La “bestia del nord-est” e la sua vita di interminabili battaglie

Rei Zulu, all’anagrafe Casimiro de Nascimento Martins, nacque nello stato brasiliano di Maranhao il 9 giugno del 1947. Cresciuto nella più estrema povertà, con la sua famiglia costretta a vivere in una baracca di paglia, come i suoi diciassette fratelli non frequentò mai la scuola trovandosi già in giovane età a dover combattere per racimolare qualche soldo o un pasto caldo. Suo padre, uno dei più temuti lottatori della regione, lo addestrò fin da bambino nell’antica arte del Tarracà, un combattimento tradizionale di origini indigene ed africane molto simile alla lotta libera ed estremamente popolare nella zona di Maranhao; Zulu ne apprese le basi ma in seguito lo modificò aggiungendovi colpi tipici della muay thai e della boxe fino a creare uno stile tutto suo. Troppo povero per permettersi di pagare una palestra, l’adolescente Casimiro passava ore e ore allenandosi nel cortile di casa, sollevando pietre e correndo con pneumatici di camion legati alla schiena, una routine quotidiana che porterà avanti dal primo fino all’ultimo giorno della sua carriera da lottatore. Un simile regime di allenamenti, sempre sotto la supervisione dal padre, lo portò presto a sviluppare una forza e un’agilità fuori dal comune: a sedici anni era già un colosso di novanta chili, praticamente tutti di muscoli, e aveva ampiamente imparato le basi del combattimento a mani nude lottando nelle strade di periferia della sua città. Quando entrò nell’esercito, all’età di 18 anni, era già un lottatore esperto che aveva sconfitto diverse cinture nere di Karate e Kung Fu, ma fu proprio lì che combattè il suo primo incontro ufficiale affrontando, nella caserma locale, un ragazzo che era appena arrivato in città e stava sfidando chiunque. Casimiro vinse in pochi secondi rompendogli un braccio.
Poco dopo, ritiratosi dalla vita militare, cominciò a viaggiare per il Brasile con l’intenzione di imporsi come il miglior lottatore presente in circolazione. Era il 1965. Attraversando il paese su una carovana, per anni Casimiro vagabondò di città in città sfidando i lottatori locali e invadendo le accademie dei più svariati stili di lotta solo per affrontarne i maestri in brutali scontri senza regole, senza protezioni, in piazze, palestre, strade, circhi e, ogni tanto, su improbabili ring costruiti al momento. Jiu-jitsu, Karate, Capoeira, Judo: nessuno stile sembrava in grado di intimidirlo. Con 193 cm di altezza per 104 kg di peso, Casimiro era tremendamente agile per la sua stazza e nonostante il suo allenamento così rudimentale riusciva a sopraffare chiunque con colpi potentissimi e spettacolari proiezioni che facevano letteralmente volare in aria gli avversari. Dicono anche che si lasciasse crescere le unghie per tagliare e accecare gli avversari, ma qui si va a finire nel campo delle dicerie e della leggenda. Il suo stile, provocatorio e selvaggio, e un record senza macchia gli fecero guadagnare i soprannomi di “Bestia del nord-est”, “Grande campione del nord” e, soprattutto, quello con cui sarà ricordato per sempre, Rei Zulu, perchè al pari del celebre re africano, che la storia descrive come arrogante, autoritario ed estremamente crudele, Casimiro aveva l’abitudine di intimidire i suoi avversari con smorfie e grida che infervoravano il pubblico e davano colore allo spettacolo, rendendo unico ogni suo incontro.
Combattè a Belém, Manaus, Cuiabá, Vitória, Belo Horizonte, Goiania, Brasilia, Uberlandia, e praticamente qualsiasi altra località nel nord-est del Brasile che si possa immaginare. Spesso era lui stesso ad organizzarsi i match, trovando gli avversari con annunci radiofonici e inserzioni sul giornale e pagandoli di tasca propria quando si presentavano, perchè tutto quello che gli interessava era combattere. Tante le epiche battaglie che si trovò a disputare nel corso dei suoi viaggi: tra le più note, affrontò il leader della Chute Boxe Rudimar Fedrigo in una rissa a porte chiuse all’interno della celebre palestra, combattè il cosiddetto “He-Man del nord-est”, famoso per aver sconfitto trentacinque avversari contemporaneamente, in una battaglia senza esclusione di colpi, e fece svenire con una ghigliottina il campione brasiliano di pugilato Sergio Batarelli nell’evento Jiu-Jitsu vs Arti Marziali nel novembre del 1984; in un’altra occasione, a Paraná, quasi uccise a mani nude un maestro di Kung Fu e si trovò poi costretto a fargli la respirazione bocca a bocca per salvarlo.
