L’ultimo samurai: la storia di Takanori Gomi

“Dicono che il Giappone è nato da una spada. Dicono che gli antichi dei hanno immerso una lama di corallo nell’oceano e che, al momento di estrarla, quattro gocce perfette siano cadute nel mare e che quelle gocce siano diventate le isole del Giappone. Io dico che il Giappone è stato creato da una manciata di uomini coraggiosi, guerrieri disposti a dare la vita per quella che sembra ormai una parola dimenticata: onore.” -L’Ultimo Samurai

Lo chiamavano “The Fireball Kid”, forse per i suoi capelli ossigenati simili a fiamme o, più probabilmente, perché al pari di una palla di fuoco era arrivato ai vertici della divisione dei pesi leggeri facendo terra bruciata di tutti gli avversari. Guardando i suoi titoli, Takanori Gomi è sicuramente l’uomo dei record: unico campione dei pesi leggeri nella storia del PRIDE, dove detiene anche il maggior numero di vittorie consecutive ed il knockout più veloce, a un certo punto della sua carriera era considerato il peso leggero più forte al mondo e uno dei migliori lottatori pound-for-pound in assoluto. A una boxe tanto aggressiva quanto inusuale per gli standard giapponesi, con devastanti KO, continui cambi di guardia e un gancio destro capace di scagliare al tappeto chiunque, mescolava un’eccellente difesa dai takedown e una lotta a terra di altissimo livello, soprattutto per quanto riguarda il ground and pound; uno “sprawl and brawler”, insomma, degno del grande Chuck Liddell. Delle sue 35 vittorie, ben 19 sono finite prima del limite, con tredici KO e sei sottomissioni.
Nato a Kanagawa, in Giappone, sin dagli anni del liceo Gomi era un ragazzo molto atletico che si dedicava con passione al baseball, al pugilato e alla lotta, dove vinse anche quattro titoli nazionali. Ma il suo talento sportivo non coincideva per nulla con quello scolastico: quando abbandonò gli studi all’età di diciotto anni, nel 1996, fu ripudiato dal padre e costretto ad andarsene di casa poiché ritenuto un disonore per la famiglia. Un anno dopo entrò per la prima volta nella palestra ufficiale dello Shooto e iniziò ad allenarsi in quelle che oggi conosciamo come MMA; al suo debutto, il 27 novembre 1998, sconfisse il suo avversario per decisione unanime. La straordinaria ascesa del “Fireball Kid” iniziò con una serie di quattordici vittorie consecutive accumulate soprattutto nello Shooto, in Giappone, ma anche nel SuperBrawl nelle Hawaii e nel Japan Vale Tudo. Nel dicembre 2001, a tre anni dal suo debutto nel professionismo, Gomi conquistò la cintura dei pesi leggeri Shooto battendo ai punti l’ex compagno di team Rumina Sato; la difese per quattro volte prima di doverla cedere, il 10 agosto 2003, ad un allora sconosciuto Joachim Hansen. Sconfitto nuovamente, questa volta sottomesso per rear naked choke dall’ex campione UFC B.J. Penn in un evento nelle Hawaii, con un record di 14-2 e due sconfitte consecutive, il 15 febbraio 2004 Gomi mise piede per la prima volta nel ring del PRIDE, all’epoca la promotion numero uno al mondo. Nessuno si sarebbe mai aspettato che quel ragazzo, con i suoi capelli infuocati e un coraggio da leone, avrebbe dominato la categoria come mai nessuno prima di lui. Dopo aver sconfitto per TKO il lottatore della Chute Boxe Jadyson Costa in appena un round, al PRIDE Bushido 3 Gomi fu messo contro l’imbattuto Ralph Gracie, leggenda del Brazilian jiu-jitsu e allenatore proprio di quel B.J. Penn che lo aveva sconfitto neanche un anno prima. Con grande sorpesa di tutti, in uno dei più grandi upset di sempre, Gomi mise KO il suo avversario in appena sei secondi difendendo un takedown e rispondendo con diverse ginocchiate alla testa che fecero perdere i sensi al lottatore brasiliano.
