa e, nel bene o nel male, così è stato.
Nell’ottobre del 2008 ha combattuto per l’ultima volta nella sua Olanda, a Rotterdam, perdendo per decisione unanime contro il kickboxer inglese Barrington Patterson, il “guerriero con un occhio solo”. All’età di quarant’anni si è ritirato con trentotto incontri all’attivo, venti vittorie, diciassette sconfitte e un pareggio. Un record non ottimo, certo, ma che mette bene in chiaro lo spirito combattivo di un guerriero come lui. Perché mai, neppure una volta, Bob è scappato di fronte ad una sfida. Mai ha rifiutato un match in diciotto anni di carriera. Mai. Semplicemente perchè lui non è un tipo che si arrende. Ha affrontato dei veri mostri con poche settimane, a volte giorni, di preavviso, spesso da infortunato: è uscito dalla gabbia con la testa distrutta, il volto tumefatto, ma l’orgoglio sempre integro. Nel corso della sua carriera non è mai stato messo ko: Gilber Yvel lo ha fermato solo per stop medico, mentre Heath Herring con un tko decretato dall’arbitro. Non ha mai studiato i suoi avversari, non ha mai seguito una dieta e di certo non ha mai saltato una birra o un morso ad un hamburger perchè, come ogni altra cosa, ha preso anche la sua carriera agonistica con la stessa leggerezza con cui ha vissuto tutta la propria vita: per lui si tratta solo di una “enorme, infinita risata!”.
Oggi Bob porta sul corpo i segni di mille battaglie. Ormai non un solo osso delle sue mani è integro, se li è rotti tutti, troppo spesso, su troppe mandibole. Non può più suonare, le dita gli fanno male, e anche camminare a volte gli risulta difficile dato che negli ultimi tre anni della sua carriera ha lottato con la schiena a pezzi, dopo aver subito un intervento alla colonna vertebrale. Nel suo ultimo match ha riportato gravi lesioni al pollice, al bicipite e a un polpaccio, e la caviglia fratturata ai tempi della Muay Thai lo tormenta ancora. Non avendo mai avuto un assicurazione sugli infortuni, le cose peggiorano solamente. Per anni è andato avanti dove molti si sarebbero fermati, per il dolore, per la fatica, modificando i suoi programmi di allenamento a causa degli infortuni e spingendo il proprio corpo oltre ogni limite, al punto di dover necessitare di operazioni chirurgiche per evitare che le ossa si frantumassero. Bob sarà per sempre ricordato come uno dei grandi cattivi di questo sport, un gladiatore dei tempi moderni che non avrebbe affatto sfigurato in uno scontro all’ultimo sangue in un’arena di duemila anni fa. Anche se generalmente è malvisto agli occhi dei fan a causa della sua condotta poco sportiva, Bob Schrijber merita rispetto. Non solo per quello che ha fatto, non solo per la sua storia di riscatto, ma per il rispetto che chiunque entri in una gabbia merita a prescindere. Bob appartiene alla prima generazione di combattenti liberi nel mondo: all’epoca stavano ancora cercando, cercando le regole, cercando un senso a tutto questo, riducendo il proprio corpo a carne da macello per l’intrattenimento del pubblico. Dobbiamo ringraziare lottatori come lui, che hanno dato tutto, se noi, oggi, possiamo ammirare le grandi arti marziali miste al massimo del loro splendore.
Dal Judo al Karate, dalla Kickboxing alla Muay Thai, passando per il Free Fight e i combattimenti a mani nude, per tutta la vita Bob ha continuato ad alzare l’asticella per vedere fino a che punto riuscisse a spingersi. Ormai, dopo una vita di battaglie dentro e fuori dalla gabbia, anche lui ha raggiunto i propri limiti. La sua mascella d’acciaio rimane invariata, ma non deve più entrare in azione: “Ho finito una volta per tutte. Quel dolore, la tensione. Mai più”. Oggi Bob ha cinquantatré anni ed è un padre di famiglia che vive per assicurare a sua figlia una futuro migliore. Si è sposato, e non con una donna qualsiasi bensì con la tre volte campionessa del mondo di Muay Thay Irma “The Gladiatrix” Verhoeff, che aveva conosciuto nel corso del suo primo viaggio in Russia quando avevano entrambi combattuto e vinto nello stesso evento di Vale Tudo. Con i pochi soldi racimolati nella sua carriera ha aperto una palestra di MMA e Muay Thai a Womer, il “Team Schrijber”, dove ancora oggi continua ad allenare giovani talenti; tra i tanti, le punte di diamante del suo dojo sono il pro-wrestler Tom Budgen, meglio conosciuto come Aleister Black, e il peso massimo UFC Stefan Struve, che Bob accolse sotto la sua ala protettrice quando aveva appena quattordici anni. Lavora anche come commentatore in lingua olandese per la FOX in occasione degli eventi UFC e, ogni tanto, si cimenta nel ruolo di attore per film o serie TV: ovviamente, il suo ruolo preferito è quello del cattivo. I mostri del suo passato e il ricordo della dipendenza lo perseguitano ancora ma Bob sembra aver finalmente trovato un modo per convivere con i suoi demoni. Anche se la rabbia accumulata da ragazzo non è scomparsa del tutto, oggi riesce a canalizzarli in modo positivo, nella sua palestra, insegnando. Ha sempre vissuto di giorno in giorno, e lo fa ancora: oggi non cerca più guai, ma di certo non si tira indietro di fronte a nessuna sfida. Se mai ve lo trovaste davanti, non fatelo arrabbiare: insieme a sua moglie ha recentemente affrontato un gruppo di teppisti in un cinema di Amsterdam mettendoli tutti ko. Il suo destro non è ancora andato in pensione.
Dirty Bob è la memoria vivente di un’epoca tanto vicina quanto lontana, forse obsoleta, di uomini disposti a darsi battaglia per il semplice desiderio di farlo. Non c’è più stato un lottatore come lui in circolazione, e mai ci sarà: gente così non ha più spazio in questo mondo. Come tutti anche Schrijber ha dovuto passare il testimone alle nuove generazioni di fighter che combattono oggi in competizioni più regolamentate e sicure, uno sport decisamente troppo pulito per un lottatore “sporco” come lui.
“No place for a streetfighting man!” cantavano i Rolling Stones: non c’è posto per un guerriero di strada!

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