Intervista a James Thompson: da Manchester ai ring del Pride in Giappone

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I numeri del “Colosso” sono molto semplici da ricordare: 196, come i centimetri che possiede in altezza, e 120, come i chilogrammi di potenza che rendono ogni suo singolo pugno simile ad un maglio pronto ad abbattersi sull’avversario. Sono quasi vent’anni che James Thompson combatte in tutto il mondo, dalla sua Inghilterra agli Stati Uniti, passando per il Giappone e l’India, in alcune delle top promotion internazionali: tra le tante ormai scomparse, Pride, Cage Rage e Sengoku; tra quelle ancora in attività, KSW, Rizin e Bellator. Certo non è mai approdato in UFC ma, si sa, non sempre la chiamata di Dana White stabilisce il valore effettivo di un fighter. Il “Colosso”, con la sua cresta rossa fiammeggiante e i mastodontici muscoli che nel flettersi lo rendono molto più simile ad un cyborg che ad un essere umano, è senza dubbio un personaggio che o si ama o si odia, senza compromessi. Nonostante un record non proprio immacolato di venti vittorie e diciassette sconfitte, nel corso della sua lunga carriera James ha affrontato ex campioni UFC, Hall of Famers e persino medaglie d’oro olimpiche; per anni è rimasto sulla cresta dell’onda gareggiando nella promozione più importante del mondo, il Pride, dando sempre spettacolo e mettendosi in gioco in sanguinose ed epiche battaglie. In questa intervista “Megapunk”, che pur di rispondermi ha persino sottratto del tempo al suo attuale lavoro (era ad Ibiza quando l’ho contattato, a fare la guardia di sicurezza per un rapper) mi ha raccontato della sua “colossale” vita e dell’altalena di successi e fallimenti che l’hanno caratterizzata, dell’abisso della dipendenza, delle sue conquiste sportive, ma soprattutto di come non ci si debba mai arrendere di fronte alle avversità. Perché l’unica vera sconfitta è quella di chi smette di lottare.

Ciao James, sono molto contento di averti qui. Partiamo dall’inizio. Raccontaci un po’ della tua vita prima delle MMA, del tuo periodo giovanile e del tuo background sportivo (ho letto che hai praticato  rugby, wrestling e persino bodybuilding).

Ho frequentato molte buone scuole private. Mia madre pensava che fosse colpa delle scuole, non andavo troppo bene quindi venivo spesso spostato (da un istituto all’altro). La verità è che se non mi piace fare qualcosa non sono bravo a farla, e la scuola non mi piaceva particolarmente. Non sono proprio un accademico. È una buona cosa in un certo senso, perché non resterò bloccato a fare qualcosa che non mi piace. Ma quando sono maturato ho capito che a volte devi fare cose che non ti piacciono, anche se questo non significa che rimarrai a farle per sempre. Mi piacevano gli sport ed ero abbastanza bravo, giocavo per la squadra di rugby della scuola ma non mi sono mai appassionato al rugby, c’era troppo da correre. Ricordo di aver sentito parlare della UFC e di aver trovato alcune videocassette nel periodo in cui mi stavo trasferendo a Bristol da Manchester. Le ho trovate mentre disfavo i bagagli e ricordo di aver guardato l’UFC e non potevo credere che nessuno avesse mai fatto qualcosa del genere prima d’ora. Mi ha conquistato. All’epoca facevo solo bodybuilding.

Hai fatto il tuo debutto nelle MMA nel 2003 per la promozione inglese Ground & Pound. Lavoravi già come buttafuori ed esattore per il recupero crediti, quindi sono sicuro che eri ben preparato a scambiare pugni con qualcuno in una rissa.

Sì, quello fu il mio primo incontro di MMA. Avevo fatto già molti combattimenti però. Lavoravo (come buttafuori) ad una porta chiamata Route 66 a Rochdale, Greater Manchester. Avevano cicalini sulla porta principale, un bar sul retro, un bar e un DJ al piano superiore e il DJ al piano di sopra. Il cicalino suonava e l’adrenalina partiva. Allora è quando ho cominciato a sperimentare la modalità di “flight or fight” (combattere o fuggire), e come usare la propria adrenalina. Scherzavo (dicendo) che sentivo il microonde e questo mi metteva in moto. Questo mi ha davvero mostrato la differenza tra trovarsi in una lotta (nata) in un batter d’occhio e organizzare un incontro diversi mesi in anticipo. Il tempo può battere un lottatore peggio del suo avversario.

Nei tuoi primi cinque incontri sei rimasto imbattuto (sconfiggendo, tra gli altri, l’attuale arbitro UFC Marc Goddarg in due occasioni), poi hai subìto una sconfitta per stop medico contro il georgiano Tengiz Tedoradze e in seguito sei tornato in pista con la vittoria sul leggendario campione e Hall of Famer UFC Dan Severn. Raccontaci di più su questo primo periodo della tua carriera.

Tengiz è stata la mia prima sconfitta ed un grande shock. Mi ha mostrato come il tuo stesso ego possa superarti, ma allo stesso tempo hai bisogno di quell’ego per entrare lì dentro in primo luogo. Tengiz era un wrestler solido e mi ha semplicemente pestato per due round. Ad un certo punto ho alzato gli occhi e sono certo che stesse sbadigliando (ahaha). Si era stancato di tirarmi pugni, ora della fine (del match) la mia faccia sembrava carne macinata. È stato bello batterlo più avanti nella mia carriera. Ma allora si trattò di un enorme campanello d’allarme. Dopo ciò ho combattuto contro Dan Severn, che era il nome più importante che avessi mai affrontato. È stato un incontro noioso. Tenevo le mani basse in modo che lui non potesse caricarmi e prendermi gli under hooks. Mi ha fratturato la mascella ma poiché non era rotta in due punti non hanno dovuto legarmela (cosa che mi era successa in precedenza). Era solo un anno, un anno e mezzo che combattevo. Non sapevo davvero nulla. È stata una lotta noiosa, ma ho vinto per decisione dopo cinque round.

Com’era la scena delle MMA inglesi in quel periodo? Anche se esistevano già pionieri come Ian Freeman e Lee Hasdell, infatti, tutte le grandi star britanniche che ora sono popolari (Brad Pickett, Michael Bisping ecc …) non avevano ancora iniziato a lottare. In cosa consisteva il tuo allenamento allora, perché suppongo che vere e proprie palestre di arti marziali miste non esistessero ancora?

Non c’era un vero allenamento per le MMA. Praticavo in modo autonomo boxe, thai, wrestling e jujitsu. Ho seguito una lezione di MMA ma anche quella era insegnata separatamente, con poco GnP (ground and pound). In realtà stavo mettendo tutto insieme lungo la strada, mentre cercavo di rendere il mio cardio e la mia forza quanto migliori possibili.

Come uno dei migliori prospetti inglesi hai quindi ricevuto la chiamata dal Pride in Giappone. In che modo è successo? Quali erano i tuoi pensieri riguardo al fatto di andare a combattere oltreoceano?

Ho affrontato Dan Severn nell’ultimo Ultimate Combat (che era il nome dello show) e subito dopo il promotore Dale mi ha detto di aver spedito le registrazioni dei miei incontri al Pride e che avevo un incontro in programma. È stato così facile, sono passato dal vincere il titolo e battere Dan Severn all’ultimo Ultimate Combat di sempre, al trasferirmi al Pride. È stato surreale perché ricordo di aver partecipato a un evento dell’UC (Ultimate Combat) e di aver detto alla mia ragazza di quel periodo: “Ho intenzione di combattere qui ed essere il main event”. Lo sapevo e basta. Non avevo neppure iniziato ad allenarmi ma già lo sapevo. Mi era successo solo un’altra volta, quando avevo visto una ragazza che lavorava al bar di un locale. Il mio amico aveva detto qualcosa come “Guardala” e io avevo risposto: “Non parlare della mia signora in questo modo.” Sapevo che sarei uscito con lei e basta. Questo mi è successo solamente due volte, ma ogni tanto ora aspetto che questa certezza assoluta mi colpisca come in passato. Immagino che il messaggio sia che non puoi essere sempre sicuro delle cose, ma devi comunque farle. Ma quelle due esperienze le classificherei sotto la voce “destino”.