Nel 1980, dopo diciassette anni di competizioni ed un record immacolato di centocinquanta vittorie senza nessuna sconfitta, Rei Zulu iniziò ad avere problemi a trovare avversari e così, seguendo le orme del suo idolo d’infanzia Waldermar Santana, leggendario lottatore brasiliano che molti anni prima lo aveva personalmente esortato a intraprendere la strada del combattimento, sfidò la famiglia Gracie per determinare chi fosse il più grande campione del Brasile. Come rappresentante del Bjj il gran maestro Helio Gracie scelse suo figlio Rickson, in quello che sarebbe stato il suo debutto nel mondo dei combattimenti a mani nude. Zulu lo affrontò due volte, prima nel 1981 a Brasilia e poi nel 1983 in un Maracanazinho traboccante di trentamila spettatori; Zulu aveva circa 30 anni, Rickson appena 20. Furono due incontri storici che segnarono il grande ritorno del valetudo a Rio de Janeiro dopo oltre vent’anni di silenzio mediatico, da quando nel lontano 1960 Joao Alberto Barreto aveva spezzato il braccio di un suo avversario in diretta TV scatenando un vero e proprio uragano di polemiche. Due incontri così importanti che furono addirittura pubblicizzati con un annuncio sul grande tabellone del Maracana, all’epoca lo stadio di calcio più importante al mondo. Anche se Zulu perse in entrambe le occasioni per sottomissione, vale la pena ricordare che i due match si disputarono sotto regole speciali che impedivano l’uso dei pugni chiusi, avvantaggiando enormemente il lottatore di Bjj. Nonostante ciò, Zulu non solo accettò di combattere, dato che non voleva sembrare un codardo, ma dominò anche gran parte di entrambi gli incontri riuscendo persino a proiettare più volte il suo avversario fuori dal ring e quasi costringerlo alla resa. Secondo lo stesso Rickson, che in più di un’occasione si trovò sul punto di gettare la spugna, Zulu è in assoluto l’avversario più forte che abbia mai affrontato.
Ma il tempo passa per tutti e presto i segni di una vita di battaglie iniziarono a manifestarsi sempre più insistenti, accumulandosi in una brutta serie di sconfitte che fecero perdere interesse nei confronti del “Re del ring”. Il 6 aprile del 2000, a 55 anni d’età, Zulu subì un pesante knockout per mano del lottatore di Kung Fu Wellington Dourado, che lo spinse fuori dal ring facendogli sbattere la testa per terra e perdere i sensi. A questo punto della carriera, ormai fuori forma e sulla via del ritiro, qualsiasi altro fighter, persino il più valoroso dei guerrieri, avrebbe appeso i guantini al chiodo; Zulu no, lui continuò a combattere, perché questa era l’unica professione che conosceva.
C’era chi lo chiamava “Il samurai del valetudo” per la sua apparentemente inestinguibile voglia di nuovi incontri, ma il vero motivo dietro ad una tale ostinazione era ben più tragico del classico desiderio di combattere che spinge molti vecchi fighter oltre i propri limiti. Ridotto in povertà da una vita di combattimenti, dal momento che aveva sempre usato i soldi racimolati con gli incontri per aiutare economicamente i genitori e i fratelli, negli ultimi tempi Zulu arrivò a lottare per pochi spiccioli presentandosi ai match senza essersi allenato e senza aver avuto una nutrizione adeguata, il tutto per riuscire a mantenere la sua famiglia con appena cinquecento reais al mese, poco più di cento euro. Nei primi anni duemila il quasi sessantenne Zulu passava ancora le giornate a trascinare pneumatici e lanciare pietre, prima di una quotidiana passeggiata nel vicinato, dove era una vera leggenda, in cerca di qualcuno da sfidare in combattimento. Si era persino comprato un telefono cellulare per mettersi in contatto con fighter emergenti interessati ad affrontarlo, e per convincerli a farlo diceva di avere ben sessant’anni quando, in realtà, ne aveva “solo” 58. Con l’esperienza a compensare una forza fisica sempre minore, nel 2007, all’età di 62 anni, Rei Zulu combattè tre volte vincendo in tutte e tre le occasioni per knockout. Quando si ritirò, l’anno seguente, aveva accumulato un record ufficiale di 155 vittorie e 10 sconfitte (anche se lui sostiene di aver combattuto ben 278 volte) con 152 sottomissioni, tre ko, e l’esperienza di oltre cinquant’anni di scontri sanguinari.