Da allora Takanori Gomi scomparve, e al suo posto “The Fireball Kid” iniziò a infuocare le folle. Rimanendo a combattere nella serie Bushido, un’edizione del PRIDE destinata alle categorie di peso più leggere, Gomi sconfisse in rapida successione Fabio Mello e Charles “Crazy Horse” Bennett, tutti e due fermati al primo round, prima di mettere KO l’ex campione UFC Jens Pulver al PRIDE Shockwave 2004. Nell’incontro successivo sconfisse con un knockout da highlight Luiz Azeredo, membro della Chute Boxe: dopo averlo steso con due potenti ganci, gli si scagliò contro e continuò a colpirlo, nonostante fosse svenuto e la campana avesse decretato la fine del match, al punto che fu necessario trascinarlo via con la forza per evitare seri danni fisici al brasiliano. Seguirono istanti di pura follia, con il team della Chute Boxe che invase il ring e i secondi del giapponese che si gettarono nel mezzo della rissa. Una scena brutta, troppo brutta perfino per un team come quello di Curitiba che era abbastanza noto per i suoi scontri negli spogliatoi con i membri di altre palestre. Gomi stesso, criticato per non essersi fermato allo stop dell’arbitro, si scusò pubblicamente e ammise di essersi lasciato trasportare troppo dalla scarica di adrenalina. Decidendo di cavalcare l’onda di questa nascente “rivalità” tra Gomi e la Chute Boxe, nell’evento Bushido 8 i vertici del PRIDE gli misero di fronte un altro fighter proveniente dal leggendario team brasiliano, una vera e propria resa dei conti degna di un film alla Rocky. Jean Silva voleva la testa di Gomi per vendicare i suoi compagni sconfitti, Jadyson Costa e Luiz Azeredo: perse ai punti dopo un match totalmente dominato dal giapponese, che negli ultimi secondi riuscì quasi a chiudere un armbar su un esperto di sottomissioni come lui.
Ma la grande svolta avvenne nel 2005, più precisamente a settembre. Quell’anno il PRIDE organizzò, su esempio di quello destinato ai pesi massimi, un torneo a otto per decretare il miglior peso leggero del mondo; quarti di finale e semifinali si sarebbero svolti nella stessa sera il 25 di quel mese, mentre la finale avrebbe avuto luogo nella notte di capodanno del 2005, al Pride Shockwave. Di tutti i tornei mai organizzati dal PRIDE, mai nessuno si rivelò uno scrigno di talenti come questo: oltre a Gomi erano stati chiamati Jens Pulver, Hayato Sakurai, Yves Edward, Joachim Hansen, Tatsuya Kawajiri, Naoyuki Kotani e Luiz Azeredo. In poche parole: il meglio del meglio. Al PRIDE Bushido 9, nei quarti di finale, Gomi combattè in quella che era stata presto ribattezzata dai media “la battaglia del ventunesimo secolo”: Takanori Gomi contro Tatsuya Kawajiri, “The Fireball Kid” contro “The Crusher”, numero uno contro numero due al mondo. Uno scontro epico che si aggiudicherà il premio di “Fight of the Year” per quell’anno. Nonostante lo svantaggio fisico Gomi riuscì ad evitare di essere schiacciato a terra e lì dominato, tattica che aveva invece portato al successo Kawajiri e che gli aveva fatto guadagnare il soprannome di “frantumatore”; Gomi vinse l’incontro per sottomissione, rear naked choke, a circa otto minuti dal suono della campana. Passati i quarti, vinse anche la semifinale battendo nuovamente, questa volta ai punti, quel Luiz Azeredo che aveva già distrutto poco tempo prima. Un paio di mesi dopo con un knockout sul suo ex compagno di team dei tempi dello Shooto, Hayato Sakurai, che all’epoca era ritenuto uno dei fighter giapponesi più forti al mondo, fu coronato campione del PRIDE 2005 Lightweight Grand Prix. Grazie alla sua prestazione dominante Sherdog lo premiò con il riconoscimento di “Fighter of the Year” e lo stesso PRIDE, celebrandolo con una sorta di premio alla carriera per tutti i successi da lui conseguiti nel ring, lo fece diventare il primo, ufficiale, campione dei pesi leggeri nella storia della promotion, un titolo che non perderà mai.