Il tuo primo incontro per la promotion giapponese è stata la famigerata lotta con Alexander “Red Devil” Emelianenko, fratello del mitico Fedor e noto ai più come “il tristo mietitore”, che ti mandò ko in soli undici secondi a discapito del tuo atteggiamento da “bullo” mostrato durante il face-off e la walk-out. Sul web si discute spesso di questo incontro e ora ho l’opportunità di chiederti una volta per tutte cosa è successo veramente e che cosa è andato storto. Hai avuto difficoltà a riprenderti psicologicamente da una sconfitta simile?

E’ stata dura, all’epoca pensavo che avessero fermato l’incontro troppo presto ma ripensandoci ora, l’arbitro non ha sbagliato. Mi ero montato la testa. Non mi prendo per niente sul serio, ma allo stesso tempo non voglio essere visto come una barzelletta. Ho capito perché la gente ha ritenuto che la lotta fosse stata divertente, lo era. Le persone vogliono sempre vedere il palestrato perdere, soprattutto quando Alexander sembrava appena sceso dal letto mentre io stavo fumando di rabbia. Avevo molti problemi in famiglia quindi ho cercato di trasformare la mia rabbia, nervosismo, ecc. in carburante. Come ho già detto in una domanda precedente. Ho fatto un video su Youtube riguardo a questo. Spiega di più. (Nel suddetto video, che mi allega alla risposta, sostanzialmente James ci spiega come avesse fatto il duro per mascherare la propria insicurezza, dato che non era riuscito a sostenere un allenamento sufficiente in preparazione all’incontro. Suo fratello aveva la leucemia e lui pensava, in modo irragionevole ma con l’unica funzione di auto motivarsi, che se avesse vinto il match, la malattia sarebbe scomparsa. Inoltre, dice, la calma di Alex lo innervosiva e per questo si lanciò su di lui con tutta la rabbia che aveva, come un toro alla carica. Il risultato fu una sconfitta in pochi secondi ma la sua corsa iniziale, il cosiddetto “gong and dash”, lo rese immediatamente uno dei lottatori più amati dal pubblico giapponese. Questo suo comportamento, nonostante l’esito per nulla positivo, gli regalò la chance di combattere di nuovo nella più grande promotion al mondo, e di riscattarsi agli occhi di tutti).

Dopo la sventurata parentesi con Emelianenko hai distrutto giganti come Henry Sentoryu, Giant Silva, Sandu Lungu, Hidehiko Yoshida e hai dato vita ad una meravigliosa “brawl” contro Kazuyuki “testa d’acciaio” Fujita, probabilmente uno dei miei tre match preferiti di sempre. Parlaci di questi scontri, di come sei stato in grado di recuperare dal devastante overhand destro con cui Lungu ti ha mandato al tappeto nei primi istanti della vostra lotta, e più in generale dei ricordi migliori che conservi dai tuoi giorni nel Pride.

Non ho avuto molto tempo per soffermarmi sulla mia sconfitta dato che avevo un altro incontro, quindi (quello che potevo fare) era o piangere o allenarmi, e sono tornato forte. Riguardo alla lotta con Lungu: lui è un abile judoka/wrestler quindi non volevo caricarlo e avvicinarmi troppo per finire poi con lui sopra di me. La gente del Pride adorava il “gong and dash”, io che semplicemente gli correvo incontro. Ma non volevo farlo. Poiché stavo capendo di più la pericolosità di correre verso il tuo avversario a tutta velocità e basta, era chiaro. Quindi ho iniziato a mettermi in discussione. Mi sono reso conto che stavo per andare per il “gong and dash” e allora non l’ho fatto e l’intera folla sembrava delusa, così mi sono gettato all’attacco, mi sono lasciato scoperto e sono stato messo giù. Hahaha sembra che la testa mi si sia staccata dal corpo. Tutto ciò che ricordo dopo questo è lui sopra di me e io che affondavo coi piedi nella sua pancia. La lotta con Fujita è stata una bella battaglia. Ero andato ad allenarmi in California presso la scuola di Eric Paulson ed ero pronto, ma avevo troppa massa muscolare e mi sono stancato. Ricordo di aver sentito il segnale acustico dei cinque minuti e aver pensato di essere messo bene, e due minuti dopo ero senza fiato. (Ho avuto) un sacco di bei momenti nel Pride, ho molto storie nel mio libro quasi-completato, storie di palestra e avventure COLOSSALI. Lottare nell’ultimo Pride con Don Frye è probabilmente stato il momento clou della mia carriera.

Certo, il combattimento con Don Frye! Era il Pride 34, l’ultimo show di sempre per la promotion di Noboyuki Sakakibara. Una guerra incredibile, uno dei migliori match dell’anno. Già dallo staredown tu e Don avete fatto scintille! Ho riguardato l’incontro e ho contato che gli hai tirato quasi novanta pugni prima che l’arbitro fermasse la contesa. Sei rimasto sorpreso dalla quantità di danni che è stato in grado di assorbire senza cadere al tappeto?

Sì, combattere il tuo eroe e sconfiggerlo nell’ultimo Pride di sempre. Non sono rimasto sorpreso dato che Frye è duro come pochi. Il calcio con cui l’ho colpito gli ha tolto tutto quello che aveva da dare, avrei dovuto finirlo prima ma ero senza fiato e i miei pugni non possedevano un colpo secco. Quando ho visto Frye durante il giorno, alla cerimonia del peso ecc. sembrava abbattuto e infelice. Sono certo che questo fosse solo un modo per farmi abbassare la guardia.

Da qui in poi, hai collezionato una sola vittoria nei tuoi successivi nove combattimenti. Cosa ti è successo in questo periodo? Come hai potuto passare dal battere il grande Don Fyre, a perdere contro fighter come Yusuke Kawaguchi, per poi tornare in carreggiata con la tua incredibile faida contro Mariusz Pudzianowski?

Questa è una buona domanda. La sconfitta contro Kawaguchi non è il miglior esempio dato che i giudici mi hanno fregato in quel combattimento. Ma comunque avrei dovuto finirlo, non era un buon avversario. Sono davvero una persona da “o tutto o niente”. Ho messo tutto nelle MMA e quando sono stato derubato, e cioè nell’incontro con Kimbo (Slice), mi sono sentito dispiaciuto e ho iniziato a giocare. Gioco d’azzardo e MMA (sport professionistici in generale) non si mescolano. Non è una scusa, è un dato di fatto ed evidenzia una debolezza nella mia persona. Si è trattato di un periodo davvero doloroso. Stavo combattendo per nutrire la mia dipendenza, ricordo che mi allenavo alla London Shootfighters e che non riuscivo ad arrivare oltre ai Ladbrokes (centri per le scommesse e il gioco d’azzardo londinesi) alla fine della strada. Il gioco mi ha tolto molto di più dei semplici soldi.

Mariusz Pudizanowski: pluricampione mondiale di strongman, sovente descritto come “l’uomo più forte del mondo” dal Guinness World Records, da una decina d’anni è passato alle MMA. Spiegaci come è iniziata e come si è sviluppata la vostra rivalità. I tuoi due combattimenti contro di lui nella sua Polonia sono stati semplicemente incredibili! Dicci anche perché hanno rovesciato il risultato del vostro secondo match in un no-contest, dopo che era stata decretata la tua sconfitta.

Non appena Pudz ha iniziato con le MMA, ho capito che avrei dovuto affrontato. Per me era ovvio. Sapevo anche che avrebbe commesso gli stessi errori che ho commesso io, cioè arrivare con così tanti muscoli. Al momento del primo incontro giocavo molto d’azzardo, ma mi sono ricomposto per sei settimane e sono riuscito ad ottenere la vittoria. Per la seconda battaglia ero in una forma fisica migliore ma hanno dato il match a Pudzianowski. Non ci potevo credere, averla (la vittoria) portata via così da me dopo tutto quello che avevo passato. Ricordo il mio angolo dirmi “Andiamo” e io che ho pensato: “Se vado, vado via e basta, (la sconfitta) rimarrà sul mio record per sempre e la gente se ne dimenticherà. Quindi sapevo che dovevo fare qualcosa, così ho afferrato il microfono e detto loro cosa pensavo. Questo ha portato gli occhi sulla situazione e il giorno successivo (il verdetto) è stato ribaltato (in no contest), perché si trattava di un errore. Sono orgoglioso di questo perché la mia azione, il prendere il microfono ecc. mi ha salvato. Non riesco a pensare ad un momento nella storia delle MMA in cui sia successo qualcosa di simile.