“Viaggiavo combattendo e facendo figli” dirà scherzosamente qualche anno dopo in un’intervista: ne ebbe dodici, tutti da donne diverse, nel tentativo di trovare il proprio erede. Uno di loro, un gigante di due metri e quasi centonovanta chili di peso che risponde al nome di Wagner da Conceicao Martins, oggi quarant’anni, è colui che ha deciso di farsi carico di questa grande responsabilità. Cresciuto dalla nonna materna, Zuluzinho, come è oggi conosciuto, conobbe il padre all’età di sedici anni dopo aver visto alcuni suoi incontri alla televisione e, sotto la sua guida, appena ventenne debuttò nel valetudo sconfiggendo per knockout il veterano James Adler, lottatore che alcuni anni prima aveva battuto lo stesso Zulu. Con un record nel valetudo di 38-0 e 38 KO, Zuluzinho ha alternato il suo lavoro di buttafuori nei reggae club del nord del Brasile con una discreta carriera nelle MMA che, nonostante alti e bassi, lo ha portato a lottare in tutto il mondo, dal Cage Warriors in Inghilterra, al Bodog in Russia, al PRIDE in Giappone, dove ha affrontato leggende come Minotauro Nogueira e Fedor Emelianenko. Suo padre, sempre presente al suo angolo, ha intrapreso per un periodo la carriera di allenatore e ha anche pensato di farsi mettere sotto contratto con il PRIDE per alcuni incontri in Giappone, dove era rimasto sorpreso dall’accoglienza che gli era stata riservata, sperando in un rematch con Rickson o in un incontro con il grande Dan Severn, altro “vecchio leone” del ring come lui.
Il futuro sembrava sorridergli ma purtroppo, come spesso accade, alla fine le cose sono andate per il peggio. Tenendo fede alla sua fama di combattente, la leggenda del valetudo sta oggi affrontando una nuova sfida nella sua vita. Come milioni di altri brasiliani quello che una volta veniva chiamato re oggi vive in un umile monolocale nella zona più malfamata e violenta di Sao Luis, la capitale di Maranhao, in condizioni di vita a dir poco disastrose. In una casa disadorna, con qualche pollo e pochi altri animali da cortile a fargli compagnia, Zulu passa le giornate tra vecchi trofei, ritagli di giornali e quei pochi strumenti di allenamento che possiede, compagni di una vita e ricordi di un’epoca di gloria passata. Sopravvissuto per miracolo ad un ictus che lo ha colpito qualche anno fa, recentemente è stato vittima di un incidente domestico che gli ha fratturato il femore: è stato trasportato in ospedale con una carriola, perchè in quella zona della città le ambulanze non ci vanno, e adesso vive su una sedia a rotelle in attesa di recuperare dall’operazione a cui è stato sottoposto. Passando attraverso gravi difficoltà economiche, attualmente sopravvive grazie all’aiuto di alcuni amici e una pensione di anzianità minima garantita dalla previdenza sociale. Diverse cinture nere di Bjj, appresa la sua condizione, si sono rese disponibili per tenere un seminario benefico il cui denaro sarà utilizzato per procurargli le cure mediche necessarie; tra loro Carlão Barreto, Amaury Bitetti e Osiris Maia. Inoltre, alcuni fan e amici hanno iniziato a vendere le videocassette dei suoi incontri per raccimolare qualche soldo. Con questo denaro Casimiro sogna in futuro di aprire la “Zulu Gym”, una palestra dove i ragazzi più poveri possano imparare il Tarracà e tenersi lontano dalle tentazioni della strada. L’anno scorso, durante l’evento di MMA Bradar Fight svoltosi proprio a Sao Luis, Zulu è stato portato al centro dell’ottagono e lì premiato con un trofeo e l’ovazione del pubblico; un riconoscimento atteso da troppo tempo, che ha piegato dall’emozione persino un guerriero come lui. Wanderlei Silva, ex campione PRIDE, lo ha poi celebrato definendolo “La leggenda delle leggende” mentre il fighter UFC Rony Jason lo ha semplicemente ringraziato e, baciandogli la mano, ha chiesto la sua benedizione. Preso a sua volta il microfono, poi, Zulu ne ha approfittato per lanciare un messaggio: “In futuro, ho un grande lottatore qui a Maranhao, mio nipote, il cui nome è Zulu Neto. È un futuro combattente di valetudo, che difenderà il nome e lo splendore di Rei Zulu all’interno del ring.” È una famiglia di guerrieri, la loro, di cui si sentirà parlare ancora per molto.
Alla veneranda età di 71 anni, Rei Zulu mostra ancora un fisico da invidiare e, nonostante la sedia a rotelle, stando al suo cospetto non si ha l’idea di guardare un vecchio malato ma un imperatore seduto sul trono, un gigante del ring che durante la sua carriera ha abbattuto centinaia di avversari e infiammato i cuori delle folle. Bastano poche parole di una leggenda come Robson Gracie per capire l’impatto che, a suo tempo, questo straordinario guerriero ebbe sul mondo del valetudo: “Lui è un re, Re Zulu”.

Lunga vita al re!

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