Nell’aprile del 2006, all’apice del successo e della fama, Gomi fu sconfitto in una sfida non titolata dal poco conosciuto Marcus Aurelio dell’American Top Team; forse perché prese il match alla leggera, forse perché sottovalutò l’’avversario, finì per cadere in un triangolo di braccia che gli fece perdere i sensi. Questa sconfitta, totalmente inaspettata, mise in dubbio le abilità di Gomi nella lotta a terra e, secondo la sua stessa ammissione, fu una tappa fondamentale per lui per riconcentrarsi e ritrovare quella giusta motivazione che gli serviva. Dopo aver sottomesso al primo round il francese David Baron, che aveva dovuto vincere un torneo in Europa per guadagnarsi l’onore di affrontare “The Fireball Kid”, al PRIDE Bushido 13, il 13 novembre 2006, Gomi e Aurelio si diedero nuovamente battaglia in un incontro, questa volta sì, valevole per il titolo. Gomi si dimostrò un lottatore totalmente cambiato: invece di scambiare a viso aperto e seguire l’avversario nella lotta a terra utilizzò il suo wrestling per difendere i tentativi di takedown, giocando di counter striking e scaricando un numero enorme di calci sulle gambe del brasiliano. Alla fine, con un colpo al corpo che mise knockdown l’avversario, Gomi si assicurò la vittoria, seppur per split decision, e mantenne la cintura per sè. Al PRIDE Shockwave 2006 sconfisse poi l’astro nascente Mitsuhiro Ishida, già da lui battuto in un torneo di wrestling durante gli anni della scuola, finendolo con una devastante serie di soccer kicks, ginocchiate e pugni a martello, dopo averlo messo knockdown. Sarebbe stata la sua ultima, grande, vittoria giapponese. Al PRIDE 33 infatti, in uno degli ultimi eventi prima che la promotion venisse venduta, sotto le luci di Las Vegas Takanori Gomi e Nick Diaz combatterono uno degli incontri più spettacolari nella storia delle MMA: seppur spedito al tappeto da un potente destro nei primi istanti dell’incontro, il lottatore di Stockton riuscì ad utilizzare il suo vantaggio fisico per demolire il giapponese e, alla fine, a sottometterlo con una gogoplata. Anche se in seguito l’esito dell’incontro fu cambiato in un “no contest” quando Diaz risultò positivo alla marijuana, questa sconfitta fu un duro colpo per Gomi che da quella volta non riuscì più a riprendersi del tutto.
Uscito dal PRIDE con un record di 27-3-1, 13-1-1 nella promotion, gli anni successivi furono per lui un succedersi di alti e bassi, vittorie poco convincenti e troppe, troppe sconfitte: tornò a combattere nello Shooto, nel Japan Vale Tudo e, soprattutto, nella nascente World Victory Road, dove ottenne una vittoria per stop medico contro Duane Ludwig. Non si sa quale ne sia la ragione, ma il declino di Gomi ebbe inizio ben prima che questi arrivasse negli USA e, quindi, le teorie sull’uso di sostanze dopanti da parte sua durante il periodo giapponese risultano alquanto remote. Quel che è certo è che, dalla sconfitta con Diaz, Gomi tornò ad essere Gomi e il “Fireball Kid” non si vide più. Essendo riuscito ad inanellare un paio di vittorie consecutive, ma più che altro per i suoi titoli nel PRIDE, nel gennaio 2010 fu messo sotto contratto con la UFC. Non ebbe una bella carriera negli States, essendovi arrivato già in fase calante, dove accumulò un record di sole quattro vittorie a fronte di nove sconfitte. Tuttavia ebbe anche le sue soddisfazioni: vinse due volte il Fight of the Night, una volta il Knockout of The Night e divenne il primo fighter a fermare per KO Tyson Griffin. Dopo le sconfitte con Clay Guida, Nate Diaz e Kenny Florian, oltre ad aver perso una contestatissima split decision contro Diego Sanchez, match che secondo lo stesso presidente Dana White era in realtà stato vinto dal giapponese, nell’ottobre del 2017 Gomi è stato licenziato dalla promotion statunitense.
Oggi combatte in Giappone, al Rizin, e cerca di riportare il suo nome ai fasti di un tempo. Con sei sconfitte consecutive tutte giunte prima del limite, Takanori Gomi è ormai l’ombra di se stesso. Il leggendario “Fireball Kid” non esiste più, al suo posto è rimasto uno stanco, demoralizzato, vecchio fighter che lotta per qualcosa di irraggiungibile. Ma si sa, i giapponesi sono fatti così: combattono fino alla fine, quando tutto è perduto, e non contemplano la resa. Sono discendenti dei samurai, guerrieri nati in un’epoca sbagliata che si trovano a loro agio solo nel bel mezzo della battaglia. Gomi è senza dubbio uno di loro, ma il suo momento è passato.
Come recita il finale del celebre film di Edward Zwick: “E così, il tempo dei samurai era giunto alla fine”.

 

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