I tuoi ultimi combattimenti sono avvenuti in Bellator e nel giapponese Rizin. Ad oggi ti consideri ritirato? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il mio ultimo match è stato terribile, il mio incontro peggiore. Perché non ho combattuto. La gente pensava che fosse un incontro combinato e non posso biasimarli, perché semplicemente non ho combattuto. Non l’ho detto perché non avevo capito completamente il perché. In tutti i miei incontri, anche se magari giocavo d’azzardo e non mi allenavo, una volta lì dentro ho dato il 100%. Scriverò sul fatto che non ho lottato sebbene fossi nella forma fisica migliore, e sulla lotta nel Rizin in cui ho combattuto con TK (Tsuyoshi Kohsaka) e non mi ero allenato un giorno, ma ho lottato con tutto ciò che avevo. Lo chiamerò “Contraddizioni Colossali” e sarà su word press su “Colossal Concerns” il mese prossimo. Il tuo tempismo è terribilmente buono, visto che di norma non rilascerei interviste poiché semplicemente sono talmente stufo delle MMA, e non sono contento della mia carriera e di come l’ho approcciata, che per un anno e mezzo non le ho guardate, allenate e non ne ho parlato. Quindi mi hai preso in un buon momento. Ho appena deciso che tornerò a combattere quest’anno e riporterò in vita il mio blog, il canale Youtube e finirò il libro di cui ho parlato prima.

Una curiosità personale su due tuoi incontri che ho davvero amato: Kimbo Slice e Bobby Lashley. Per quanto riguarda il primo: stavi lottando bene e probabilmente vincendo sui cartellini dei giudici ma poi il tuo “orecchio a cavolfiore” è esploso a causa di un pugno ed il match è stato fermato, con conseguente vittoria di Slice per stop medico. Era la prima volta che ti succedeva oppure avevi già avuto problemi di questo tipo? Su Lashley, invece: quanto duri erano i suoi pugni? Il tuo volto alla fine del vostro primo, stupendo scontro era sfigurato. Sono forse quelli i colpi più pesanti che hai mai assorbito?

Il mio orecchio si era gonfiato in allenamento e per qualche ragione il mio team non voleva che lo drenassi, hanno detto che poteva infettarsi. Quindi sono andato lì con una sacca piena di sangue che mi pendeva dall’orecchio a cui lui poteva mirare. Mentre ci si avvicinava al combattimento così tanti lottatori e allenatori mi hanno detto di drenarlo. Ma tutto accade per un motivo (forse). I pugni di Lashley sono duri dato che lui è esplosivo e potente, ma proprio come i miei quando colpiscono producono un tonfo sordo invece che un colpo secco. Quindi no, non sono stati i più pesanti.

Allora chi è stato a colpirti più duramente tra tutti i tuoi avversari?

Si tratta della sconfitta peggiore della mia carriera: Neil Grove. Non lo stimo, il che rende la cosa ancora più dolorosa, ma mi ha spento la luce.

La maggior parte delle tue vittorie sono arrivate prima del limite: sei ugualmente pericoloso in piedi e a terra. Quali pensi siano i punti di forza del tuo gioco?

Sono sempre stato versatile, o ugualmente mediocre in tutto. Mentre sono cresciuto come fighter,  parte di questo sviluppo è capire il tuo stile. Mi piace molto il wrestling, e la mia lotta e il mio gioco a terra sono molto migliori di quanto non abbia mostrato. Mi piace anche il catch (wrestling) ma mi ci sono allenato solo per un certo periodo.

Sei uno dei pesi massimi con le mani più pesanti nella storia dello sport. Ovviamente gran parte di questa forza è dovuta alle tue dimensioni fisiche enormi, ma voglio chiederti se ci sono altri fattori che ti hanno aiutato a svilupparla. Qualche tipo di allenamento particolare, magari?

Sono grosso, anzi, scusate, “COLOSSALE”, e questo aiuta, ma con la velocità arriva la potenza e io non sono così veloce. Inoltre penso troppo, i miei migliori incontri sono quelli nei quali mi butto e basta. Ecco perché mi piace il match con Giant Silva: non sapeva combattere ma era così enorme che presentava vari problemi. Quindi mi sono semplicemente buttato. Non ero rigido e non stavo pensavo troppo. Sono solo andato fluido.

Hai affrontato i migliori pesi massimi della tua epoca e anche alcuni pionieri, ex campioni UFC con scalpi molto importanti sul proprio record. C’è un incontro che preferisci su tutti gli altri?

Penso che la mia vittoria preferita sia quella contro Hidehiko Yoshida, dato che ero un sostituto dell’ultimo minuto e venivo ritenuto un enorme sfavorito. Ed è fantastico poter dire di aver sconfitto una medaglia d’oro olimpica!

Sei certamente una delle figure più iconiche nella storia di questo sport e, sebbene tu non abbia mai vinto un titolo mondiale importante, sei uno dei lottatori più popolari tra i fan. Il tuo personaggio è stato creato appositamente per attirare il pubblico, oppure come ti spieghi che così tante persone ti amino ancora oggi?

È bello sentirsi dire questo, come ho spiegato prima sono stato in molte battaglie, soprattutto con me stesso. Quando mi metto in riga e ci provo, accadono cose buone. Questo è quello che devo ricordare a me stesso e ciò che devo fare. Penso che le persone reagiscano a me in questo modo perché riescono a vedere che la maggior parte delle volte mi ci butto e basta, le gente lo capisce e risponde a ciò.

Parliamo dei tuoi due soprannomi: “Il Colosso” e “Megapunk”. Chi te li ha dati e che cosa stanno a significare?

Nei miei primi incontri un giornalista mi ha descritto come il Colosso di Rodi. Dale Adams, che in precedenza ho detto che promuoveva l’Ultimate Combat, mi ha chiesto cosa pensassi di “Colosso” per un nome da lottatore ed io ero tipo: “Sì funziona”. Megapunk è un soprannome di merda ma mi piace perché me l’hanno dato i fan. Quando ho chiesto perché Megapunk hanno risposto: “Perché sei grande-mega e punk perché i punk vengono dall’Inghilterra”. Una grande intuizione nella mente dei giapponesi.

Se potesse scegliere un avversario qualsiasi contro cui misurarti, chi sarebbe?

Mi piacerebbe affrontare Rob Broughton per la terza volta. La prima l’ho sottovalutato e mi sono trovato senza fiato nel terzo round dopo averlo massacrato per due. Il secondo incontro era parte di un torneo. Avevo appena battuto Tengiz (Teodoradze) ed ero pronto a vendicare la mia prima sconfitta. Ma ancora una volta ho dominato tutto lo scontro e negli ultimi secondi sono finito contro un pugno. L’ho affrontato per circa 25 minuti e dominato per 23, ma ho ottenuto due sconfitte. Fair play per Rob, aveva un cardio da ciccione e l’attitudine a non arrendersi mai. Inoltre è una persona super genuina. Nel nostro secondo incontro dice che ero da solo e mi ha chiesto se volevo andare al cinema con lui e il suo team. Quanto è bello tutto questo. Posso separare il fatto di affrontare la persona, dalla persona, ma guardare un film insieme la sera prima di combattere è un po’ troppo persino per me.

Oggi, a quasi vent’anni dal tuo primo incontro di MMA, cosa pensi riguardando la tua carriera? Se potessi tornare indietro cambieresti qualcosa?

Wow, non lo sapevo e poco prima di questa intervista ho deciso di tornare (a combattere), strano. Se andassi indietro e cambiassi qualcosa non sarei io. La mia carriera è un riflesso di me: caotico, eccitante, sotto alcuni aspetti deludente e poco brillante in altri. Ritornerò e la ragione principale di questo è che ciò significa che dovrò sistemare la mia caotica vita personale in modo da poter dare tutto. Il che non significa essere campione UFC. Significa essere zelanti per tutto il periodo e non solo per una breve frazione di tempo. Ho imparato così tanto nella mia carriera, sono fortunato ad avere una buona genetica e a rimettermi in forma rapidamente. Quindi vedremo cosa succederà, nella mia ultima lotta ero in ottima forma e non ho combattuto, cosa che come ho spiegato mi ha scioccato. Quindi non so cosa accadrà, ma ho intenzione di buttarmici dentro. Come ho già detto, quando faccio così succedono cose buone. Quindi rimanete sintonizzati.

Cosa pensi delle MMA moderne, di come questo business si è sviluppato e dei fighter odierni? Hai attraversato l’evoluzione dello sport dalle sue origini sino ad oggi, quindi sono sicuro che hai una visione molto più completa sull’argomento di quella della maggior parte degli altri lottatori di oggi.

Sai, non posso davvero commentare. Amo le MMA ma ciononostante le ho evitate per due anni, e prima di allora avevo la testa tra le nuvole. Odio il dominio che la UFC ha di questo sport e come loro tentino di chiamarlo “ultimate fighting” (combattimento definitivo): sono MMA.

Chi è il tuo fighter preferito, sia dell’era moderna che della vecchia scuola?

Il mio combattente preferito era Don Frye, amavo il suo stile e atteggiamento. Sono un grande fan di Conor McGregor perché crede in quello che dice (nove volte su dieci), vende bene un incontro ecc. Perché nel profondo ha la convinzione di essere il migliore. È difficile non apprezzarlo quando riconosci questo.

Qual è il consiglio che daresti a qualcuno che sta iniziando la sua carriera nelle MMA?

Buona domanda. Combattere è difficile, perché per essere il migliore devi avere tutto a posto. Non è sufficiente avere talento, hai bisogno di compagni di allenamento, hai bisogno di un coach che ti conosca e sappia come ottenere il meglio da te. Ci sono molte cose che ti ostacoleranno la strada e se aspetti che tutto sia perfetto e che vada tutto a posto non entrerai mai nella gabbia. Quindi, capisci cosa hai e capisci cosa ti manca. Io mi sono buttato a capofitto nelle MMA sin dall’inizio, questo non è ciò che consiglierei ma io ho imparato a nuotare, in fretta. Hai bisogno di un buon allenatore che ti aiuti a muovere i primi passi, se non lo hai trovane uno. Se non riesci a trovarne uno, chiediti se hai guardato abbastanza bene. La prenderei con calma, ma ciò non significa non iniziare mai.

Sei mai stato in Italia? Hai un messaggio per i tuoi fan italiani o qualcos’altro che vuoi dire in conclusione?

Sì, una volta sono stato a Roma per vedere i posti ecc. Non molti luoghi possono mettere in ombra il Regno Unito quando si tratta di storia, ma l’Italia è sicuramente quel posto. Vorrei ringraziarvi per tutto il supporto. Mi sto allenando quindi non riesco a tenere d’occhio la mia pagina su Facebook “James Colossus Thompson” e il mio canale youtube “The Colossal Collective”. Riporterò in vita i miei blog che sono su word press sotto “Colossal Concerns” e documenterò il mio ritorno alle MMA  e la mia vita in generale nel “Colossal Making of Me”. Perché qualunque cosa io faccia, ci esce sempre una buona storia. Quindi ci sono tante cose interessanti in arrivo. Non so in che modo andranno a finire, ma immagino che è quella la parte che rende tutto eccitante.

Armando Belotti un uomo un amico che si racconta e ci spiega il suo progetto. Non appena nasce la virtù, nasce contro di lei l’invidia, e farà prima il corpo a perdere la sua ombra che la virtù la sua invidia. (Leonardo da Vinci)

Ciao Armando, benvenuto su Spirito Guerriero… 😂 Ops non proprio, visto che ne sei parte integrante già da un po’, come stai Armando?Ah ah😉 tutto bene grazie!Partiamo dal principio quando la boxe entra a far parte della tua vita?Probabilmente dalla nascita trasferita in linea retta da mio padre Emilio.Come si è sviluppato nel tempo questo amore per la nobile arte..Un crescendo continuo dalla cameretta con pungi ball e guantoni ad 8 anni, 12 in palestra, novizio e dilettante 2serie, 20 Rimini 1serie poi il professionismo internazionale, tecnico giramondo, oggi anche intermediario con agenzia.Questa compagna di avventura nella tua vita ti ha dato o tolto di più?Dato sempre di più, continua a dare soddisfazioni; rivolgendo sempre da capo la vita ogni volta che si prendeva un senso contrario.Col senno di poi, se potessi tornare indietro nel tempo, rifaresti tutto o cambieresti qualcosa? Hai dei rimpianti oppure dei rimorsi?Emigrerei a Panama nel 1997 per imparare a fare il pugile anziché nel 2005 per imparare a fare il tecnico.Definisci con tre parole la boxeArte nobile del combattimento. Soggettiva, infinita e indefinita.
Una metafora della vita, l’immenso cantico del ring.Cosa si dovrebbe fare in Italia per rilanciare la boxe ?match veri, curriculum veri, appoggi federali economici per i promoter e organizzatori, più scambi internazionali in e out.Miglior pugile italiano e straniero di sempre?
Miglior Italiano e straniero di oggi?Nino Benvenuti
Muhammad AliLuca Rigoldi
Terrance CrawfordQuando e come hai iniziato a sviluppare questa tua nuova posizione quale procuratore o intermediatore di match professionistici ?Un anno fa cercando di brevettare un format nuovo, in italia ci sono molti manager più bravi di me, molti pugili che sono stati piu bravi di me, nonché molti trainer più bravi di me.
Tuttavia ho creato un servizio in toto come intermediario considerando il mio bagaglio da giramondo con oltre 500 contatti internazionali, da trainer internazionale FPI 2 livello e USA NY professionisti, con formazione in Panama con affiancamento a 3 trainer campioni del mondo, allenandomi e vedendo allenare 26 pugili prof di cui 7 campioni del mondo, uno su tutti Jorge Linares con cui dividevo la palestra quotidianamente. Aggiungi i miei 116 combattimenti come esperienza di pugile tra i migliori dilettanti italiani 1995, tra i migliori prof italiani 1999 ed il brand è servito. Posso arrivare e colmare gap……appunto con il vantaggio di cui sopra H24.Ti alleni, insegni stai vivendo questa nuova avventura, sei nostro amico da diverso tempo e te ne siamo grati, ma come fai😘😂😅?
Dimenticavo che ti occupi o ti sei occupato di far conoscere la boxe come forme di riscatto a ragazzi definiti dai più difficili…Io ringrazio voi di spirito guerriero per dare spazio alla mia espressione pugilistica.Amo il pugilato e non ne posso fare a meno pratico l’esercizio dell’insegnamento e cerco di proferirne il verbo con quel che di Ego Sum.Senza dimenticare gli ultimi e chi ne ha bisogno, io ne ho avuto bisogno sempre, specie in un periodo nefasto quale la detenzione, ove la boxe non mi ha abbandonato in ogni sua forma, fisica, metafisica, spirituale.Intermediary manager boxing, si può definire così? A cosa mira il tuo progetto?Si esatto intermediary manager boxing professional, miro a una crescita e a chanse costruttive nel mondo che conta, USA. Però non ha fine carriera come ultimo canto ma appunto ad un progetto formativo, ma senza scorciatoie o record fasulli. Se arrivi e te la giochi veramente, diversamente ci abbiamo provato.Più genericamente come vedi la situazione dei pugili professionisti italiani rispetto al resto del mondo? Ricordiamo che oramai gli States sono una terra conquistata, sei stato in grandi galà portando ragazzi sempre validi che hanno dato battaglia, in qualche caso i verdetti gridano vendetta?Italia purtroppo deficitaria per le ragioni in antefatto, in USA devi vincere e convincere però sei pagato il triplo che in italia e si fanno match veri con pugili veri il gioco è fatto se centri l’obiettivo non puoi sbagliare.Qualche ingiustizia ci sarà sempre i referee sono persone che possono sbagliare, nella boxe non può esistere il VAR.
Jay Nady Mills Lane Octavio Meyran Frank Capuccino Richard Steel Joe Cortez ect ect hanno sbagliato e sono tra i migliori di sempre come arbitri e giudici, se si riesce a capire anche questo è il fascino della boxe perché non è uno sport solo di tempo solo numerico solo di contatto ma tutto insieme.Spiegaci perché un pugile dovrebbe affidarsi a te?Se un pugile si deve affidare a me? Non lo so,; ….se io mi fossi conosciuto in questa veste 25 anni fa, sicuramente mi sarei affidato a me stesso.!!!Noi dello staff conosciamo bene il tuo animo, davvero nobile, sei una persona di quelle che fanno bene a questo sport e in genere nella vita, siamo fiduciosi nelle tue capacità e felici in qualche modo di esserti stati d’aiuto, ci lasciamo con uno spazio tutto tuo, nessuna domanda puoi scrivere ciò che vuoi, ringraziare le persone che ami o altro.. Grazie Armando 🙏☝️Penso che valga la pena vivere con la boxe nel cuore e nel sangue, una grande scuola di vita per tutti!!!Ringrazio mio padre Emilio che mi ha dato e portato al pugilato, ringrazio la mia Valentina per l’equilibrio e la serenità di tutto questo e ringrazio Andrea Prassini per avermi dato gli strumenti per tornare sul mio grande palcoscenico.Grazie a tutti voi di Spirito Guerriero, un onore farne parte un diletto poterne essere corsivista.🥊♥️🙏🇮🇹
Ovvio tra le cose volevo aggiungere un Grazie per la fiducia e il rispetto pugilistico ai miei partner americano Joe De Guardia Luigi Camputaro

Blandamura: “Sono pronto, conta la sostanza. Giovedì scriverò il mio futuro”

Giovedì 11 luglio, al Foro Italico (Stadio Nicola Pietrangeli) di Roma, si accenderanno i riflettori sulla grande boxe italiana.

Tornano infatti le riunioni di prestigio promosse da OPI Since 82, Matchroom Boxing Italy e DAZN. In questa occasione il main event vedrà impegnati il nostro connazionale Emanuele “Sioux” Blandamura (29-3) contro l’inglese Marcus Morrison (20-3) in un incontro valido per il titolo vacante WBC International Silver dei Pesi medi.

Il match sarà il momento clou di una serata che avrebbe dovuto vedere sul ring anche il fiorentino Fabio “Stone Crusher” Turchi (17-0) opposto a Tommy McCarty (14-2) per la cintura WBC International Cruiserweight, al momento detenuta da Turchi. Purtroppo il pugile toscano si è infortunato al bicipite destro una decina di giorni fa e oggi l’incontro è definitivamente saltato.

Infine il boxeur ucraino Serhiy Demchenko (24-14-1) inaugurerà la main card affrontando nuovamente il francese Hakim Zoulikha (26-10), già battuto nel 2017 quando era in palio lo stesso titolo, e cercando così di riconquistare la cintura EBU dei Pesi massimi leggeri, ora vacante.

Ma non solo: sull’importante palcoscenico avranno la loro occasione anche Mirko Natalizi (5-0), Sebastian Mendizabal (2-0), Emiliano Marsili (37-0-1), che in carriera ha già conquistato diversi titoli sia italiani che europei oltre ad una cintura intercontinentale e una mondiale, Vincenzo Bevilacqua (15-0), già campione italiano e detentore del titolo WBC Mediterraneo, e Valentino Manfredonia, al suo esordio nel professionismo.

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Il poster dell’evento. (Credits: DAZN)

Per chi segue la boxe, Emanuele Blandamura ha bisogno di poche presentazioni. Friulano, classe 1979, ha sostenuto 32 incontri in carriera con un bilancio di 29 vittorie, di cui 5 per KO, e 3 sconfitte. Nell’aprile dell’anno scorso ha avuto la chance mondiale per il titolo WBA dei Pesi medi contro il forte campione in carica Ryota Murata, venendo sconfitto per TKO all’ottavo round.

Tornando indietro nel tempo, il suo palmares complessivo è ricco: nel 2007 ha conquistato il titolo di Campione WBC del Mediterraneo, successivamente si è laureato anche Campione Internazionale Silver WBC (2012), Campione dell’Unione Europea (2014) e Campione d’Europa (2016) della sua categoria, i Pesi medi. Un pugile di grandissima esperienza e caratura internazionale.

Il suo avversario, Marcus Morrison, 26 anni, ha ottenuto 14 vittorie delle 20 totali per Knockout. Un boxeur dalle mani pesanti che ha perso solo ai punti, 3 volte in carriera. È reduce da quattro vittorie consecutive e ha già combattuto per il titolo WBC International Silver, venendo sconfitto ai punti.

Ecco le sensazioni di Blandamura in merito all’appuntamento di giovedì, e non solo.

Che incontro ti aspetti? Sarà un match tattico oppure finirà in battaglia?

Sarà un incontro totale, a trecentosessanta gradi, sotto ogni aspetto. I match si fanno in due: io sono pronto.

Combatti in casa, nella tua città di adozione, Roma. Quali sensazioni provi in merito?

Sono felice di combattere allo Stadio Pietrangeli davanti a migliaia di persone. Si è registrato il tutto esaurito e se penso che il ring announcer sarà Michael Buffer, una leggenda, che solo a pensarci sorrido, mi dico: davvero stupendo.

È la nona volta in carriera che competi per un titolo. Il tempo ha cambiato il tuo approccio a questo tipo di match? Come ti senti mentalmente?

L’età ti fa capire molte cose, l’esperienza ti rende più maturo. Oggi mi definisco tranquillamente agitato per questo incontro, e non vedo l’ora di salire sul ring.

Hai già conquistato la cintura WBC International Silver nel 2012. Cosa significa per te questo titolo?

Penso che le cinture siano il premio, ma è la sostanza che conta.

Il tuo avversario ha le mani pesanti, ma è leggermente più alto di te. Dovrai essere tu ad accorciare per colpirlo. Come pensi di gestire questo aspetto?

Ho studiato Morrison, ma io non sono per le tattiche maniacali. Credo che bisogna combattere a seconda di chi si ha davanti, ma senza focalizzarsi su una singola strategia.

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Nell’ultimo match disputato a fine aprile, Blandamura ha sconfitto ai punti Nikola Matic (16-40). (Credits: DAZN)

Sei un veterano del ring, mentre Morrison ha 13 anni meno di te ed è all’inizio della carriera. Si prospetta il classico scontro esperienza opposta ad irruenza. Sarà questa la chiave del match?

Gli atleti sono sempre diversi tra loro, ma nella nobile arte tutto si compatta in una parabola perfetta quando si incontrano agilità e potenza. Non so quale sia la chiave, ma io sono pronto: questa è l’unica cosa che mi sento sicuro di dirti.

Morrison ha perso un paio di incontri in modo inaspettato, contro avversari con record negativo o decisamente alla sua portata. Hai studiato questi match? 

Sì, li ho visti. Non credo che sia un grave problema, si può vincere e perdere, questa è la boxe. Io davanti a me ho un avversario valido, e darò il meglio di me per batterlo.

Quanto è importante il contributo che OPI Since 82, Matchroom Boxing Italy e DAZN stanno dando per rilanciare il pugilato italiano? 

Il mio manager Cristian Cherchi è una persona che dà sempre il meglio. Anche negli anni “bui” ha cercato di fare grande questo sport, è il suo lavoro. Infatti oggi, grazie a questo accordo non facile con le sigle che hai citato tu, Cristian ha saputo dare una luce importante e diversa alla boxe. È sempre il primo a metterci passione e impegno, insieme alla sua famiglia di grandi manager.

Ti abbiamo visto anche nelle vesti di opinionista e inviato a bordo ring per DAZN. Come giudichi questa esperienza?

Mi diverto molto e se l’impegno paga, allora vorrà dire che per un dopo carriera sarò pronto ad affiancare definitivamente i miei amici di DAZN. Ma ne parleremo quando sarà il momento.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

Il mio futuro lo scriverò giovedì 11 luglio.

Spazio ai ringraziamenti.

Vorrei ringraziare te per la possibilità di poter esprimere il mio pensiero. Ringrazio anche tutto lo staff medico: il professor Sanguigni per i test che abbiamo fatto, il dottor Andrea Melini per la fisioterapia, il dottore Carmine Orlandi e lo staff per la nutrizione, il dottor osteopata Alessandro Benevento, lo psicologo Luigi Arsi per il supporto mentale. Grazie al mio angolo: al Maestro Agnuzzi, al Secondo Federico Giorgi, al preparatore Antonello Regina. Poi, la mia famiglia: nonna Isabella, zia Teresa, zio Moris, mia cugina Giulia, mamma Teresa e papà Nicola. Le persone speciali: la mia ragazza Veronica e mio nonno Felice, di nome e di fatto.

Da parte sua Morrison ha dichiarato in conferenza stampa: “Questo è l’incontro che volevo, ringrazio tutti quelli che hanno lavorato per renderlo concreto. Sono pronto, onestamente penso che sia il mio momento. È davvero emozionante combattere a Roma in un grande palcoscenico. Vi farò vedere cosa sono in grado di fare”.

L’evento sarà trasmesso in diretta su DAZN a partire dalle 19.30 di giovedì. Ecco la card completa direttamente dal sito della FPI:

Card
Credits: http://www.fpi.it

Lapicus: “Ecco come ho vinto all’esordio in ONE”. Anatomia di un successo

Iuri Lapicus (13-0) è reduce dal convincente esordio in ONE Championship.

Lo scorso 17 maggio infatti il fighter moldavo del Team Petrosyan ha calcato per la prima volta il prestigioso palcoscenico della nota promotion asiatica. Il suo avversario è stato il thailandese Shannon Wiratchai (9-4 prima di incontrare Iuri), nel roster di ONE dal 2012 e reduce da tre sconfitte negli ultimi quattro match.

Nonostante i suoi ultimi risultati non fossero brillanti, Wiratchai si è dimostrato un atleta temibile. Il thailandese si è presentato all’incontro avendo raccolto la maggior parte dei successi in carriera per KO/TKO e dopo aver inanellato ben 6 vittorie consecutive dal 2013 al 2017. Un fighter ostico che ha dato battaglia a dimostrazione del livello medio del roster di ONE, piuttosto alto.

Lapicus, per chi non lo sapesse, è stato ingaggiato dalla promotion con un record di 12-0, tutte vittorie al primo round, 8 via Submission e 4 per KO/TKO.

Abbiamo raggiunto Iuri per esaminare insieme l’incontro e conoscere qualche retroscena in merito.

Ciao Iuri, bentornato su Spirito guerriero. A mente lucida, come analizzeresti il match oggi?

È stato un incontro duro e impegnativo, contro un avversario tutt’altro che facile. Sono felice: è andata come doveva andare. I sacrifici fatti durante la preparazione e il duro lavoro con il mio team hanno ripagato in pieno!

Il tuo esordio in ONE. Come ti sei trovato con l’organizzazione? 

Sono stato benissimo, mi hanno trattato alla grande. L’organizzazione é pazzesca, finché non la vivi non ci credi. Tutto è curato nei minimi dettagli. Un’esperienza fantastica, da ripetere altre mille volte.

Il walkout di Lapicus, definito dai telecronisti di ONE “a scary man”. (Credits: ONE Championship)

Nel primo round hai tentato più volte il takedown. Come avete preparato il match a livello di gameplan?

Ci siamo concentrati soprattutto sull’evitare il suo gancio sinistro, che è molto pericoloso. Aveva anche un ottimo tempismo con il middle kick. La strategia si è basata su questi due aspetti.

In generale Wiratchai mi è sembrato discreto nella lotta, ha dimostrato una buona takedown defense. Anche tu hai avuto la stessa impressione? 

Sì, confermo. Sapevo già che era forte a difendere i takedown. Poi, essendo thailandese, aveva anche un buon clinch.

Wiratchai si difende efficacemente dagli attacchi di Lapicus. (Credits: ONE Championship)

Nella seconda ripresa hai iniziato una lunga azione di Ground and Pound. Pensi sia proprio questa la tua più grande abilità? Dal tuo angolo si è sentito un: “Questa è la tua posizione”.

Sì, mi piace molto come posizione. Quando mi capita in un match cerco di sfruttarla al meglio, così come cerco di trarre vantaggio da qualsiasi altra situazione o tecnica.

Lapicus porta al suolo l’avversario nel secondo round. (Credits: ONE Championship)

Le prime fasi del terzo round sono forse state le più critiche dell’incontro per te. Hai incassato colpi duri e Wiratchai era molto aggressivo. 

Non mi aspettavo che partisse così. Voleva buttarmi giù a tutti costi, ha spinto al massimo perchè sapeva anche lui di aver perso le prime due riprese, quindi ha cercato il KO.

Lapicus in difficoltà all’inizio della terza ripresa.          (Credits: ONE Championship)

Come ti sei sentito a fare quasi tre round completi per la prima volta nella tua carriera?

Mi sono sentito bene, non ho accusato così tanto come pensavo. Un risultato ottenuto grazie agli allenamenti fatti con il mio preparatore atletico Ermes Di Francesca. Poi, avendo Giorgio Petrosyan come sparring partner, anche lui mancino, mi sono preparato davvero al massimo.

La fine del match: vittima di una furiosa azione di Ground and Pound, Wiratchai espone la schiena e Lapicus chiude una perfetta Rear-Naked Choke. (Credits: ONE Championship)

Differenze nel combattere sul ring rispetto alla gabbia? Dove ti trovi meglio?

Per me non cambia dove combatto, è uguale. Ovvio, ci sono alcuni aspetti su cui stare attenti e da valutare, ring e gabbia sono diversi. Però personalmente non avverto grande differenza quando sono nel match.

Hai notizie sul prossimo incontro? 

Sì, a breve ci saranno novità.. Vi tengo aggiornati!

Scardina vs. Goddi: le parole dei protagonisti e tutte le info sull’evento

Torna la grande boxe italiana promossa da OPI Since 82, Matchroom Boxing Italy e DAZN.

L’incontro tra i Pesi supermedi Daniele “King Toretto” Scardina (16-0) e Alessandro “Highlander” Goddi (35-4-1) per il titolo internazionale IBF andrà in scena domani sera all’ex Palalido di Milano, ora Allianz Cloud, storico tempio milanese del pugilato. La cintura IBF è detenuta da Scardina, che l’ha conquistata lo scorso marzo vincendo ai punti contro il finlandese Henri Kekalainen.

“King Toretto”, 27 anni, originario di Rozzano (Milano), si è trasferito a Miami già da diversi anni e si allena alla storica “5th Street Gym” di coach Dino Spencer. Attualmente è imbattuto, con ben 14 vittorie su 16 prima del limite. In carriera ha già conquistato un titolo WBA Fedecaribe.

“Highlander”, 31 anni, è nel pieno della sua maturazione da atleta. Ha ottenuto 17 vittorie per KO. È un pugile di grande esperienza, che vanta 40 incontri da pro: ha combattuto due volte per il Titolo Europeo EBU dei Pesi medi e ha vinto la cintura continentale dei Pesi medi WBA. È reduce da due sconfitte negli ultimi quattro incontri, ma è un pugile ostico e sempre pronto alla battaglia.

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Il poster dell’evento.

Ecco le parole dei due protagonisti direttamente dagli speciali che DAZN ha realizzato per promuovere l’evento.

Alessandro Goddi, nato per sfide come questa.

Una sfida tutta italiana e che si presenta come durissima. Sarà un bel match sicuramente. Il pugilato ha bisogno di questo, non servono a niente gli incontri facili, perchè la vita stessa non è semplice. Io queste sfide così difficili le accetto molto volentieri e le affronto di petto e con il cuore, perchè la mia vita non è stata facile e mi ha insegnato questo.

Successivamente “Highlander” esprime un giudizio tecnico sull’incontro:

Scardina è alto dieci centimetri più di me, io lavorerò a corta e media distanza per cercare di accorciare e ridurre il suo vantaggio nell’allungo. Combatto sempre così, vado sotto, cerco lo scontro e non mi tiro mai indietro.

Il pugile conclude così:

La boxe mi ha dato tanto, anzi tutto: è il mio lavoro e in palestra ho anche conosciuto mia moglie. Sono cresciuto in quartiere difficile di Cagliari, ho indossato i guantoni per la prima volta quando avevo 6-7 anni, grazie a mio nonno. Il quartiere mi ha insegnato tanto, da ragazzino avevo molte tentazioni però ho conosciuto molte persone che mi sostengono ancora oggi. Combattere al Palalido di Milano è un sogno che si avvera.

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Il Face to face tra i due pugili.

Daniele Scardina, da Rozzano per “spaccare”:

Mi fa sempre piacere tornare a Rozzano, dove tutto è iniziato. Vorrei essere un esempio per tutti i ragazzi che coltivano un sogno. Bisogna crederci sempre e avere punti di riferimento che ti spronano a dare il meglio. Più che sul match sono focalizzato sul creare l’evento, non solo combattere ma regalare qualcosa di speciale al pubblico, dare spettacolo.

È importante ricordare sempre da dove si è partiti. Ho vissuto il mio quartiere fino in fondo e in modo molto intenso. Da ragazzo ho fatto molte cose, sia positive che negative: queste ultime però mi sono servite a crescere, mi hanno insegnato tanto e reso la persona che sono oggi.

“King Toretto” poi si esprime sul match:

La preparazione è andata benissimo, alla grande. Ho fatto sparring e lavorato con atleti di alto livello, campioni mondiali (Demetrius Andrade, Sullivan Barrera e Luis Arias, ndr). È stata una preparazione dura e valida, siamo andati davvero forte. Venerdì voglio fare emozionare il pubblico e vincere.

Ed ecco il suo parere su Goddi:

Non mi interessa che il mio avversario abbia più incontri. Sicuramente sa come si sta sul ring, forse anche più di me. Ha combattuto per diversi titoli e ha più esperienza rispetto a me, però mi sento ben preparato, voglio dare il massimo, “spaccare” e vincere. Sarà una serata carica di emozioni, questo è certo.

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I due avversari.

A questo punto interviene il rapper Gué Pequeno, grande amico di “King Toretto”:

Daniele è supportato da diverse persone del mondo dello spettacolo, cantanti, rapper e anche altri sportivi. Tutto questo contribuisce a creare valore per l’evento, a far sì che se ne parli e a dargli visibilità. Secondo me è un aspetto molto importante.

Infatti all’ultimo incontro di Scardina erano presenti a bordo ring i calciatori Marco Borriello, Radja Nainggolan e Andrea Petagna e i rapper Sfera Ebbasta, Marracash, DrefGold, Charlie Charles, oltre allo stesso Gué.

Appuntamento a venerdì sera su DAZN, in diretta dalle 19.30, e all’Allianz Cloud di Milano (via Marco Cremosano 2) dalle 17:45 per gustare live l’evento.

Ecco la card completa:

MAIN CARD (a partire dalle ore 21)

Titolo internazionale IBF (10 riprese): Daniele Scardina vs. Alessandro Goddi

Titolo europeo (12 riprese): Francesco Patera (21-3) [campione in carica] vs. Paul Hyland Jr.(20-1) 

Titolo Global WBO (10 riprese): Dario Morello (14-0) vs. Steve Jamoye (26-7-2)

UNDER CARD (incontri sulle 6 riprese)

Maxim Prodan vs. Nika Nakashidze

Ivan Zucco vs. Borislav Zankov

Nicholas Esposito vs. Jonny Joel Zeze

Luca “The Mentalist” Capuano vs. Filippo Gallerini

Jamie McDonnell vs. Cristian Narvaez

Riccardo Merafina vs. Altin Dedej

 

 

London Calling in short-notice: Brazier vs. Botti

Sabato 22 giugno andrà in scena alla SSE Arena di Wembley l’evento Bellator London: Mousasi vs. Lovato Junior. La card preliminare ospiterà un match-up molto atteso dai fan italiani: il nostro connazionale Alessandro “Bad” Botti (15-9) sfiderà infatti l’inglese Terry “The Dominator” Brazier (10-2).

Botti ha accettato il match in short-notice, con sole due settimane di preavviso. Per questo motivo l’incontro sarà un catchweight al limite dei 72,5 kg, al posto dei 70 kg previsti per i Pesi leggeri. Curiosità: l’atleta italiano è il terzo fighter proposto a Brazier dopo gli infortuni dei precedenti due, tra cui Peter Queally della SBG.

Il punto sull’avversario. Il primo match di Terry Brazier nelle MMA professionistiche risale al 2015, dopo un buon trascorso da amateur. L’inglese ottiene le prime 4 vittorie in carriera per TKO, e poi alterna successi per Submission (2) ad altri via Decision (4). È stato campione sia dei Pesi welter che dei Leggeri nella nota promotion inglese BAMMA e ha combattuto in diverse organizzazioni britanniche, tra cui la UCMMA. Le uniche sconfitte di questo atleta sono arrivate per KO, al suo secondo match da pro, e via Submission nell’ultimo incontro disputato, in occasione dell’esordio in Bellator contro Chris Bungard.

Ma le battaglie più dure della sua vita Brazier non le ha affrontate in gabbia. “The Dominator” ha combattuto in Afghanistan tra le file dei parà e ha dichiarato di essersi avvicinato alle MMA per sconfiggere i pensieri suicidi causati dalla sindrome da stress post traumatico (PTSD).

Figlio di un padre alcolizzato, cresciuto in un quartiere difficile, Terry si arruola nell’esercito britannico per evitare una condanna a due anni di carcere. Successivamente, data la sua prestanza fisica e la sua indole determinata, entra nel corpo dei paracadutisti e nel 2010 viene mandato in missione in Afghanistan. Combatte in prima linea e così assiste a scene di guerra strazianti. È a quel punto che Brazier inizia a soffrire di attacchi d’ansia, ad essere depresso e a non riuscire più a dormire per via degli incubi. Gli viene diagnosticato il PTSD e viene congedato dall’esercito con il grado di caporale.

Nonostante ciò “The Dominator” inizia anche ad avere pensieri suicidi che cessano solo quando nella sua vita entrano le MMA. Questa disciplina lo conquista perché, per sua stessa ammissione, lo fa sentire di nuovo vivo, dandogli gli stimoli e la stessa adrenalina che provava quando era un militare. A dimostrazione della ritrovata forza d’animo, pochi giorni prima del match contro Alex Lohore, con in palio il titolo dei Pesi welter BAMMA, Terry perde la madre da tempo malata, ma decide di combattere lo stesso e conquista il titolo.

Oggi Brazier ha una moglie e un figlio, dice di sentirsi meglio e vuole a tutti i costi che il suo nome venga ricordato in futuro per via delle sue vittorie in gabbia.

Un interessante servizio di ESPN sulla difficile storia di Brazier.

Il ritorno di “Bad”. Botti torna in azione per quello che sarà il suo primo incontro del 2019. Dopo il match saltato all’ultimo a Venator 5, “Bad” ha un’occasione d’oro per riscattare la sconfitta di settembre contro Abner Lloveras (poi ingaggiato proprio da Bellator), che lo ha spogliato del titolo ICF. Prima di questo incidente di percorso il fighter lecchese era reduce da tre vittorie consecutive, ottenute tutte prima del limite, e si trovava in un grande stato di forma. In carriera ha ottenuto ben 9 successi per KO/TKO, 5 via Submission e 1 tramite Decisione dei giudici. Un atleta dalle mani pesanti che però si trova a suo agio anche al suolo: sostanzialmente un fighter completo.

Botti, a soli 30 anni, due in meno del suo avversario, è già un veterano della gabbia: sono 24 gli incontri disputati in carriera. Ha esordito da professionista nel 2010 e ha affrontato atleti del calibro di Mattia Schiavolin, Daniele Scatizzi, Leonardo Zecchi e Stefano Paternò. Vanta ben 7 incontri in Venator FC.

Il palcoscenico di Bellator offre una grandissima opportunità al nostro connazionale, che è pronto a sfruttarla per mettersi in mostra nonostante la chiamata sia arrivata con poco preavviso. Una conferma nel roster della seconda promotion più importante al mondo sarebbe un upgrade notevole per la sua carriera.

Come andrà il match? Solitamente Brazier cerca di portare a terra i suoi avversari tramite takedown o grazie ad un efficace lavoro a parete. Ha combattuto anche nella kickboxing, ma il suo punto di forza è senza dubbio il grappling.

Appena inizia il match Brazier accorcia la distanza e porta subito a terra l’avversario (vs. McKee).

Botti potrebbe invece sfruttare la pesantezza delle proprie mani per trovare il colpo del KO, cercando di imporre il suo striking, oppure tentare la monta per poi scatenare un ground and pound risolutivo.

Botti finalizza Kennington al Venkon Fight Night 2.

Attenzione perché l’inglese è abile nei colpi di rimessa. Ha dimostrato di avere un ottimo mento e di riuscire a superare fasi critiche dei match invertendone l’inerzia a suo favore.

 

 

“The Dominator” resiste agli attacchi di Gahadza e vince per Submission assicurandosi la cintura BAMMA dei Pesi welter. 

Brazier probabilmente entrerà in gabbia più pesante del nostro connazionale.

Dove si vede l’incontro? La card inizierà alle 18.30 ora locale, quindi per le 17.30 in Italia. Salvo comunicazioni particolari, il match verrà trasmesso gratis sulla App Bellator MMA e sarà il quarto della Preliminary Card ad andare in scena.

In conclusione ecco un esaustivo Tale of the tape proposto da Tapology:

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Credit: Tapology

 

 

 

 

Gloria ” The Shadow” Peritore

Ciao Gloria, bentornata su Spirito Guerriero, come stai?

Ciao a tutti, sto bene grazie. Sempre in preparazione.

Gloria is back… A Pescara sei tornata a combattere una bella vittoria per ko, sei felice?

Sono felice di essere tornata al 100% ed essermi sentita nuovamente me stessa sul ring, come volevo che fosse. Il ko è stato la ciliegina sulla torta, anche se mi interessava più sentirmi bene che il risultato, dato che era il mio rientro dopo quasi un anno di assenza sul ring e dopo aver cambiato città e team. Come sapete fin dall’inizio della mia carriera mi sono allenata con il maestro Morelli. Ho avuto bisogno di alcuni mesi per adattarmi ai nuovi ritmi ma ho lavorato sodo e ho sentito subito i risultati. Sono molto felice di aver ritrovato quella motivazione che pensavo di aver perso e di riuscire a continuare il mio percorso sportivo, dato che ho deciso di fare questo nella vita lasciando il mondo del marketing e della moda, in cui avevo anche un bel lavoro.

Dopo il Bellator Roma la tua strada professionale ha preso in nuovo corso, ti va di parlarne? Avevi bisogno di nuove motivazioni?

Dopo il Bellator perso di misura, probabilmente per una strategia sbagliata, mi sono rimessa in gioco preparandomi nelle mma, ma come sapete il match non è andato bene. La situazione sportiva di un’atleta influisce molto sulla vita di un’atleta professionista, in quanto si è atleti 365 giorni l’anno, è un modo di essere e di vivere, non è un lavoro. Il lavoro vero e proprio è il contorno: collaborare con gli sponsor, sfruttare la notorietà che ci permette di avere più tempo per allenarci. Per fortuna esistono manager anche per questo. Dato che combattiamo per vincere, l’andamento della carriera ha quindi delle ripercussioni anche sulla vita in generale, è ovvio. Diciamo che dopo quasi 10 anni a Firenze e dopo un anno molto difficile, la scelta di cercare la motivazione altrove, di cercare nuovi strumenti per andare avanti, è venuta da sé, in quanto sentivo di essermi fossilizzata. Sarò sempre riconoscente al coach con cui ho iniziato per tutto ciò che mi ha insegnato e sicuramente i suoi insegnamenti mi serviranno per il futuro, ma penso che sia comprensibile che a certi livelli è giusto anche trovare nuovi stimoli e seguire i propri bisogni, c’è bisogno di cambiare e variare per anche per crescere. Ringraziando chi ci ha fornito gli strumenti, nel corso della nostra carriera per arrivare fino quel livello, consapevoli del lavoro svolto insieme. E’ il corso naturale delle cose, piu si va avanti e più si ha bisogno di stimoli, sparring partner, esperienze. E molte volte sono, o dovrebbero, essere i maestri stessi ad accorgersi delle condizioni dell’atleta e che dovrebbero cercare di spingersi a migliorarsi, consapevoli del lavoro svolto. Il mio nuovo percorso è iniziato da Roma, dove ho trovato due team adatti a me, inizialmente il Gloria Fight Center per le MMA e successivamente (sotto consiglio dello stesso coach di mma, Borgomeo) mi sono rivolta al Raini Clan per continuare il mio percorso nella Kickboxing. Entrambi mi hanno supportata con grande professionalità ed empatia, rendendo questi mesi a Roma leggeri e stimolanti. Infatti dopo solo alcuni mesi qui, ho sentito un bisogno fortissimo di combattere. Ho avuto molte difficoltà sia a trovare avversarie e anche diversi problemi che voglio definire “burocratici”, che sono riuscita a superare, talmente la voglia di tornare sul ring. Avrei dovuto combattere ad aprile ma è saltato il match per motivi che non mi interessa rendere pubblici. Nonostante questo, sono riuscita a esprimere me stessa e a divertirmi di nuovo, proprio come era una volta ma più consapevole delle mie potenzialità e di nuovo con chiari obiettivi in testa, tra cui quello di fare quante più esperienze possibili all’estero.

Sei tornata lì dove avevi lasciato nel circuito di Fight 1, lo ritieni per le donne sul ring il migliore?

Se sono in Fight1 è perché la ritengo la federazione migliore per me in questo momento, sulla base dei miei attuali obiettivi. Devo dire che la federazione nei miei confronti è molto presente, soprattutto in questo momento, ed è una cosa fondamentale per noi atleti, a maggior ragione per i professionisti. Sicuramente la cosa importante da cercare in una federazione è che quest’ultima abbia i giusti contatti, ma soprattutto che abbia le potenzialità per essere un trampolino di lancio per chi passa dal dilettantismo al professionismo, io non posso lamentarmi in merito. Ho sfruttato al meglio le occasioni che mi sono state offerte, come Bellator USA, o alcuni Oktagon su invito, e poi su questa base sto costruendo la mia carriera. Bisogna avere anche le competenze per riuscire a far arrivare in alto gli atleti, uscendo dall’ambiente italiano, che dovrebbe servire per coltivare anche un sano “vivaio”… per questo non amo molto i “derby italiani” tra professionisti che potrebbero essere molto competitivi nel mondo, ma è un mio punto di vista, ne ho disputati molti anche io all’inizio. Un’atleta dovrebbe scegliere di stare dove più conviene per la propria carriera, ma come in tutte le cose, poi sta a noi cogliere le occasioni e saperle sfruttare al 100%.

Senti di avere la giusta considerazione per ciò che hai fatto come atleta?

Questo non è un aspetto al quale do molto peso perché so che non è questo il mio obiettivo principale, la considerazione in questo senso. Non punto ad averla tramite la federazione, che è per me un mezzo per raggiungere obiettivi internazionali. So di avere molto seguito nell’ambiente in generale, moltissime persone che mi seguono e credono in me, sia a livello di social ma soprattutto nel mondo reale. Sono sicura che avrò le occasioni al momento giusto, e se non le avrò, troverò il modo di crearle. Penso che sia anche nell’ interesse di una federazione cercare di fare arrivare gli atleti ai vertici mondiali, quindi sono fiduciosa. Quando vinsi con Lizzie Largilliere, mi fu fatta “promessa”, una nuova corsa al titolo mondiale, questa volta ISKA, che non arrivò dopo la vittoria. Ma col senno di poi, penso che alla fine sia stato positivo per la situazione in cui mi trovavo, in cui dovevo fare degli aggiustamenti e capire alcune cose. Penso che tutto avvenga per un motivo e che mi verranno offerte le occasioni che merito e nel modo giusto.

Riparti per arrivare dove?

In realtà non mi sono mai fermata. Per fortuna ci ho sempre creduto anche nei momenti più bui e ora più che mai, voglio arrivare in alto perché la voglia e la dedizione non mi manca. Ho lavorato molto in questi anni per arrivare a vivere di questo e ho sempre sognato di avere tutta la giornata a disposizione per allenarmi. So che il tempo è una cosa fondamentale, e so di essermelo guadagnata con tantissimi sacrifici, molti di questi li so solo io e la mia famiglia. Sono fiera di me per non aver mai mollato, anche quando sembrava impossibile, anche quando hanno cercato di farmi sentire debole.

Allenandoti anche con il Gloria Fight Center pensi di tornare a combattere anche di MMA?

Assolutamente sì. Nonostante la mia carriera non sia iniziata col piede giusto sono fiduciosa perché mi sento a mio agio in gabbia e mi piace soprattutto imparare cose nuove, senza mettermi limiti. È molto impegnativo combattere in entrambe le discipline, ma io mi allenerò al 100% e cercherò sempre il meglio per me, per essere pronta a tutto, finché mi reggeranno testa, braccia e gambe 😉

In questi giorni è uscito un articolo scritto da Paolo Morelli in cui racconta di alcuni tuoi match importanti e di quello che è accaduto prima, durante e dopo questi eventi.. Hai avuto modo di leggerlo?

Si l’ho letto. A differenza del titolo dell’articolo, penso che abbia raccontato solamente la sua storia e non la mia, facendolo in un’ottica decisamente distorta, a mio parere. Ha ripercorso delle tappe importanti della mia carriera in modo romanzato, per qualche strano motivo, fornendo un’immagine di me come atleta e persona dal suo punto di vista, che non è realistico. Per questi motivi, non ho niente da aggiungere.

Non possiamo far altro che ringraziare Gloria, sei la nostra campionessa e siamo certi che ti prenderei ancora tantissime soddisfazioni. 🇮🇹🥊🙏💪